La Difesa Italiana e la Prospettiva di un Esercito Comune Europeo

L’Italia si trova attualmente al dodicesimo posto nel mondo e al quinto in Europa per spesa militare assoluta: stando ai dati del 2020, lo Stato vi ha destinato oltre 26 miliardi di euro (l’1,4% circa del PIL), di cui oltre 23 miliardi direttamente per il budget del Ministero della Difesa e il resto suddiviso fra gli altri Dicasteri, principalmente il Ministero dello Sviluppo Economico.

L’Italia spende, per l’acquisto di nuovi armamenti e per il mantenimento delle strutture e del personale militare, poco più della metà di quanto vi investono Paesi vicini come Francia e Germania. Quest’ultima è attualmente il Paese europeo che sta incrementando più rapidamente le proprie spese militari: tra 2018 e 2019 sono aumentate infatti del 10%. Anche l’Italia, dal canto suo, negli ultimi anni ha visto aumentare il budget per la difesa, con un tasso di crescita pari al 6% tra 2019 e 2020. 

Questa tendenza si spiega soprattutto in virtù delle pressioni dell’amministrazione dell’ex presidente degli USA Donald Trump, il quale ha richiesto un maggiore contributo alla NATO da parte degli alleati, di modo che la loro spesa militare raggiunga almeno il 2% del PIL per Stato (la spesa USA è invece pari a circa il 4% del PIL). 

La crescita della spesa militare italiana è stata trascinata sia dagli investimenti per nuovi sistemi d’arma provenienti dal Ministero dello Sviluppo Economico (questi ultimi ora pari a quasi tre miliardi di euro), sia dall’aumento dei fondi destinati all’acquisto di nuove armi collocati sul budget del Ministero della Difesa, che ora sfiorano i 6 miliardi di euro, segnando una crescita pari al 40% rispetto al 2019. 

Più della metà della spesa militare italiana è destinata alla remunerazione e al mantenimento del personale, quasi un terzo all’investimento totale in nuove armi (per ricerca, sviluppo e acquisto) e la quota restante è occupata dalla spesa di esercizio per le missioni internazionali (sostenuta in buona parte dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, per oltre un miliardo di euro).

Il Ministero della Difesa nasce nel 1947, sotto il terzo governo di Alcide De Gasperi, dalla fusione dei precedenti Ministeri della Guerra, della Marina militare e dell’Aeronautica, e da allora mantiene i compiti di sovrintendenza al coordinamento della difesa italiana. Ha sede a Roma in Via XX Settembre, a palazzo Baracchini. Al Ministero spetta il compito di gestire, supervisionare e riferire in Parlamento l’organizzazione e la gestione della spesa militare e lo stato attuale e gli sviluppi delle operazioni militari dell’esercito italiano e dei programmi difensivi nazionali. Il ministro della Difesa, attualmente Lorenzo Guerini, deputato PD, è anche cancelliere e tesoriere dell’Ordine militare d’Italia, nonché membro del Consiglio supremo della difesa, insieme anche al Presidente del Consiglio, ad altri ministri e al capo di Stato maggiore. 

Il consiglio supremo della difesa è un organo di rilievo costituzionale, istituito nel 1950 senza tuttavia una collocazione e un raggio d’azione ben precisi all’interno dell’ordinamento repubblicano. Ha la funzione di esaminare i problemi generali della difesa e di emanare direttive vincolanti per i suoi membri secondo le aree di competenza ed è presieduto dal Presidente della Repubblica. Dipende direttamente dal Ministero della Difesa lo Stato maggiore, al cui vertice viene posto il capo di Stato maggiore attraverso un Decreto del Presidente della Repubblica, dopo essere stato indicato dal ministro della Difesa e deliberato dal Consiglio dei ministri. 

Il capo di Stato maggiore dirige l’area tecnico-operativa del Ministero e da lui dipendono anche il Comando operativo di vertice interforze e gli altri alti uffici tecnico-operativi della Difesa e i vari capi di Stato maggiore delle forze armate. Parallelamente la struttura del Ministero prevede anche un Segretariato generale, a capo di una serie di uffici direzionali con mansione amministrativa, e un Centro alti studi per la difesa, responsabile dello studio di livello elevato della sicurezza e della difesa nazionale e dotato di un proprio Stato maggiore e di una serie di istituti subordinati. Presso il Ministero ha sede anche il Consiglio della magistratura militare, con competenza analoghe a quelle del Consiglio Superiore della Magistratura per la magistratura ordinaria; dal Ministero dipendono infine tutti i magistrati e le procure militari.

Le forze armate italiane contano su quattro componenti principali e diversi corpi particolari e ausiliari. L’Esercito è l’arma che raggruppa le forze di fanteria con relativi carri armati, veicoli e artiglieria di vario genere. I suoi effettivi ammontano a circa 100.000 uomini. Dispone anche di una specialità che racchiude tutte le forze aeree destinate al supporto diretto della fanteria, ovvero l’Aviazione dell’Esercito. 

Fino al 2000 anche l’Arma dei Carabinieri rientrava fra i corpi dell’Esercito, ma con il decreto legislativo n.297 è stata trasformata in una forza a sé stante: risulta dunque la forza armata di creazione più recente pur essendo l’arma più antica in servizio allo Stato italiano, nonché la più numerosa, con circa 110.000 unità. L’Arma, tuttavia, fa anche parte delle forze di polizia nazionale e svolge soprattutto una funzione di sorveglianza e di mantenimento dell’ordine pubblico: dipende dal Ministero della Difesa solo per le mansioni militari, mentre fa capo a quello dell’Interno per quelle di pubblica sicurezza. Analogamente, gli oltre 60.000 uomini della Guardia di Finanza, corpo di gendarmeria delle forze armate, possiedono compiti sia di polizia militare (per cui dipendono dal Ministero della Difesa) sia di polizia ordinaria con competenza generale in materia economico-finanziaria (per la quale dipendono invece dal Ministero dell’Economia e delle Finanze). 

La terza forza armata è la Marina militare, a cui sono affidati la difesa e il controllo delle acque territoriali italiane; il suo personale ammonta a 30.000 effettivi, in costante riduzione da tempo a seguito della revisione della spesa pubblica dopo la crisi globale del 2008. In generale, tutte le forze armate stanno attraversando un processo di razionalizzazione della propria struttura e della propria gerarchia, con conseguente riduzione del personale a vantaggio di una maggiore efficienza e funzionalità della truppa e dei reparti. Come l’Esercito, anche la Marina dispone di un proprio corpo di Aviazione. 

L’Aeronautica militare, da ultima, è la forza armata destinata esclusivamente alle operazioni aeree, e conta su più di 40.000 uomini. 

A ciascuna forza armata si aggiunge una quota di membri civili in servizio e riservisti. Tutte, inoltre, dispongono di un proprio Stato maggiore e di un proprio comando per le forze speciali, coordinate dal Comando interforze per le operazioni delle forze speciali. 

Rientrano nelle forze armate anche tutti i corpi ausiliari preposti all’assistenza sanitaria delle stesse, quali il Corpo militare della Croce Rossa Italiana, il Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana e il Corpo militare dell’ACISMOM. 

Le forze armate italiane sono impegnate in tutto il mondo sotto diverse insegne. Con la NATO opera in Afghanistan (dal 2001 contro i talebani), Turchia (Operazione Active Fence) e Kosovo (con la Kosovo Force dal 1999); con l’ONU in Libano (con l’UNFIL ormai dal 1978) e Sahara Occidentale (missione di pace MINURSO); con l’UE in Mali e Somalia, col programma EUTM per lo sviluppo delle istituzioni preposte alla difesa e alla sicurezza nei Paesi locali (in Somalia anche con l’Operazione Atalanta contro la pirateria). Truppe e mezzi italiani sono presenti anche in Kuwait e Iraq all’interno della Coalizione internazionale anti-Isis. Attraverso la MIASIT, seguita all’operazione di addestramento COORTE, l’Italia fornisce supporto e assistenza alle forze del Governo di Accordo nazionale libico, oltre a collaborare con la Marina e la Guardia Costiera libica per contrastare l’immigrazione illegale e il traffico di esseri umani nel Mediterraneo.

Complessivamente, in 21 diversi Paesi diversi, l’Italia dispiega circa 8.600 uomini, 1.400 mezzi terrestri, 60 velivoli aerei e 20 unità navali. Il costo annuo della presenza militare italiana all’estero e delle missioni internazionali ammonta a 1,3 miliardi di euro.

In Europa da decenni si parla di costituire programmi di difesa ed esercito comuni. Proprio per il suo ruolo di Paese fondatore, l’Italia è stata fin dagli albori della CECA tra gli Stati più propensi ad unire le forze, anche militari, con gli alleati europei per costruire una nuova potenza in grado di fronteggiare in tutti i sensi le sfide del tempo.

Un primo tentativo fallì completamente negli anni Cinquanta: all’epoca della Guerra di Corea, temendo la possibilità di un’invasione sovietica dell’Europa occidentale, la CECA propose l’istituzione della Comunità europea di difesa (CED), un progetto di collaborazione militare che avrebbe incluso anche la Germania, fortemente sostenuto da Alcide De Gasperi e dal primo ministro francese René Pleven. La CED sarebbe stata composta da 6 divisioni, sotto il comando della NATO. Proprio il parlamento francese, tuttavia, nel 1954 non approvò la costituzione della Comunità politica europea (CPE), l’organismo preposto al controllo del futuro esercito europeo; questa mancata ratifica prima bloccò e poi fece naufragare l’intero progetto, anche a causa  del venir meno di minacce immediate di invasione sovietica per via della morte di Stalin. 

Effettivamente oggi esistono una Politica di sicurezza e difesa comune europea, che tuttavia è ben lungi dal costituire l’embrione di una difesa unica europea: le sue funzioni, nell’ambito della Politica estera e di sicurezza comune, si limitano al coordinamento delle attività militari e diplomatiche comunitarie, al fine di rafforzare l’influenza e la capacità d’intervento dell’Unione e il suo ruolo all’interno delle grandi crisi internazionali. Inoltre, esistono corpi come gli EU Battlegroups, reparti armati di pronto intervento da uomini di tutte le nazionalità europee.

Ogni Stato è fondamentalmente autonomo in termini di organizzazione, struttura e budget per la propria difesa, e sovente il raggio d’azione della politica comunitaria di difesa è limitato o prossimo a quello della NATO, con cui collabora e sulle cui strutture spesso si basa per la conduzione delle operazioni che la vedono protagonista.

La necessità di un esercito e una difesa comuni è stata rilanciata e fermamente sostenuta, in tempi recenti segnati da un nuovo aumento della spesa militare dei Paesi europei, dal governo francese (in particolare dal ministro degli Affari europei Beaune e dallo stesso Presidente Macron) e dall’SPD. La Commissione europea, in tal senso, ha deciso di stanziare, per il settennato 2021-2027, 22,5 miliardi di euro, contro i 3 miliardi del precedente settennato.

La nascita di un unico esercito europeo costituirebbe, con ogni probabilità, uno dei passi decisivi (e proprio per questo, più difficili) per la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa. Un eventuale esercito europeo vanterebbe complessivamente 1,5 milioni di effettivi e un budget intorno ai 300 miliardi di euro (meno della metà di quello statunitense). Inoltre, l’unificazione e la standardizzazione delle sfere di comando, del personale e dei modelli d’arma europei e le altre economie di scala derivanti dalla fusione degli eserciti porterebbero, secondo le più recenti stime, a un risparmio di quasi 26 miliardi rispetto alla somma dei bilanci di difesa dei singoli Stati, oltre ad agevolare e velocizzare la capacità di decisione e di intervento da parte delle forze armate europee. 

La necessità di unire le difese UE si spiegherebbe, oltre che come passaggio chiave del processo di integrazione europea, non solo come mezzo per aumentare sensibilmente la forza e l’influenza dell’Unione a livello globale di fronte all’ascesa di nuove potenze come Cina e India, ma anche per porre fine o quantomeno un limite al subordinamento europeo, nello scacchiere mondiale, agli USA. 

Se ancora sussiste in Europa l’intenzione di guadagnare o perlomeno mantenere un peso geopolitico importante, è inevitabile che prima o poi si debbano riconsiderare gli attuali rapporti con gli Stati Uniti, eredità della Guerra Fredda. Questa potrà senza dubbio riproporsi utile, se non vitale, nell’ottica di uno scontro con il gigante cinese. In più, negli ultimi anni si è chiaramente delineata per l’Unione la necessità di rafforzarsi sotto ogni punto di vista per essere preparata, qualora venisse meno il supporto dello storico alleato o questo diventasse improvvisamente ostile, come accaduto durante la presidenza Trump. 

Infatti, il proseguo dell’integrazione europea dopo la caduta del Muro di Berlino è divenuto fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti, che temono le potenzialità di un’Europa unita a pieno titolo. A maggior ragione, questo dovrebbe spingere l’Unione ad accelerare la corsa verso gli Stati Uniti d’Europa per prevenire gli effetti di una futura e più sistematica ostilità americana.

Questi propositi, tuttavia, ad oggi si scontrano con una realtà dei fatti che rende pressoché impossibile la realizzazione di un esercito comune non solo nel breve termine, ma anche nel lungo periodo. 

Due anni fa la Corte dei Conti europea ha bocciato nettamente ogni velleità di unificazione delle forme armate UE, giudicandole economicamente poco convenienti e geopoliticamente prive di rilevanti o indispensabili impatti strategici. Per essere istituita, una difesa comune richiederebbe molto tempo, una solida continuità nel progetto e nelle intenzioni degli Stati aderenti e una scelta forte della direzione che l’UE dovrà prendere nel futuro, elementi in assenza dei quali la sua costituzione potrebbe rivelarsi lunga, impervia e probabilmente fallimentare. 

Una difesa unica europea agevolerebbe certamente le operazioni in cui gli Stati membri partecipano sotto le insegne UE, ma rischierebbe di duplicare inutilmente ruoli e funzioni già assunti dalla NATO, associati anche a notevoli costi per unificare le strutture dei singoli Stati e costruire tutto l’apparato di cui avrebbe bisogno per funzionare. 

Sopra ogni altra cosa, creare un esercito europeo richiede un assoluto consenso che l’UE, in questo momento, non ha e potrebbe non avere mai. Si tratterebbe di una pesante cessione di sovranità, verso cui non tutti gli europei potrebbero essere ben disposti, considerando quanto altre cessioni di sovranità già oggi risultino non sempre gradite. In questo senso, il corso della storia dell’Unione è stato fortemente segnato dalla Brexit. Essa, pur avendo portato all’uscita di uno Stato membro mai completamente partecipe dell’Unione, in primis ha sdoganato il tabù dell’uscita dall’UE e, in secundis, in ottica militare, ha privato l’Unione di un partner che avrebbe potenzialmente contribuito a una quota considerevole dell’esercito europeo. Inoltre, le divergenti opinioni dei vari partiti, nazionali ed europei, sul futuro dell’Unione non aiutano a tracciare una strada precisa e solida per ulteriori decisivi sviluppi dell’integrazione europea.

Un’analisi fredda, al di là di ideologie ed utopie, alla fine sembrerebbe rivelare che un esercito unico europeo è un’idea ben lungi dal divenire realtà, considerando anche che nel breve e nel medio periodo l’Europa di oggi avrà molte e ben altre emergenze e necessità da fronteggiare. Attualmente, con tanti affanni e priorità più incalzanti, un esercito comune europeo non risulterebbe una spinta o un elemento rafforzativo per l’Unione, ma solo un lusso che non può permettersi.

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