La Nuova Risposta Europea al Terrorismo

Il terrorismo rappresenta la minaccia più grande e temuta per la società. Con terrorismo si intende l’uso di violenza illegittima con lo scopo di incutere terrore nei membri di una comunità organizzata e di distruggerne l’ordine, tramite azioni violente come attentati, dirottamento di aerei e rapimenti. Dall’11 settembre 2001, il terrorismo viene ritenuto dai cittadini delle moderne democrazie occidentali il principale problema da affrontare. Nel 2020 sono stati compiuti ben 10 attentati terroristici a danno delle nazioni europee (5 soltanto dal 25 settembre ad oggi). Gli ultimi episodi hanno contribuito a riaprire il dibattito non solo nazionale ma anche europeo sulla gestione e la lotta al terrorismo. 

Martedì 10 novembre, a otto giorni di distanza dall’attentato composto da ben sei attacchi che ha sconvolto Vienna e portato all’uccisione i 4 persone e al ferimento di altre 22, i capi europei dei paesi colpiti negli ultimi mesi da attentati terroristici di stampo islamico si sono incontrati in un vertice preliminare. L’iniziativa è partita dal presidente francese Macron (infatti, la Francia è stata scenario di 6 attacchi terroristici nell’ultimo anno) e dal Cancelliere austriaco Kurz. La partecipazione al meeting è stata allargata anche alla Cancelliera tedesca Angela Merkel, al Premier olandese Rutte e ai due capi europei Ursula Von der Leyen e Charles Michel. L’ incontro preliminare è servito come preparazione per la discussione fra i Ministri di tutti i paesi europei, fissata per il 13 novembre, quinto anniversario degli attacchi a Parigi che, con 137 morti, sono ancora una ferita viva nel cuore dell’Europa. La decisione iniziale di escludere i paesi europei non vittime di attentati terroristici negli ultimi mesi dal vertice preliminare ha suscitato non poche perplessità e critiche sulla capacità dell’Unione Europea di affrontare unita un problema di sicurezza sempre più importante. In realtà, è nel vertice di sicurezza di venerdì che sono state proposte le linee guida per la stesura di uno European Act contro la radicalizzazione: l’Europa ha scelto di affrontare nuovamente questa problematica unita.

L’Europa prova a contrastare il terrorismo, che mira a indebolire la libertà e la sicurezza dei cittadini europei, già da molti anni, cercando di costruire un network efficace di riconoscimento delle minacce terroristiche, di tutela contro di esse e di punizione. Infatti, solo nel 2019, 1004 individui sono stati arrestati con l’accusa di reati terroristici. Inoltre, nel 2016 una serie di misure erano state implementate per contrastare la minaccia terroristica: come riporta l’ufficio stampa del Parlamento Europeo, si era deciso dopo gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, di procedere con un’azione di identificazione dei combattenti in transito dall’Europa al Medio Oriente e Africa, roccaforte dei vari gruppi terroristici tra cui l’ISIS, e dei cosiddetti “lupi solitari”, ritenuti i principali pianificatori degli attentati. 

In seguito, quindi, all’ondata di attentati in Europa fra il 2015 e il  2016, da un punto di vista legislativo le misure adottate nella Convenzione sulla Prevenzione del Terrorismo e nel suo protocollo aspiravano a rafforzare la prevenzione del terrorismo agendo sia a livello nazionale che internazionale. Per quanto riguarda l’ambito nazionale, la convenzione ha proposto di inserire alcuni reati nella lista dei reati di terrorismo, anche se tali atti vengono compiuti fuori dai confini europei. Fra tali reati compaiono quindi il reclutamento per fini terroristici, i viaggi all’estero, anche solo tentati, per fini terroristici e il finanziamento, l’organizzazione o l’agevolazione di viaggi all’estero per fini terroristici. Quindi, un nuovo gruppo di reati che non riguardano l’azione terroristica di per sé, ma anche la sua preparazione o l’aiuto nella sua organizzazione.  Ciò significa che dal 2018, anno in cui la convenzione è entrata in vigore in tutti gli stati membri, è possibile portare davanti a una commissione contro i reati per terrorismo più individui, diminuendo quindi il rischio di poter agire legalmente contro i terroristi solo troppo tardi, quando gli attacchi sono già stati accuratamente pianificati o sono già parzialmente in atto. In ambito internazionale, un’importante innovazione introdotta da tale normativa è stato l’obbligo di cooperazione, e in determinati casi di estradizione, per i paesi che si trovano ad ospitare terroristi, fatta eccezione per i casi in cui il paese in questione ritenga che la richiesta sia fondata su falsi motivi, come discriminazione razziale o in base alla religione, o sospetti che il soggetto veda i propri diritti usurpati dal richiedente. 

Un’altra importante riforma consiste nel rafforzare la cooperazione europea: il servizio di tracciamento di attività terroristiche e scambio dati deve avvenire in continuazione, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, in particolare grazie all’intervento dell’Europol. La European Union Agency for Law Enforcement Cooperation (Europol) è l’agenzia Europea che aspira a rendere l’unione più sicura tramite l’aumento delle relazioni e della cooperazione fra stati membri. Tale agenzia si occupa di sicurezza e quindi lotta contro tutti i tipi di crimini, dalle droghe alle frodi, ma negli ultimi anni è stato ritenuto sempre più necessario indirizzare il suo operato contro il terrorismo. 

Due fattori hanno spinto le potenze europee a incontrarsi nuovamente venerdì 13 novembre: gli scarsi risultati ottenuti fino ad ora, con particolare enfasi nella ripresa degli attentati in questi ultimi mesi, e l’evoluzione delle organizzazioni dietro tali attacchi. 

Infatti, nel 2015 il nemico comune in Europa era ritenuto essere principalmente l’ISIS, ovvero lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, che controllava vasti territori in medio Oriente e di cui tutti i notiziari e i giornali costantemente parlavano. Oggi, dopo il crollo della sua ultima roccaforte nel 2019 e con la pandemia di Covid-19 in corso, si tende a ritenere l’ISIS un’organizzazione indebolita di cui i media raramente riportano notizie. Invece, dopo una serie di attacchi e attentati terroristici (di preciso, dal 2017 a ottobre di quest’anno), l’ISIS si rivela non affatto morta, ma ricca di una nuova linfa vitale: i terroristi hanno occupato e conquistato il porto di una città a Nord del Mozambico, vicino a un sito di produzione di gas naturale del valore di 60 miliardi di dollari, e intimano al vicino Sud Africa di non intervenire nello scontro. Assistiamo quindi a un’organizzazione terroristica non morta, ma dormiente ai nostri occhi e ben attiva nella realtà. Soprattutto dopo la rivendicazione da parte dell’ISIS dell’attacco a Vienna del 3 novembre. 

Queste minacce e gli eventi di Parigi, Nizza e Vienna hanno risvegliato l’Europa: l’obiettivo del vertice preliminare è stato quello di gettare le basi per uno European Act contro la radicalizzazione ovvero un insieme di riforme che mirano sia a ridefinire l’area Schengen e a rafforzare i controlli ai confini, che a multare le piattaforme che non cancellano tempestivamente contenuti di natura o ispirazione terroristica. Tra le varie proposte emerge anche quella della Cancelliera tedesca che insiste sull’importanza di formare imam europei.  

Il risultato dell’incontro fra i Ministri dell’Interno di tutti gli stati membri è una dichiarazione sui recenti attacchi terroristici europei. A livello pratico, sono state proposte alcune misure su cui i ministri lavoreranno e discuteranno a dicembre. Fra queste vi sono la creazione di una partnership della polizia europea per il supporto al lavoro di Europol, che verrà riformato dando più enfasi alla sua divisione contro il terrorismo (European Counter Terrorism Center, ECTC), l’introduzione di iniziative europee a sostegno della libertà di culto e per la comprensione dei motivi per cui si diffondono ideologie estremiste, sempre mantenendo la linea di “tolleranza zero” contro gli attacchi all’Europa.

Anche l’Accordo di Schengen è stato fonte di dibattito: l’assalitore che lo scorso 29 ottobre ha ucciso 4 persone a Nizza era arrivato come migrante in Italia, e dal 9 ottobre si erano perse le sue tracce a Bari, perché l’uomo è sconosciuto ai servizi francesi e non è schedato. Quindi, pur riconoscendo che Schengen è una parte fondamentale della cooperazione e dell’integrazione europea, è necessario aumentare i controlli: questa non deve essere vista come una minaccia Europea alle libertà dei suoi cittadini, ma come il tentativo di mantenere l’area di scambio, commercio e transito al sicuro, partendo da una cooperazione transfrontaliera e allo sviluppo di relazioni più proficue con i paesi terzi di provenienza o addestramento. Le modalità di controllo nel concreto sono ancora da definire.

Infine, le ultime proposte riguardano la prevenzione della radicalizzazione sia online sia offline, ovvero combattere contro contenuti illegali, propaganda terrorista, “hate speech” e disinformazione, chiedendo ai social media di prendersi la responsabilità nel gestire efficacemente i contenuti sulle piattaforme, e semplificando lo scambio di informazioni fra le agenzie europee.

Lo European Act è un importante punto di partenza per sviluppare una legislazione più efficiente nel combattere la minaccia terroristica in Europa: grazie alle linee guida e agli obiettivi definiti, nei prossimi mesi verranno proposte e apportate importanti modifiche nell’Unione, a partire dal rafforzamento della cooperazione tra stati membri che, anche nella dichiarazione, si sono presentati come un fronte unito nell’affrontare il problema.  

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