CAI: l’Accordo tra l’Europa democratica e la Cina autoritaria

Lo scorso 30 dicembre, l’Unione Europea e la Cina hanno annunciato il “Comprehensive Agreement on Investment” (CAI): un accordo bilaterale di reciproci investimenti. L’idea dell’intesa nasce nel novembre del 2013 di fronte ad una continua crescita del volume di scambi commerciali e d’investimento tra le due potenze. Basti pensare che, secondo l’Eurostat, solo nel 2019 l’UE ha esportato beni per 198 miliardi in Cina e importato beni per 362 miliardi dalla Repubblica Popolare con un interscambio totale di 560 miliardi di euro. La pandemia da Covid-19 non arresta minimamente l’andamento dei dati, perché vede nei primi dieci mesi del 2020 uno scambio di 477 miliardi di euro che, rapportati allo stesso lasso di tempo dell’anno precedente, corrispondono ad un aumento del 2,2%.  Se l’Unione Europea vede l’accordo dopo i 35 round negoziali da un punto di vista prettamente economico, i vantaggi che la Repubblica Popolare Cinese vede sono invece di carattere geopolitico. I punti di incontro però saranno sicuramente su nuove opportunità, trasparenza, sviluppo sostenibile e un clima più disteso tra Cina e Occidente.

L’Unione Europea è sicuramente mossa dalla necessità di ripresa economica post-pandemia. L’incontro è avvenuto in video collegamento e, insieme al presidente cinese Xi Jinping,  partecipavano: la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, la cancelliera tedesca Angela Merkel e con grande sorpresa dell’Italia, il presidente francese Emmanuel Macron. Da parte sua, l’Europa ha mantenuto le condizioni vigenti in settori chiave come energia, agricoltura, pesca e servizi pubblici e ha ottenuto nuove condizioni di accesso al mercato cinese e l’eliminazione di restrizioni su capitali e requisiti di joint venture in settori come la salute pubblica, veicoli energetici, servizi ambientali. Per la prima volta con questo accordo, le imprese europee possono accedere al mercato cinese senza quelle limitazioni che favorivano  solo le imprese nazionali.

La Repubblica Popolare Cinese vede il CAI a  poco più di un mese dalla firma del RCEP, il Regional Comprehensive Economic Partnership con 14 Paesi tra Asia e Pacifico avvenuto lo scorso 15 novembre. Questo nuovo rapporto con le democrazie europee mette Pechino in una significativa posizione anche in Occidente. Questioni come l’autonomia di Hong Kong, le minacce a Taiwan, l’oppressione della minoranza musulmana degli Uiguri in veri e propri campi di concentramento, l’uccisione di truppe indiane e le sanzioni contro l’Australia non sembrano aver intaccato l’attrattività economica della Cina.

Uno dei principali ostacoli per la conclusione dell’accordo è il mancato rispetto dei diritti umani da parte del regime cinese, sempre condannato dal Parlamento europeo. Quest’ultimo aveva già abolito il commercio di prodotti che avessero a che fare in qualche modo con il lavoro forzato, in riferimento soprattutto ai campi di detenzione della minoranza Uigura. Dal 2014 in tutto lo Xinjiang, infatti, il Partito Comunista Cinese ha condannato migliaia di Uiguri alla rieducazione costringendoli ai lavori forzati, a rinunciare all’Islam, a imparare il mandarino, a cantare lodi e giurare fedeltà al comunismo. Il Parlamento europeo ha votato una risoluzione affinché il CAI includesse un impegno da parte della Cina nel rispettare le convenzioni internazionali contro il lavoro forzato. Pechino promette di osservare tali condizioni, ma permane comunque lo scetticismo europeo e non. D’altronde, la Cina ha già ignorato l’accordo con il Regno Unito che garantiva l’autonomia di Hong Kong e ha già imposto tariffe all’Australia violando il loro accordo commerciale.

Ripercorrendo i quattro anni di amministrazione Trump, che hanno modificato i tradizionali rapporti della politica estera americana, può essere comprensibile il punto di vista dei vertici europei: di fronte a una pandemia, una sempre più accentuata debolezza sullo scacchiere mondiale, un’eterogeneità di leadership interne cercano di trarre più benefici possibili dall’imminente slancio dell’economi cinese. Il neoeletto presidente americano Joe Biden ha accusato i leader europei di agire autonomamente escludendo gli Stati Uniti dalle consultazioni e, dopo la guerra commerciale avviata da Donald Trump nei confronti della Cina, vuole risolvere le controversie con l’aiuto delle altre democrazie. A loro difesa, i vertici europei sostengono che gli accordi fatti con la Repubblica Popolare Cinese siano simili a quelli fatti dagli Stati Uniti con la stessa nell’accordo “di prima fase” del dicembre 2019. Bruxelles sostiene che ha solo dimostrato una “strategica autonomia” dal momento che gli Stati Uniti non hanno a loro volta coinvolto l’Europa nel proprio accordo con la Cina.

Questa intesa non è altro che la reazione dei leader europei alla sostituzione della Cina agli Stati Uniti nel ruolo di prima potenza mondiale. Vedere sullo stesso schermo Ursula von der Leyen, Charles Michel, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Xi Jinping sorridere insieme ha inevitabilmente smosso gli europei e non solo. D’altra parte, non ci si può aspettare che l’Unione Europea si auto-escluda dai nuovi mercati globali, nonostante le evidenti differenze valoriali e politiche.

Gli stessi leader europei non hanno trovato grandi difficoltà nel mostrarsi in profondo turbamento contro Donald Trump lo scorso 6 gennaio durante l’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori repubblicani, ma spesso non sono stati così pronti a condannare gli abusi cinesi. Risulta, infatti, facile indignarsi di fronte un leader democratico decadente, ma non affatto nei confronti di una potenza autoritaria in piena crescita. Senza un avanzamento comune da parte delle democrazie mondiali nei confronti della Cina, l’Europa ne subirà significative conseguenze e sarà sempre più vulnerabile. Resta l’enorme dubbio sul rispetto da parte della RPC degli accordi specie sul lavoro forzato e sono ancora tutte da vedere le iniziative americane una volta insediatosi il leader democratico Joe Biden alla Casa Bianca.

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