Guantanamo: il Prolungato Shock della Democrazia Americana

Gli Stati Uniti d’America hanno superato il Novecento senza subire le prolungate offensive sul territorio che l’Europa ha invece visto durante -e non solo- le Grandi Guerre. La garanzia di tranquillità a cui questa esperienza pareva indirizzare si spezza in una data che ha segnato le dinamiche internazionali per i decenni a venire. Con gli attentati del 9/11 la sicurezza della patria e in patria viene a mancare. 

Effetto dello shock psicologico in cui sprofonda l’intera comunità è la reazione immediata e particolarmente dura verso quelli che sono considerati i responsabili.

Lo shock, che abbiamo definito come insito a livello sociale, attacca anche la lettera costituzionale che viene piegata per adattare la disciplina di emergenza politica (e cioè la guerra) a qualcosa che guerra non può essere. Pur dando alla risposta attuata i caratteri tipici del conflitto di cui sopra (e ci riferiamo nello specifico alla guerra contro l’Afghanistan dichiarata il 7 ottobre 2001), i soggetti contro cui si lotta difficilmente hanno a che fare con un esercito disciplinato e gerarchicamente organizzato. I cosiddetti “enemy combatants” sono una categoria creata ad hoc, e per questo problematica: non possono essere fatti risalire alla fattispecie dei nemici di guerra della Convenzione di Ginevra e non sono quindi, una volta catturati, tutelati da questa; non sono neppure cittadini americani e per tanto sembra assolutamente impossibile, nei primi anni dell’era 9/11, che siano protetti dalle tutele costituzionali e penali-processuali americane.

I prigionieri catturati in Afghanistan o in altre parti del mondo perché affiliati ad Al Qaeda sono perciò scomodi e una delle soluzioni adottate dalla presidenza Bush è l’istituzione, l’11 gennaio 2002, di un campo di detenzione nella base navale americana di Guantanamo Bay. Dalla sua apertura a oggi è ancora difficile ricostruire quali dinamiche possano esservi ricondotte e molte inchieste giornalistiche sono cadute nel vuoto aperto del segreto militare.

Quello che però è emerso a livello di conoscenza civile si deve soprattutto ai casi in merito portati all’attenzione delle corti americane e, in particolare, della Corte Suprema. 

Tutti i cosiddetti “casi Guantanamo” si soffermano sui difficili rapporti tra poteri, in particolare quello esecutivo (rappresentato dalla presidenza e dall’amministrazione Bush) e il potere giudiziario (intendendo questo come attribuito sia alle corti federate sia alle corti federali). Questa dicotomia va poi ad aggiungersi al noto binomio libertà-autorità -qui notevolmente messo alla prova-, ma anche alle possibili tensioni tra diritto nazionale e trattati internazionali tra cui la già citata Convenzione di Ginevra.

La fonte del diritto su cui si basa la nascita di Guantanamo è l’Authorization for the Use of Military Force, una risoluzione del 18 settembre 2001 con la quale il Congresso autorizza il Presidente a utilizzare “all necessary and appropriate force” per portare avanti la War on terror. Questa disposizione, di cui possiamo prevedere l’ampiezza già nella formulazione del suo titolo, vedrà i propri margini ancora più allargati dall’utilizzo concreto che di essa viene fatto. 

Il campo di Guantanamo, infatti, non solo utilizza tecniche di interrogatorio definite “enhanced”, “migliorate” (pur comprendono spesso torture fisiche e psicologiche), ma le applica contro terroristi dichiarati e non, e quindi anche contro tutti coloro che erano stati catturati nelle zone di guerra. Questo trattamento, oltre a valicare le tutele ai diritti umani internazionalmente riconosciute, aggira anche il diritto penale nazionale che prevede l’imposizione di una pena solo dopo un giusto processo.  

Le corti americane non intervengono subito in materia anche perché la visione comune (e appoggiata dall’esecutivo) è quella di considerare la base di Guantanamo come non soggetta alla giurisdizione americana: territorialmente a Cuba, non si ritiene sottoposta alla sovranità degli USA. 

Questa prospettiva viene ribaltata nel caso noto come Rasul v. Bush. L’attore, Rasul, non è un cittadino americano e, in virtù della sua catalogazione a nemico combattente, è sottoposto a detenzione. La Corte Suprema, chiamata a decidere il caso, opera un giudizio sottile nel quale distingue “ultimate sovereignity”, ovvero la formale sovranità che detiene Cuba, e “complete jurisdiction and control”, che corrisponde all’effettivo controllo americano. 

Nello stesso giorno (28 giugno 2004) viene decisa la causa Hamdi v. Rumsfeld, nella quale Yaser Esam Hamdi, cittadino americano, lamenta la detenzione come “unlawful enemy combatant“. La Corte analizza l’applicabilità del diritto internazionale e delle garanzie costituzionali (siamo qui alla dicotomia diritto nazionale-internazionale della quale si parlava in apertura) e decide che, se anche non si possono applicare le Convenzioni di Ginevra, rimane totalmente applicabile il diritto costituzionale americano con particolare attenzione alle garanzie dell’habeas corpus e del giusto processo. 

Con le due sentenze analizzate la Corte Suprema prende una forte posizione nei riguardi dell’esecutivo, non concedendogli quello che di fatto il Congresso aveva già concesso: un “assegno in bianco” (così è stato definito da molti giuristi) al Presidente.

La risposta del Congresso non tarda ad arrivare e, il 30 dicembre 2005, viene approvato il Detainee Treatment Act nel 2005. Con questo testo si sancisce la mancata giurisdizione delle corti Federali sui casi di habeas corpus che derivano dalle detenzioni di Guantanamo.

Non cessano, però, i ricorsi da parte dei detenuti. Appiglio interpretativo è la mancanza di chiarezza sull’irretroattività o meno del Detainee Treatment Act: la corte, interpretando l’atto come non retroattivo decide il caso Hamdan v. Rumsfeld (deciso il 29 giugno 2006). Ad Hamdan, l’autista di Bin Laden, la corte concede l’applicazione non solo del diritto nazionale, ma anche degli articoli che riguardano i conflitti armati delle Convenzioni di Ginevra. In particolare, ci riferiamo all’articolo 3 in materia di conflitti armati non internazionali che impone una serie di divieti tra cui quello al processo senza capo d’accusa e delle garanzie minime in tema di giusto processo.

La sentenza chiarisce come anche l’esecutivo sia tenuto a conformarsi alla “rule of law” (le regole che costituiscono l’essenza di uno stato democratico) e lo debba fare anche in situazioni emergenziali.

Non è però questa la parola finale in quanto, nell’ottobre del 2006, il Congresso approva il Military Commissions Act con il quale valida quanto fatto precedentemente dalla Supreme Cort, ma dispone le precedenti norme del Detainee Treatment Act anche in via retroattiva. 

L’ultimo caso che merita la nostra attenzione è Boumediene v Bush nel quale il ricorrente non solo presenta il ricorso di habeas corpus, ma contesta la costituzionalità del Military Commissions Act. La verifica di conformità alla costituzione che opera la Corte Suprema ha un risultato molto diviso, ma, con 5 voti a 4, è riconosciuto incostituzionale l’Act nella parte in cui legittima che le commissioni militari possano dare luogo alla detenzione di un soggetto senza permettergli il ricorso davanti a una corte federale. Viene dato così modo alle Corti federali di pronunciarsi sui casi Guantanamo senza ricorrere ogni volta alla Corte Suprema. 

Dopo l’era Bush la legittimità a esistere del campo di prigionia di Guantanamo è stata più volte contestata anche in ragione della conclusa, seppur estesa, durata temporale dello stato di emergenza.

Barack Obama, nella propaganda che lo accompagna al suo primo mandato, esprime fermamente la volontà di chiudere il campo di Guantanamo Bay (definito “legal black hole”) e destinare i detenuti (il cui numero non è stato mai accertato) alle carceri nazionali. Il 22 gennaio 2009, il secondo giorno di presidenza, Barack Obama emette un executive order volto a chiudere la prigione di lì a un anno. L’iniziativa, portata avanti dopo la sua elezione, viene però fermata dallo stesso Congresso, l’organo che è definito “la pancia dell’America” e che molto probabilmente afferma la volontà degli stessi cittadini americani di non voler chiudere Guantanamo, simbolo di una strenua difesa al territorio patrio e di una ferita, quella del terrorismo, non ancora rimarginata.

La volontà di abbandonare il campo è però di matrice non solo ideologica e strategica (Guantanamo alimentata fortemente la propaganda jihadista): il costo di gestione di questo nell’ultimo anno dell’amministrazione Obama è stato di 445 milioni di dollari. 

Il successore di Obama, Donald Trump, al contrario, non ha mai nascosto le sue simpatie per la detenzione cubana e si esprime a favore anche durante le midterm election del 2018, nel quale dichiara, tramite l’ammiraglio responsabile del centro John Ring, che il campo è destinato a durare almeno altri venticinque anni.

Contrapposta a questa visione c’è l’idea del neoeletto Joe Biden che già durante la presidenza Obama si era espresso, seppur timidamente, in favore della chiusura di Guantanamo.

Le prime pronunce formali, però, arrivano il 12 febbraio 2021, quando la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki definisce la chiusura di Guantanamo “our goal and our intention”. A provocare un risveglio nelle coscienze dei democratici è stata molto probabilmente la denuncia da parte delle Nazioni Unite l’11 gennaio 2021, diciannovesimo anniversario dall’apertura.

Nella conferenza stampa in questione si può perciò leggere la spinta a una revisione ufficiale della prigione militare sul modello tracciato da Obama. 

La stessa linea è stata presentata il 22 gennaio 2021 durante l’hearing di conferma del Segretario alla Difesa Lloyd Austin, che ha suscitato la scrittura di un memorandum di rimprovero presentato da sette membri della Camera dei Rappresentanti, tutti repubblicani e tutti veterani di guerra.

Se la volontà è dichiarata, quello che risulta difficile da prevedere è se questa iniziativa possa abbattere gli ostacoli politici e sociali che già Obama aveva incontrato.

In ogni caso, una revisione di questo tipo si dovrebbe focalizzare, secondo gli esperti, sul rimpatrio dei detenuti o sulla loro estradizione in altri paesi. Un ulteriore passo potrebbe essere il ripristino di un posto dedicato a Guantanamo nello State Department, carica prevista da Obama e poi eliminata da Trump che potrebbe aiutare a negoziare i trasferimenti dei detenuti con altri paesi.

Terzo passo che si prevede è l’introduzione di processi di libertà condizionata per determinare se i soggetti sottoposti al regime Guantanamo sono ancora pericolosi in suolo americano.

Tuttavia l’emergenza sanitaria (e quindi economica) è la maggiore priorità nei primi mesi del 2021 e quindi nei primi mesi della presidenza Biden, il che fa pensare sia difficile vedere Guantanamo tra le priorità dell’inquilino della Casa Bianca nel prossimo futuro.

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