Iran-Israele: azioni calcolate o conflitto imminente?

L’attacco alla centrale nucleare di Natanz dell’11 Aprile 2021 è stato solo l’ultimo di una lunga serie di attacchi perpetrati da Israele nei confronti dell’Iran negli ultimi anni, e ha contribuito a deteriorare ulteriormente, se possibile, le relazioni tra i due Paesi. 

Fin da poco dopo la sua nascita, la Repubblica Islamica dell’Iran, infatti, ha trovato tra i suoi più determinati oppositori lo Stato di Israele che, secondo quanto è trapelato da alcuni agenti del Mossad, oggi, addirittura, rimpiangerebbe fortemente la decisione di non aver ucciso l’Ayatollah Khomeini quando la rivoluzione, alla fine degli anni Settanta, non era ancora stata compiuta.

A livello internazionale in parecchi si stanno interrogando sulla natura degli eventi che hanno caratterizzato i rapporti tra le due potenze nell’ultimo triennio, cercando di capire se la lunga serie di attacchi mirati che si sono scambiati Israele ed Iran in questi anni sia il compimento di una precisa strategia d’azione o solamente il preludio di uno scenario ben più tragico.

Innanzitutto, occorre specificare come la situazione tra queste due potenze mediorientali non sia sempre stata la stessa. Sebbene i buoni rapporti tra Israele ed Iran non abbiano resistito al cambio di potere iraniano, nei primi anni della Repubblica Islamica, la situazione tra i due Paesi era una lontana conoscente di quella che caratterizza le relazioni attuali. 

Per Israele, secondo una strategia di politica estera ideata molti anni prima dal suo primo premier, David Ben Gurion, sarebbe stato opportuno consolidare i rapporti con i diversi stati musulmani non arabi, in opposizione al fronte arabo che unitamente si era schierato contro la creazione di uno stato ebraico in Medioriente. Israele, dunque, era invogliato ad aiutare l’Iran, mentre quest’ultimo, sebbene dopo il successo della rivoluzione avesse ufficialmente disconosciuto la legittimità di Israele, di fatto aveva tutto l’interesse a continuare, per qualche anno, a mantenere rapporti clandestini con lo stesso per garantirsene il supporto. 

Allo stesso tempo, tuttavia, l’Iran finanziava ed addestrava diversi enti politico-militari sciiti del Libano, contribuendo in modo sostanziale alla loro unione sotto il partito di Hezbollah, il cui compito sarebbe stato quello di attaccare politicamente e militarmente, negli anni successivi, Israele.

Durante la guerra tra Iran e Iraq, Israele si è dimostrato un importante partner militare e logistico per l’esercito persiano, fornendo diverse scorte militari e attaccando, in prima persona, alcune postazioni strategiche irachene.

Insomma, le relazioni tra questi due Paesi erano problematiche, clandestine, ma di certo non compromesse come quanto lo sono diventate dopo l’elezione di Ali Khamenei a Leader Supremo dell’Iran nel 1989.

Israele, per l’Iran di Khamenei, non è mai stato altro che un “tumore da combattere”, un regime illegittimo e oppressore il cui destino sarebbe inevitabilmente stato quello di scomparire dalle carte geografiche. Sebbene l’integrità di Israele e di alcune sue politiche sia oggetto di dibattito anche tra diversi giuristi e studiosi di tutto il mondo, fa riflettere il fatto che, a muovere le più aspre critiche, fosse proprio il leader dell’Iran, stato che, secondo le Nazioni Unite, avrebbe perpetrato e starebbe perpetrando abusi nei confronti dei diritti umani dei suoi cittadini, con particolare riferimento alla popolazione femminile del Paese, pari a circa il 50% del totale degli abitanti. Tra i provvedimenti legislativi che violano le norme internazionali, l’Iran prevede pene severe per omosessualità e adulterio, così come diverse restrizioni alle libertà di culto, parola e stampa. 

Le relazioni tra Israele ed Iran dal 1989 ad oggi sono sempre andate peggiorando, aggravandosi particolarmente durante la presidenza di Mahmoud Ahmandinejad, conservatore eletto per la prima volta nel 2005 e riconfermato presidente nel 2009. È durante questo periodo, più precisamente durante il secondo mandato del presidente iraniano, che Israele ha cominciato una serie di uccisioni mirate di importanti scienziati persiani al fine di ostacolare il programma nucleare dell’Iran. Tra coloro che hanno perso la vita è opportuno ricordare il fisico delle particelle Masoud Alimohammadi, ufficialmente ucciso non da un agente straniero, ma da un connazionale, Majid Jamali Fashi, accusato di aver collaborato con il Mossad. Sebbene Fashi avesse confessato, sono stati in tanti, soprattutto in Israele, ad ipotizzare che i veri responsabili dell’assassinio dello scienziato fossero stati i servizi di intelligence iraniani, preoccupati da una possibile defezione di Alimohammadi, e che Fashi sia stato solo un capro espiatorio o, comunque, non un agente del Mossad. Alla fine del mandato di Ahmadinejad, il popolo iraniano, nel 2013, ha scelto, come suo presidente, Hassan Rouhani, un chierico di approccio molto più moderato e diplomatico rispetto al suo predecessore. 

Se si vuole analizzare il futuro delle relazioni tra Iran ed Israele è, dunque, fondamentale, capire come queste relazioni si siano sviluppate sotto ad Hassan Rouhani, in particolare durante gli ultimi anni della sua presidenza, con Trump alla Casa Bianca e Netanyahu stabile alla guida del popolo israeliano. Su tutti, poi, è importante analizzare un evento che ha avuto luogo nel novembre del 2020, in un’autostrada poco fuori Teheran: l’assassinio dello scienziato esperto di tecnologia nucleare Mohsen Fakhrizadeh.

L’agguato che ha colpito il convoglio che stava trasportando lo scienziato è avvenuto diversi mesi dopo l’assassinio del generale Qassem Soleimani e non ha goduto di una copertura mediatica altrettanto forte. Mentre nel primo caso l’assassinio era stato pubblicizzato e utilizzato come strumento di propaganda dall’esecutivo guidato dal Presidente americano Trump, nel caso di Fakhrizadeh è stato tutto meno manifesto, tanto che le vere dinamiche dell’attacco sono tutt’ora avvolte da un alone di mistero. 

Secondo i report ufficiali iraniani, Fakhrizadeh sarebbe stato ucciso in un’operazione condotta a distanza. Il segretario del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale iraniana, Ali Shamkhani, ha infatti affermato che l’agguato sarebbe stato condotto con equipaggiamento elettronico, senza alcun uomo sulla scena del crimine, e ha aggiunto che per l’Iran era molto chiaro, in base ai dati raccolti, che il responsabile fosse l’agenzia di intelligence israeliana del Mossad.

Sebbene le dinamiche nelle quali l’incidente è avvenuto abbiano suscitato scalpore e perplessità, le dichiarazioni circa il responsabile dell’attacco, invece, hanno solamente confermato dei sospetti già ampiamente consolidati nel Paese, specialmente a causa delle tante uccisioni mirate che, proprio il Mossad, aveva eseguito negli anni precedenti ai danni di diversi scienziati iraniani. Inoltre, se si pensa al 2018, quando il Premier israeliano Netanyahu, durante una conferenza stampa relativa al programma nucleare iraniano, aveva dichiarato come Fakhrizadeh fosse una figura chiave e come il suo nome non dovesse essere dimenticato, l’attribuzione della paternità dell’attacco ad Israele non pareva necessitare di ulteriori prove.

Benché a livello mondiale la risonanza mediatica del caso sia stata di rilievo medio-basso, in Iran la notizia ha scosso in particolare gli ambienti militari, con diversi membri dei guardiani della rivoluzione islamica che hanno espresso, anche in modo ufficiale, i loro timori. Un ex comandante di nome Mohsen Rezaei ha formalmente richiesto al Presidente Rouhani più risorse nella protezione di personaggi di rilievo, mentre il capo del Consiglio dei Guardiani, Ali Jannati, ha rilasciato una dichiarazione nella quale ha definito la questione degli attacchi israeliani un serio problema.

La morte di Fakhrizadeh, inoltre, sebbene inattesa in quel preciso momento, non è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Da quando Trump ha deciso di uscire dal JCPOA firmato dall’amministrazione Obama, che prevedeva l’annullamento delle sanzioni economiche ai danni dell’Iran in cambio dell’abbandono del programma nucleare da parte di quest’ultimo, il parlamento iraniano, aizzato dalla voce di Khamenei, mai pienamente convinto dell’accordo, ha votato diverse risoluzioni che prevedevano il graduale ritorno a percentuali di arricchimento dell’uranio compatibili con quelle previste prima del JCPOA. Il fatto ha spinto Israele, spaventato dall’idea che l’Iran, suo più grande antagonista nella regione, potesse avere armi nucleari, a intraprendere una vera e propria guerra cibernetica, compiendo diversi attacchi mirati ai danni di centri strategici chiave del programma nucleare iraniano.

Per quanto molti degli attacchi abbiano avuto successo, Israele deve aver ritenuto che la guerriglia elettronica non fosse sufficiente a fermare le ambizioni iraniane e che Fakhrizadeh fosse un membro troppo importante del programma nucleare e, dunque, che qualora fosse stato eliminato, sarebbe stato assai complicato per l’Iran sostituirlo. 

La stessa cosa, infatti, era accaduta dopo l’assassinio di Soleimani, quando il suo successore, Esmail Qaani, era diventato oggetto di diversi attacchi in patria per mancanza di carisma ed era stato definito un non degno comandante delle forze Quds.

A seguito della morte dello scienziato nucleare e di un apparente periodo di calma, gli attacchi israeliani ai danni dell’Iran sono ripresi nel nuovo anno. Dopo un’esplosione sospetta sulla nave spia iraniana Saviz, è stato il turno della centrale nucleare di Natanz, già obbiettivo di numerosi attacchi nell’ultimo decennio. Il complesso si trova a circa trenta chilometri dall’omonima cittadina di Natanz, è circondato da cannoni anti-aerei e rappresenta il più importante centro per l’arricchimento dell’uranio in Iran, contando circa 100.000 metri quadrati di superficie e 3800 centrifughe attive. L’incidente verificatosi alla centrale agli inizi di aprile, meno di un anno dopo l’ultimo tentativo di sabotaggio avvenuto nel luglio 2020, ha portato a danni ingenti. Secondo Alireza Zakani, capo del centro di ricerca del parlamento iraniano, quanto accaduto avrebbe, di fatto, eliminato le possibilità che l’Iran aveva di portare avanti il processo di arricchimento dell’uranio in tempi brevi. Ufficiali statunitensi hanno detto al New York Times che una grande esplosione avrebbe completamente distrutto il sistema di alimentazione interno della centrale e hanno stimato i tempi necessari per la riparazione dei danni in circa nove mesi. 

All’esplosione, i cui effetti hanno anche portato su un letto d’ospedale il portavoce dell’organizzazione iraniana per l’energia atomica (AEOI) Behrouz Kamalvandi, la Repubblica Islamica avrebbe risposto con un attacco missilistico partito dalla Siria ai danni del reattore nucleare israeliano di Dimona. Il missile, esploso a circa 30 chilometri dal reattore, non avrebbe causato vittime. 

Quello che ha fatto scalpore, però, è stata la mancata intercettazione dello stesso da parte dei sistemi aerei di difesa israeliani. Un esperto israeliano di tecnologie missilistiche, Uzi Rubin, ha affermato che il sistema di difesa di Israele, teoricamente, con la giusta preparazione, sarebbe in grado di intercettare attacchi simili, ma che sarebbe ai limiti delle sue capacità.

Utilizzare il condizionale per indicare i responsabili della vicenda è solo una convenzione, perché, nonostante l’Iran non abbia ufficialmente rivendicato la paternità dell’attacco, gli analisti sono convinti che ad azionare il missile siano state le forze filoiraniane presenti in Siria, anche considerando che lo stesso Israele, poco dopo l’attacco subito, avrebbe risposto con diversi lanci vicino alla città siriana di Dumair, nota proprio per la sua presenza di milizie filoiraniane e già bersaglio di altri attacchi israeliani in passato.

Tanti attacchi da una parte e dall’altra e senza esclusione di colpi. Perché, allora, non si è ancora arrivati ad un vero e proprio conflitto militare?

Le ragioni possono essere tante e tutte di estrema complessità, ma è facile comprendere perché l’Iran stia aspettando a vendicarsi in modo deciso per gli attacchi subiti nel corso del 2020 e nella parte iniziale del 2021. 

Dopo che Trump, nel 2018, ha abbandonato il JCPOA, le sanzioni economiche sull’Iran sono tornate in vigore, mettendo in ginocchio un tessuto produttivo già piuttosto fragile. L’economia iraniana, infatti, è attualmente quasi completamente chiusa al commercio con l’Occidente, specialmente per quanto riguarda la vendita di petrolio, risorsa di cui il Paese è ricco e su cui basava una parte sostanziale delle sue entrate. Nonostante Khamenei abbia affermato più volte che l’Iran sia riuscito a ricostruire la propria economia rapidamente ed efficacemente nonostante le sanzioni, il Presidente Rouhani e il ministro degli esteri Zarif stanno cercando di fare il possibile per riportare l’Iran all’accordo sul nucleare siglato nel 2015, dopo che nel 2018 e nel 2019 il PIL del Paese ha visto un drastico calo a causa delle neo applicate sanzioni. Con l’insediamento alla Casa Bianca di Biden, infatti, la possibilità di ritornare al JCPOA si è fatta più concreta e anche i firmatari europei, mai del tutto convinti della decisione del presidente Trump, hanno accettato di ricominciare i dialoghi, che sono ripresi a Vienna ad inizio aprile senza, però, gli Stati Uniti, ancora in una posizione incerta.

Ci si trova in un momento, dunque, molto delicato. Mentre, nell’ormai ultimo mese della sua presidenza, Rouhani sta facendo il possibile per rientrare nel JCPOA anche per salvare il ricordo del suo secondo mandato agli occhi degli iraniani, il Paese si prepara a delle elezioni presidenziali quanto mai importanti. Dal vincitore emergerà la linea politica persiana per il futuro: sarà un riformista come Rouhani a prevalere o un conservatore come Ebrahim Raisi, chierico sconfitto proprio da Rouhani nel 2017? 

Mentre l’Iran si prepara a decidere, Khamenei predica pazienza e, a Washington, ci si confronta su quale sia la via da seguire. Netanyahu, d’altro canto, ha le idee chiare: l’accordo non deve tornare in vigore, ma l’Iran non deve comunque poter disporre di armamenti nucleari. Per questo, mentre l’Iran è bloccato da un’economia in stallo, da una difesa carente e da una fase politica di incertezza, Israele sembra pronto a continuare la sua serie di attacchi mirati per ostacolare il più possibile le ambizioni iraniane. 

Se ci si chiedesse ora che cosa succederà, lo scenario più probabile sembrerebbe essere quello della diplomazia, con un ritorno totale del JCPOA e senza severe vendette iraniane nei confronti dell’America e dei suoi alleati. 

Nemmeno Israele avrebbe alcun interesse ad entrare in un conflitto armato al momento, specialmente considerando come la sua economia sia una delle più fiorenti a causa dell’impeccabile gestione della campagna vaccinale contro il COVID-19 nel Paese. 

Come sappiamo, però, la calma non è una costante di questa regione e chissà che l’Iran, qualora dovesse essere ulteriormente colpito da attacchi israeliani prima del ritorno in vigore del JCPOA, e magari con un nuovo presidente alla guida, non dovesse decidere di mettere la parola fine, con un atto di larga scala, all’ingerenza israeliana nella sua politica. 

L’appuntamento, dunque, è rimandato al 18 giugno a Teheran, data delle elezioni presidenziali, ma con una certezza. Comunque vada, Netanyahu non permetterà all’Iran di sviluppare armi nucleari. L’Iran sceglierà di far prevalere il benessere economico del Paese o la sua dignità nella regione? Qualunque sia la risposta, non ci resta molto da attendere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com