Eredità Politica e Sociale della Perestrojka

Aprire “Guerra e Pace” di Tolstoj e riconoscere alcune parole in russo non vuol dire capire quello che c’è scritto. Allo stesso modo, quando si discute di politica estera internazionale uno dei maggiori rischi che si possano correre è senz’altro quello di seguire un approccio semplicistico e superficiale, che comporta numerose distorsioni nell’interpretazione ed analisi degli eventi storici. Quando si tratta di affari di politica interna, invece, l’ostacolo principale non è tanto la lettura facilona che divide il mondo in bianco e nero, quanto l’incapacità di comprendere di cosa si stia parlando.

Tenendo questo a mente, per capire meglio la Russia di oggi è indispensabile analizzare il periodo della Perestrojka, cioè il processo di riforme politiche e cambiamenti radicali che hanno impegnato l’URSS dalla seconda metà degli anni ‘80. Oltre alla fama di cui gode tutt’oggi a livello internazionale, tutti la abbiamo studiata a scuola e sappiamo elencarne i principali componenti. Ma poche volte capita di avere l’occasione di inquadrare questo processo nel contesto sovietico e di capirne le implicazioni. Per prima cosa bisogna tenere a mente che non si è trattato di un processo ‘importato’ dall’estero, ma, al contrario, è nato e si è sviluppato all’interno del contesto sovietico. La necessità di un cambiamento era da tempo avvertita da una parte consistente dell’élite politica e dell’intellighenzia, nonché dalle coscienze politiche dei cittadini più attivi, stanchi della stagnazione e dell’invadente gerontocrazia nella leadership del paese. Questo implica necessariamente che nel 1985 in diversi strati della società sovietica era fortemente radicata non solo la constatazione della mancanza di prospettive della classe dirigente di allora, ma anche la forte convinzione della necessità di un cambiamento. Per queste ragioni le riforme appartenenti a questo pensiero politico sono state correttamente associate ad un nuovo modo di pensare, i cui principali pilastri sono stati la privatizzazione di molti settori economici statali, la libertà di informazione, la riduzione del controllo militare e politico sui Paesi dell’Est ed i trattati con gli Usa per il disarmo dei missili.

Un pilastro della Perestrojka è stata la cosiddetta Glasnost, termine che si potrebbe tradurre come ‘trasparenza’ con il significato di ‘dominio pubblico’. Con Glasnost ci si riferisce all’insieme di quelle politiche che hanno attuato un’estesa circolazione dell’informazione nell’Unione Sovietica. Fu anche un modo per incentivare la trasparenza tra i ranghi politici e invitare al dibattito aperto sulle difficoltà dell’Unione. L’intento di Gorbaciov era quello di sradicare una lunga e dolorosa tradizione di subordinazione del dibattito pubblico su temi importanti alla propaganda e la retorica. Al contrario, con Glasnost l’attenzione pubblica iniziò a focalizzarsi sulla carenza di alimenti e di alloggi, sull’alcolismo, sull’alto tasso di mortalità del paese e si iniziò altresì a fare i conti con il doloroso passato stalinista.

Per queste ragioni le riforme appartenenti a questo pensiero politico sono state correttamente associate ad un nuovo modo di pensare, e questo si traduceva sia in uno sguardo critico nei confronti delle condizioni della società, sia nella realizzazione delle necessità primarie di un popolo pressoché devastato. Incentivare la trasparenza nel dibattito pubblico diffuse inoltre l’idea che il potere fosse unicamente un mezzo per garantire le condizioni per uno stabile sviluppo e crescita della società, una concezione di potere fino a quel momento assente dalla coscienza popolare sovietica. In effetti è bastato questo per fomentare in quegli anni il dibattito pubblico e la concorrenza politica all’interno del paese.

Nonostante l’iniziale entusiasmo verso le nuove riforme, già negli anni ’90 la valorizzazione dell’eredità positiva della Perestrojka iniziò a sgretolarsi. Uno degli sviluppi interni è stato poi il tentato colpo di stato in agosto 1991 per mano delle fazioni opposte al rinnovamento, interrompendo il trattato di alleanza tra le varie repubbliche dell’URSS e portando al rafforzamento del separatismo delle élite repubblicane, che miravano ad ottenere il pieno controllo sui fondi finanziari delle repubbliche e alla cessazione dell’Unione.

A questa prima scissione va affiancata la sostanziale liquidazione di qualsiasi concorrenza politica e la creazione di barriere per la partecipazione attiva dei cittadini al panorama politico (da notare, ben prima dell’arrivo di Putin), riducendo progressivamente il dibattito pubblico, oltre al passaggio di tutte le principali piccole e medie imprese sotto il controllo statale. Tutto questo portò negli anni successivi alla drammatica diminuzione di un attivismo politico da parte della popolazione, motivo per cui spesso ci si riferisce alla Perestroika come ad una ‘mancata rivoluzione’.

Il conflitto civile successivo alla crisi costituzionale dell’ottobre 1993 e la guerra cecena iniziata nel 1994 spinsero l’opinione pubblica verso il desiderio di un ritorno ad uno stato autoritario che mettesse ordine con mano dura nel paese.

A preoccupazioni sociali si aggiunse il default dell’agosto 1998, che scoraggiò la maggior parte della società e mise necessariamente sotto punto di domanda le capacità delle forze di mercato di creare un’economia efficiente e un sistema socialmente equo. In un simile tumulto le riforme vennero ridotte per concentrarsi sul mantenimento della stabilità. Ovviamente questo implicava politiche che mirassero ad un maggiore controllo di potere, concentrato nelle mani del nuovo apparato dirigente. La totale eliminazione di un pacchetto di riforme, avvenuto già durante il primo mandato presidenziale di Putin, non può non sollevare la domanda sul perché la società post-sovietica urbanizzata ed istruita fosse così facilmente d’accordo con un giudizio negativo della Perestrojka, dei suoi valori e dei suoi risultati. Il fattore più importante che ha contribuito a plasmarne un’immagine negativa consiste senza dubbio nella crescente pressione a partire dal 2000 di atteggiamenti conservatori, proposti come linee guida e fondati sulle opinioni degli strati più anziani della società. Inutile precisare che si trattasse di una fetta di popolazione poco istruita, con bassi redditi e dipendente in tutto, compresa l’informazione, dallo stato.

Nel primo decennio del nuovo secolo, l’aumento del prezzo del petrolio e la ripresa della crescita permisero al governo di accumulare ingenti fondi e perseguire politiche che garantissero un notevole aumento del reddito della popolazione, specialmente in contrasto con gli anni ‘90. Tutto questo avvenne naturalmente abbandonando gli ultimi tentativi di riforme socio-economiche, labile eredità di pochi anni prima. In queste condizioni aumentò esponenzialmente la scissione con le istituzioni, valori e procedure stabilite dalla Perestrojka.

Nella nuova situazione, i principi di concorrenza, apertura, tolleranza, separazione dei poteri e libera scelta, proprio per il loro significato e valore politico, minavano lo status quo conservatore. Pertanto vennero volutamente sostituiti dalla centralizzazione e dal controllo burocratico, che negli anni seguenti si estese piuttosto subdolamente al di fuori del suo contesto amministrativo, penetrando nell’apparato politico del paese.                        Questa linea di politica paternalistica da parte del governo formò un taciuto ma condiviso consenso nazionale del tipo “aumento della prosperità in cambio dell’abbandono dell’attivismo sociale e politico”. Di conseguenza, la maggior parte della società percepì allora la possibilità di ottenere un miglioramento del tenore di vita anche in condizioni di mancanza di libertà. In una tale situazione, il ripristino dell’autoritarismo divenne non solo possibile, ma acquisì gradualmente anche un numero crescente di sostenitori. Questo spiega in parte come la sindrome d’assedio e l’associata intolleranza di opinioni contrastanti, cosi come le fobie verso l’Occidente, siano state ampiamente sostenute nella coscienza di massa. Cambiamenti come questi sono stati possibili anche perché la maggioranza della popolazione, ancora completamente dipendente dallo Stato, temeva possibili capovolgimenti, i cui risultati venivano considerati incerti alla luce dei decenni precedenti. Pertanto non è sbagliato sostenere che, agli occhi di un russo, l’espansione del controllo dello stato sulla società e sull’economia sembrano essere una difesa più che giustificata per far fronte ai problemi imminenti.

Ad oggi si può facilmente vedere come la Perestrojka si sia rivelata un sostanziale fallimento all’interno del paese, nonostante le sue grandi conquiste ‘esterne’ siano state quelle di aver fatto cadere la cortina di ferro e di aver terminato la guerra fredda, oltre ad aver innescato un processo di valorizzazione di sentimenti democratici in sostanziale parte dell’ex URSS, nell’Europa Centrale ed Orientale.

Nonostante la sua battuta d’arresto politica, se analizzata nel lungo termine, si può dire che la Perestrojka sia stata in parte un successo di civiltà. La storia russa ha diverse volte mostrato simili dinamiche: basti pensare alla prima rivoluzione tra il 1905 e il 1907, soppressa, che creò il parlamentarismo nel paese. Allo stesso modo, i valori nati dalla “Perestrojka” sono sopravvissuti nella coscienza pubblica e, in parte, nella struttura statale della nuova Russia. Ad esempio, il mantenimento del valore di “elezioni eque”, figlio della Perestrojka, dovrebbe essere riconosciuto come primo grande risultato. Proposto da M.S. Gorbaciov e dai suoi alleati politici, l’orientamento verso il “reale” e non il rituale, come era consuetudine nell’URSS, e le elezioni degli organi di governo e del capo del paese, ricevettero un tempo ampio sostegno da parte dei cittadini.

L’esperienza della Perestrojka, i suoi successi e il suo fallimento politico dimostrano che la democrazia non sia semplicemente data dalla volontà della maggioranza, ma sia frutto di norme, istituzioni e procedure stabili. Testimonia inoltre la necessità di una discussione pubblica, aperta e libera di tutte le questioni più urgenti. Il programma della Perestrojka non è stato attuato e, per molti aspetti, questo è il motivo per cui la Russia è entrata nel XXI secolo con la stessa serie di problemi con cui ha iniziato il ciclo della Perestrojka a metà degli anni ’80. Ciò significa che una nuova fase di profonde riforme sia inevitabile, stimolata dagli stessi problemi che hanno causato i processi di rinnovamento della Perestrojka.

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