Il Gas nel Mediterraneo dell’Est: un Mare di Opportunità E Scontri

Il Mediterraneo Orientale è una zona calda per definizione. Le dispute fra i Paesi che si affacciano su quella fetta del Mediterraneo sono numerose: Turchia e Grecia, Israele e il mondo Arabo, Egitto e Turchia, l’isola di Cipro. Queste dispute si protraggono da lungo tempo, ma da una decina di anni a questa parte a svolgere un ruolo da protagonista è soprattutto il mare, che si è scoperto essere custode di preziosi giacimenti di gas. 

Nell’attesa che le energie rinnovabili diventino la fonte di sostentamento primaria per l’intero pianeta, il cosiddetto “oro blu” è la fonte di energia più a buon mercato (dopo il carbone) e meno inquinante, oltre ad essere stoccabile in quantità maggiori rispetto al petrolio. 

Va da sé che una risorsa così preziosa in un teatro fortemente instabile diventi causa di ulteriore attrito fra gli Stati dell’area. 

I giacimenti di gas finora scoperti in quella porzione del Mediterraneo sono in tutto una decina e rappresentano circa il 2% delle riserve mondiali: poco per essere rilevanti a livello globale, ma senza dubbio un’importante risorsa a livello regionale. 

La loro importanza dipende da diverse ragioni: la prima è la possibilità, per chi li possiede e li può sfruttare,  di affrancarsi almeno in parte dal  peso di Mosca, che al momento è il principale fornitore di gas dell’area, e senz’altro perché, in tempi di piena consapevolezza delle politiche green e dell’emergenza climatica, avere un bacino gasiero a pochi chilometri dalle proprie coste rappresenta un’opportunità per disporre di energia in modo più economico e meno inquinante. 

Ad aumentare il valore strategico della scoperta di nuovi giacimenti di gas metano nel Mediterraneo Orientale è anche la considerazione che noi Europei saremo costretti nel corso dei prossimi decenni ad importare meno gas dal Nord Africa non solo a causa della vertiginosa crescita demografica di paesi come Algeria, Tunisia, Marocco ed Egitto, ma soprattutto a causa dell’assenza di nuove scoperte di giacimenti in quei paesi (unica eccezione è l’Egitto che ha scoperto il giacimento offshore di Zohr, il più grosso giacimento gasiero del Mediterraneo). Vedremo arrivare meno gas anche dal Nord, poiché la Gran Bretagna ha da poco finito le sue riserve e da Paese esportatore sta diventando importatore; anche l’Olanda ha annunciato che entro il 2030 chiuderà il giacimento di Groningen, il più grosso d’Europa. Ciò sottolinea quanto sia importante la gestione dei giacimenti scoperti nel Mar del Levante.

In questo quadro, il 16 gennaio 2019 Egitto, Cipro, Grecia, Italia, Israele, Giordania e Autorità Palestinese hanno siglato il progetto EastMed che prevede la creazione di un gasdotto lungo 1900 chilometri che si estenderà dai giacimenti gasieri del Mar del Levante per dirigersi verso Cipro e Grecia, da dove poi si diramerà per raggiungere l’Italia e il Sud-Est Europa. La realizzazione è prevista entro il 2025 e avrà una portata di 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, pari al 10% del fabbisogno europeo. 

Il grande assente in questo progetto è la Turchia, ma la risposta di Erdogan non si è fatta attendere. Il Presidente turco ha dato il via ad un’escalation di mosse che hanno danneggiato il potenziale del progetto. Come prima cosa, in qualità di protecting-power della comunità turco-cipriota, Ankara ha impedito a varie compagnie internazionali (tra cui l’Eni) di compiere esplorazioni nei tratti di mare contesi con Cipro Nord dispiegando la Marina militare turca. Dopodiché la Turchia ha allargato il proprio perimetro di esplorazioni andando a compiere operazioni di ricerca nelle acque appartenenti alla Zona Economica Esclusiva (ZEE) di Cipro. Ankara agisce sulla base dell’interpretazione del diritto internazionale in materia di confini marittimi secondo cui le isole, in certe condizioni, non generano automaticamente ZEE. Al contrario, afferma l’esistenza di una piattaforma continentale che renderebbe la Turchia direttamente confinante con Libia ed Egitto. 

In quest’ottica rientra la disputa fra Grecia e Turchia circa l’isola greca di Kastellorizo della scorsa estate. Kastellorizo è una piccolissima isola di 500 abitanti situata all’estremità sud-orientale della Grecia, ad una distanza di un miglio nautico (meno di 3 kilometri) dalla terraferma turca. Grazie ai diritti che le conferisce la Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 sul diritto del mare, con Kastellorizo la Grecia potrebbe rivendicare la propria ZEE per 200 miglia nautiche attorno all’isola, ridimensionando in maniera consistente la ZEE della Turchia. Quest’utlima, nella persona del suo Presidente, rifiuta categoricamente l’idea che la Grecia possa godere di tali diritti e per rafforzare tale posizione l’estate scorsa ha avviato una missione per la ricerca di giacimenti di gas proprio nelle acque tra l’isola greca e la costa anatolica, facendo scortare le navi esplorative dalla Marina turca. Questo fatto ha provocato l’ira del governo greco e dell’Unione Europea, che hanno condannato l’azione turca; in aggiunta la Grecia ha inviato ulteriori contingenti militari sull’isola. 

Forte del sopracitato principio, ovvero l’esistenza di una piattaforma continentale per delimitare le proprie acque territoriali, nel novembre 2019 la Turchia ha siglato con il Governo di Accordo Nazionale libico (GNA) degli accordi che, in cambio del sostegno militare turco al governo tripolino, riconoscono ad Ankara uno spicchio di mare che incide sulla piattaforma continentale greca,  cercando di fatto di impedire la creazione del gasdotto EastMed, obbligato a passare in quel tratto di mare rivendicato dalla Turchia. 

Insomma, la tutto sommato modesta ricchezza di questa risorsa naturale nel Mediterraneo orientale rappresenta senza dubbio un’enorme opportunità per i Paesi che affacciano sul Mar del Levante e non solo, in termini di maggiore indipendenza energetica, costi più bassi e minor inquinamento. Considerazioni analoghe valgono anche per l’Europa e soprattutto per l’Italia, che, grazie alle sue aziende già così attive nella regione, può aumentare la propria rilevanza internazionale e garantire un maggior sviluppo economico per il Paese. 

Al contempo però questa importante risorsa può trasformarsi in una fonte di profonda divergenza e conflittualità, specialmente se, come in questo caso, la risorsa in questione è situata in una regione caratterizzata da un secolare equilibrio precario. Ne abbiamo avuto dimostrazione dalla Turchia, che negli ultimi tempi è stata capace di dimostrare la concretezza delle proprie ambizioni nel Mediterraneo a scapito di un’Europa troppo debole e disunita in politica estera. 

Nel prossimo futuro sarà fondamentale la creazione di EastMed come punto di partenza verso una rinnovata cooperazione internazionale pacifica non limitata solamente al tema dell’ energia. Il gasdotto non dovrà però risultare uno strumento creato con la finalità di escludere Ankara a qualunque costo, a maggior ragione vista l’attitudine del suo Presidente, che certamente userà ogni pretesto per creare scompiglio (nella migliore delle ipotesi) qualora si continuasse, da entrambe le parti, a non voler trovare un compromesso che tenga in considerazione gli interessi di tutti gli attori in gioco.

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