Classe Attack: Storia, Problemi e Sviluppi sui Futuri Sottomarini Australiani  

“L’Accordo del Secolo”; così era stato definito nel 2016 a Parigi il maxi-contratto da 50 miliardi tra la Royal Australian Navy e la società francese Naval Group, contratto che prevede la  costruzione e il varo di 12 nuovi sottomarini di classe Attack entro il 2030.  

Nei quasi 5 anni che sono trascorsi, però, nessun sottomarino è stato iniziato e i tempi di  consegna, che si fanno sempre più lunghi, lasciano pensare che il progetto sia destinato a naufragare. 

Proprio per evitare questo scenario, l’amministratore delegato di Naval Group, Pierre Éric  Pommellet, ha intrapreso di persona nei primi giorni di Febbraio una vera e propria missione  diplomatica in Australia, volta a incontrare le maggiori cariche dello stato per appianare le  divergenze e risolvere i problemi del progetto. 

Per comprendere al meglio le problematiche che hanno portato l’AD francese a viaggiare per 17.000 chilometri, ripercorriamo in breve la storia degli Attack. 

Nel 2016 il governo del Primo Ministro Malcolm Turnbull trova nella società francese il miglior  partner per implementare il programma “Defending Australia in the Asia Pacific Century: Force  2030” varato nel 2009, programma che prevedeva la sostituzione degli attuali 6 sottomarini classe Collins entro la fine del 2030 con un nuova classe di sottomarini. La commessa presentava delle  specifiche ben definite: innanzitutto, la produzione sarebbe dovuta avvenire presso lo Specialist Submarine Shipyard di Osborne, nel Sud dell’Australia, e la propulsione sarebbe dovuta essere di  tipo non-nucleare, ma comunque in grado di svolgere missioni a lungo raggio, specialmente di sorveglianza e intelligence. In aggiunta, il dislocamento a pieno carico pari ad almeno 4.000 tonnellate li avrebbe resi tra i più grandi sottomarini non nucleari al mondo, mentre la  capacità di lancio in immersione di missili da crociera sia antinave sia verso la terraferma li  avrebbe resi praticamente invisibili in ogni azione d’attacco. 

A partire dalla data della firma, però, numerosi ritardi, problemi tecnici ed economico-politici continuano a interporsi fra la Marina Reale Australiana e la possibilità di poter disporre e usufruire dei suoi 12  nuovi gioielli nei tempi prestabiliti. Quindi, è necessario analizzare le posizioni e il coinvolgimento delle due parti nell’accordo.

Per quanto riguarda il governo Australiano, è evidente che l’instabilità politica dei governi che si sono succeduti a partire dalla firma degli accordi con Naval Group ha inciso fortemente sul dialogo con i transalpini: l’impresa francese ha dovuto interfacciarsi con ben 15, ma soprattutto nuovi, interlocutori, fra cui 3 differenti Primi Ministri e ben 5 Ministri della Difesa. 

Inoltre, la richiesta del governo australiano di utilizzare in gran parte manodopera australiana per la realizzazione della commessa è fonte di numerose altre problematiche: la richiesta, avanzata con il solo fine di salvaguardare i posti di lavoro dei cantieri nazionali, non ha fatto altro che porre in secondo piano le implicazioni tecnico-militari ed economiche del progetto, portando così ad un lento ma costante aumento dei costi di costruzione. Per una  società francese, infatti, costruire dei vascelli militari fuori dai cantieri di proprietà comporta numerosi problemi di sicurezza, legati anche alla logistica di conoscenze, tecnologie e capitale umano, problemi che non fanno altro che aumentare le spese.  

La crescita degli investimenti necessari per completare il progetto è però imputabile solo in parte alle richieste australiane: diversi esperti hanno evidenziato che l’innalzamento dei costi del  progetto è dovuto principalmente a motivi di natura progettuale. Innanzitutto, bisogna prendere in considerazione il fatto che gli Attack australiani derivano dai Barracuda francesi, sottomarini alimentati da moderni propulsori nucleari. Questo particolare ha reso necessaria una costante  riprogettazione di intere sezioni del battello in quanto gli spazi e la struttura del  sommergibile erano stati concepiti per ospitare un impianto completamente diverso per  ingombri e specifiche (partendo dal rumore fino alle vibrazioni prodotte dall’impianto di  propulsione). Insomma, una progettazione da zero dell’intero scafo avrebbe sicuramente permesso un risparmio notevole di risorse.

Un secondo problema legato alla propulsione riguarda l’impiego di batterie piombo-acide per la  propulsione silenziosa in immersione: questa tecnologia presto sarà resa obsoleta  dall’implementazione di sistemi di batterie agli ioni di litio, che, rispetto a quelle ordinarie,  “risultano essere molto più efficienti dal punto di vista energetico, occupano meno spazio e  migliorano la capacità di navigazione subacquea nonché le manovre ad alta velocità rispetto alle  batterie convenzionali” .

Tuttavia, i problemi tecnici non terminano qui: tra le condizioni poste lungo l’iter di progettazione vi è l’obbligo che la statunitense Lockheed Martin si occupi dell’implementazione e della produzione dei sistemi di combattimento. Tale condizione pone non pochi problemi agli ingegneri francesi in quanto la conoscenza tecnica delle componenti americane è pressoché nulla, rendendo quindi difficile l’integrazione tecnica dei sensori e armamento francesi con i sistemi americani. 

Tutti questi inconvenienti hanno dunque inciso economicamente sul contratto: in origine (2016) i  costi preventivati da Naval Group si aggiravano intorno ai 50 miliardi di dollari, dopo 4 anni  il servizio di Ricerca della Biblioteca Parlamentare Australiana ha dichiarato che il costo dei 12  sottomarini “…è nell’ordine di 80-90 miliardi di dollari in uscita e la stima per il sostegno potrebbe  approssimativamente aggirarsi intorno a 145 miliardi…”. 

Per poter meglio comprendere queste cifre esorbitanti, ecco un termine di paragone: 6  sottomarini nucleari Barracuda, progenitori degli Attack, e prodotti sempre dalla stessa Naval  Group, hanno richiesto per lo stato transalpino un investimento totale di 10,42 miliardi per la loro costruzione e il primo sottomarino ad essere consegnato, impostato nel 2007, sarà presto pronto  ad operare già da quest’anno. Dati alla mano, la progettazione da zero di un Barracuda ha  comportato una spesa di 1,74 miliardi di dollari, mentre, secondo le stime odierne, un Attack  costerebbe almeno tra i 6,67 e i 7,5 miliardi di dollari. Proprio per quanto riguarda l’antieconomicità intrinseca del  progetto, Hugh White, Professore di Difesa e Scienze Strategiche della Australian National  University, ha sottolineato come sul mercato lo stesso lotto di sottomarini possa essere commissionato ad almeno la metà del prezzo originario che il governo australiano aveva  preventivato per l’acquisto. 

Ponendo infine l’accento sulla scelta di acquistare ben 12 sottomarini, un rapido confronto  con altre nazioni fa emergere numerosi aspetti interessanti e alcune incongruenze. Taiwan, nazione all’incirca con la stessa  popolazione dell’Australia e con certamente un livello superiore di minacce e necessità militari, ha tra le fila della propria marina “solo” 4 sottomarini. Per paragoni più vicini alla nostra realtà, si consideri che la Francia (più del doppio di abitanti e una dottrina militare sicuramente più aggressiva) ha 10 sottomarini (4 nucleari con missili balistici e 6 nucleari d’attacco) mentre l’Italia solamente 8 (tutti d’attacco a propulsione tradizionale). La scelta di acquistare un numero così alto di battelli è quindi difficilmente comprensibile e spiegabile. Infatti, in teoria, l’Australia deve solamente sostituire gli attuali 6 classe  Collins e, dato che non ci sono venti di guerra all’orizzonte o motivazioni particolari di espansione territoriale, non vi è apparentemente alcuna spiegazione per la decisione di raddoppiare la flotta.  

Nonostante tutte le problematiche evidenziate e stando alle ultime indiscrezioni della stampa  australiana, sembra che grazie al soggiorno di Pommellet la vicenda dei 12 Attack sia  giunta ad una svolta importante: si parla infatti di un parziale scioglimento dello stallo e del  raggiungimento di un nuovo accordo tra Parigi e Canberra. 

Innanzitutto, Naval Group si impegna a spendere almeno il 60% del valore (fissato a 70 miliardi di  dollari per impedire un’ulteriore oscillazione del costo) del contratto in Australia. In aggiunta, il  governo di Scott Morrison ha fissato per tutelarsi delle sanzioni nel caso in cui Naval Group non  tenga fede a quanto concordato, mentre in caso di ritorni economici per l’Australia, Naval Group riceverà degli incentivi. 

Per verificare la veridicità di questa indiscrezione si aspetta solo la firma del ministero della difesa, che, tuttavia, si farà attendere siccome il ministro, già coinvolta in uno scandalo, si trova  attualmente in malattia. 

L’incertezza continuerà comunque ad accompagnare ancora per molto il destino dei 12  sottomarini: dal momento della sigla del nuovo contratto alla consegna del primo vascello sono  previsti almeno una decina di anni e questo solo nel caso in cui i lavori per gli scafi vengano iniziati in tempi brevi senza incontrare complicazioni. Comunque, in molti concordano che per la natura intrinseca del progetto la Royal Australian Navy dovrà attendere ancora almeno fino al 2040. 

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