L’Accordo Commerciale più grande del Mondo

Lo scorso 15 novembre, dopo 8 anni di negoziati, 15 Paesi tra Asia e Oceania hanno firmato il più grande patto economico-commerciale del pianeta: il Regional Comprehensive EconomicPartnership (RCEP). Esso darà vita alla più vasta area di libero scambio delle merci e dei servizi che comprenderà 2,2 miliardi di persone, rappresenterà il 30% del Pil e il 27,4% delle esportazioni globali. L’intesa ha riunito 27 accordi di libero scambio e 44 accordi bilaterali d’investimento ma non ha coinvolto l’agricoltura perché i governi sono riluttanti a mettere a rischio i loro settori agricoli a causa di prodotti esteri a basso prezzo. Entro il 2030, si stima un incremento del Pil mondiale di 209 miliardi di dollari e del commercio internazionale di 500 miliardi grazie all’accordo. Le economie dell’alleanza sono capitanate dalla Cina a cui seguono Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Australia, Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Birmania, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam. La regione commerciale che si andrà a creare sarà anche la prima intercontinentale dal momento che il trattato per il libero commercio tra Ue, Usa e Canada non ha ancora concluso la fase di ratifica. Il progetto RCEP nasce nel 2012 su iniziativa dell’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, e le trattative sono proseguite per 8 intensi anni per via dei cambi di leadership dei singoli Paesi. Non è improbabile pensare, però, che tutte le economie dell’accordo siano arrivate solo adesso ad una negoziazione finale per la ripresa economica dalla pandemia da covid-19.

La centralità di Pechino è dovuta all’importante assenza dell’India e degli Stati Uniti e alla sua prematura, rispetto al resto del mondo, uscita dall’emergenza covid-19. Per Pechino, infatti, l’accordo favorirà progetti infrastrutturali, energetici, di trasporto e digitali oltre a incrementare il proprio peso politico nell’area ottenendo nuovi mercati per le sue tecnologie d’avanguardia. A tal proposito, la Repubblica popolare mira alle tecnologie 5G e 6G, all’intelligenza artificiale (AI) e al suo sistema di posizionamento globale e di navigazione Beidou in piena concorrenza al GPS americano. Il più grande surplus che la Cina otterrà va ricercato nel grande vantaggio del crollo dei dazi: i produttori godranno di approvvigionamenti su base transfrontaliera, ovvero potranno acquistare materie prime in tutto il blocco RCEP godendo delle tariffe più basse in larga parte offerte da Pechino.

Giappone e Corea del Sud, da un punto di vista industriale, hanno tutto da guadagnare da questa intesa perché si prevede che riusciranno a godere appieno delle catene del valore regionali da cui si aspettano grandi investimenti dai Paesi dell’ASEANriducendo, nel medio lungo periodo, i divari di reddito della regione. A differenza degli obiettivi sudcoreani e nipponici, prettamente economici, quelli australiani e neozelandesi sono principalmente politici: il governo conservatore australiano, in primis, si è avvicinato notevolmente all’amministrazione Trump e adesso, dopo la vincita democratica negli USA, si aspetta di rafforzare le sue relazioni con i membri dell’ASEAN, con il Giappone e con la Corea del Sud. Il suo rapporto con Pechino, invece, non è dei migliori dopo le restrizioni di quest’ultimasull’importazione dei propri prodotti alimentari e il sostegno che ha dato ad un’indagine internazionale sulla gestione covid-19 cinese.

In secondo luogo, l’accordo integrerà normative riguardanti l’e-commerce, l’eliminazione dei dazi doganali e la trasparenza ad esso correlati, le piccole e medie imprese, la proprietà intellettuale, specie sull’utilizzo di software, e la risoluzione delle controversie. Per quanto riguarda il settore delle telecomunicazioni, i paesi RCEP prevedono la portabilità dei numeri di telefonia mobile e tariffe di roaming mobile internazionale più ragionevoli.

Le grandi mancanze tra i venti capitoli di norme dell’accordo sono i riferimenti al rispetto dei diritti dei lavoratori, all’inquinamento ambientale, ai monopoli e agli aiuti di Stato ma non sono una grande sorpresa dal momento che alcuni dei partiti leader del RCEP non sono democrazie e non consentono sindacati o qualsiasi tipo di organizzazione non governativa. La debolezza alla radice di questo accordo va ricercata in queste grandi assenzespecie in relazione a blocchi commerciali precedenti come il TPP e il CPTTP. Il primo è il Trans Pacific Partnership del 2015 fondato da Barack Obama e il secondo, Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, è l’equivalente del 2018 del primo che ha visto l’uscita, l’anno precedente, degli Stati Uniti da parte di Donald Trump ed è capitanato dal Giappone. Quest’ultimo, in particolare, prevedeva l’eliminazione dei dazi del quasi 100% contro un 90% del RCEP ecomprendeva, come il TPP, disposizioni sugli standard di lavoro e ambientali.

Una situazione che può essere per certi versi più critica è infatti quella del neoeletto presidente americano Joe Biden: al momento gli Stati Uniti non fanno parte né del CPTTP né del RCEP e sta alla sua amministrazione scegliere se continuare l’orientamento protezionistico di Trump come sembra accennare o riprendere quello di Obama del TTP. Al momento il neopresidente ha dichiarato di voler dare priorità massima alla gestione della pandemia ma in un secondo momento dovrà sicuramente tenerconto maggiormente dell’opinione pubblica: abbassare i dazi imposti durante l’amministrazione repubblicana alla Cina per un accordo commerciale può tradursi in una facile perdita di consenso. Gli Stati Uniti comunque non hanno chiuso del tutto con le economie del RCEP ma anzi continuano a vantare un’influenza su Australia, Giappone, Corea del Sud e Singapore e non è detto che non creino in seguito un’alleanza con l’India, ritiratasi dagli accordi nel 2019. New Delhi, infatti, dopo aver partecipato per tanti anni ai negoziati RCEP non lo ha più ritenuto vantaggioso specialmente per lo squilibrio commerciale con la Cina: temeva che con l’abolizione delle tariffe doganali il mercato indiano, che solo nel 2019 contava 63 milioni tra piccoli e medi imprenditori, sarebbe stato invaso da prodotti a basso costo stranieri. L’India così può ritrovarsi in una situazione tutt’altro che agevole sia per quanto riguarda la crescita economica nel medio lungo termine, sia in relazione agli acquisti tecnologici per lo sviluppo economico.

In conclusione, la grande lezione che ci ha lasciato questo 15 novembre è stata che la via dell’alleanza si può trovare e sembra essere anche molto proficua: Paesi politicamente in contrasto non è detto che lo siano anche sul campo economico, e questa è un po’ la lezione dell’Unione europea. Il vecchio continente, da parte sua, ha già siglato due accordi fondamentali di libero scambio con il Giappone e con il Vietnam e beneficerà, dal punto di vista delle aziende che dipendono dalle importazioni dell’area RCEP, di prezzi più bassi derivanti dalle catene del valore.

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