Il Rapimento dei Pescatori in Libia e la Debolezza Italiana

Dallo scorso primo settembre diciotto membri dell’equipaggio di due pescherecci di Mazara del Vallo (Sicilia) sono detenuti a Bengasi, capoluogo della Cirenaica, dopo essere stati intercettati dalla Marina dell’autoproclamato Esercito Nazionale Libico (LNA). Quest’ultimo ha sequestrato le due imbarcazioni, ‘Medinea’ e ‘Antartide’ su cui i pescatori erano imbarcati. L’accusa è quella di aver invaso le acque territoriali libiche fino a circa una quarantina di miglia marine dalla costa di fronte a Bengasi.

Tra i diciotto pescatori detenuti otto sono italiani (ci sono poi sei tunisini, due senegalesi e due indonesiani).  Dieci giorni dopo l’arresto viene fatta filtrare la notizia che i pescherecci sarebbero stati trattenuti anche perché trasportavano sostanze stupefacenti, un’accusa rivelatasi successivamente falsa. L’episodio è la replica di quanto già accaduto più volte nel recente passato, ma l’aspetto più preoccupante della vicenda è il lungo stallo attualmente in atto. In circostanze analoghe le trattative hanno risolto la situazione celermente, solitamente entro qualche giorno. Nel caso presente invece i pescatori sono bloccati in Libia da più di due mesi e la trattativa per il rilascio sembra non avere riscontri concreti; le uniche notizie sulle condizioni dei detenuti sono arrivate da due telefonate con i familiari, una il 16 settembre e l’altra il 12 novembre, organizzate dal Ministero degli Esteri e dall’Ambasciata Italiana a Tripoli. I pescatori hanno ribadito di essere in buone condizioni e di stare reagendo bene alla detenzione, ma la preoccupazione dei familiari rimane comprensibilmente alta. Subito dopo la cattura, da Bengasi era stata fatta filtrare la proposta del generale Haftar di concedere il rilascio dei pescatori in cambio della liberazione di quattro calciatori libici, attualmente detenuti in Italia con una condanna in appello a trent’anni per tratta di esseri umani. Proposta respinta al mittente in quanto inaccettabile proprio a causa della pesante accusa della giustizia italiana a carico dei quattro libici.

Ciò che emerge e colpisce ancora una volta è la debolezza con cui l’Italia si ritrova ad affrontare situazioni delicate e complesse come questa. È evidente la scarsa considerazione che alcuni attori sulla scena internazionale hanno dell’Italia, anche in scenari dove solo pochi anni fa Roma aveva un peso specifico visibile e riconosciuto, come dimostrato dal ruolo di tramite tra l’ex-colonia e la comunità internazionale fino alla caduta di Gheddafi. Come già menzionato, non è la prima volta che nelle acque che separano le coste italiane dalla Libia accadono episodi del genere: la questione mai risolta delle acque territoriali puntualmente riaffiora ed evidenzia la spregiudicatezza dei libici nello stabilire unilateralmente i confini entro i quali far valere la propria giurisdizione, stabilendo il proprio limite delle acque territoriali a 72 miglia in contrasto con quanto stabilisce il trattato di Montego Bay in vigore. Quest’ultimo trattato prevede una netta separazione tra acque territoriali (12 miglia dalla costa) e ZEE (Zona Economica Esclusiva), che si può estendere fino a 200 miglia dalla costa e deve essere riconosciuta a livello internazionale tramite accordi multilaterali; perciò la Libia, o meglio, l’Esercito Nazionale Libico non può al momento far valere i diritti sovrani su quelle che definisce proprie acque territoriali, a maggior ragione se lo Stato che esso rappresenta non è riconosciuto a livello internazionale.  È da sottolineare che il problema della definizione unilaterale dei propri confini marittimi non è un fatto isolato che riguarda solamente la Libia: nello scenario mediterraneo infatti anche l’Algeria nel 2018 ha definito autonomamente la propria Zona Economica Esclusiva fino a lambire le coste Sud-Occidentali della Sardegna. Nel settembre 2019 la Turchia ha firmato assieme al governo di Tripoli di al-Sarraj un accordo sulla ridefinizione delle proprie ZEE che va a scontrarsi con le rivendicazioni di Grecia e Cipro e mina inoltre gli interessi economici di Egitto e Israele nell’area. Questo iperattivismo sulla ridefinizione delle ZEE ha portato all’attualità politica il tema in Italia, che con la Grecia nel mese di giugno ha firmato un accordo sul limite futuro delle rispettive ZEE. Infine il 6 novembre a Roma la Camera dei Deputati ha approvato pressoché all’unanimità l’istituzione legale delle ZEE, un passo che si attendeva dal 1994, anno in cui è entrato in vigore il trattato di Montego Bay.

Rivolgendo nuovamente lo sguardo sul teatro libico, una tale spregiudicatezza certamente non stupisce se si guarda la situazione in cui versa il paese nordafricano, alle prese con una guerra civile che prosegue a fasi alterne dal 2011.

Nonostante la complessità e la difficoltà d’azione in una scena così instabile, da parte dell’Italia non c’è mai stata nell’ultimo decennio una visione definita e definitiva sulla questione libica; firmataria del trattato di pace italo-libico del 2008, nel 2011 l’Italia aderisce all’alleanza che bombarda la Libia, destituisce il Colonnello Gheddafi e ne rovescia il regime. Dopo il fallimento della missione internazionale volta a portare la Libia verso la stabilizzazione e la democrazia, il governo di Roma sostiene il Governo di Accordo Nazionale (GNA) del leader al-Sarraj nel 2014, ma tre anni dopo, nel 2017, stipula accordi con il rivale a capo dell’LNA, l’uomo forte di Bengasi, il Generale Haftar, dopo che il GNA si dimostra debole e incapace di gestire una situazione sempre più drammatica e fuori controllo sia sul fronte interno che su quello migratorio.

Nello scenario libico l’Italia adotta una tattica dilatoria, decisa a non decidere. Per trovare una giustificazione formale delle proprie posizioni e sposare una strategia, l’Italia guarda ora all’ONU e alla NATO, ora alla UE, trascurando le evidenti divergenze fra gli interessi dei vari Paesi, che inevitabilmente rendono confusionaria la politica d’intervento internazionale. È rilevante a tal proposito citare lo sfiorato incidente navale tra Francia e Turchia dello scorso 10 giugno, a dimostrazione della discordia attualmente in atto nella NATO: una fregata francese in missione nell’Egeo meridionale è quasi venuta allo scontro con tre navi della Marina turca che stavano scortando un mercantile tanzaniano diretto a Misurata, nella Libia controllata dall’alleato dei turchi al-Sarraj. Spesso, il governo e la diplomazia Italiana sono promotori di varie iniziative di dialogo diplomatico tra le due o più fazioni in campo, e certamente ciò rappresenta un fatto nobile. Va riconosciuto d’altra parte che la strategia di favorire un dialogo fra le parti non può essere l’unica da applicare, a maggior ragione se è necessario trovare un compromesso accettabile con regimi autoreferenziali e non riconosciuti come quello di Haftar, che godono fra l’altro dell’appoggio di partner internazionali più potenti e ben più spregiudicati dell’Italia. Gli enormi interessi italiani sono non solo economici soprattutto per le compagnie energetiche che operano sul suolo libico , ma anche geopolitici – mantenere una posizione che vede l’Italia da più di un secolo protagonista degli equilibri del ‘cortile di casa’ –  e  politici, in termini di contenimento e regolarizzazione dei flussi migratori. Tuttavia, essi non possono essere usati come arma di ricatto da regimi neppure riconosciuti a livello internazionale, ma devono essere protetti e tutelati con ogni sforzo possibile. È, oggi  più che mai, indispensabile una visione di medio-lungo termine, da portare avanti in maniera costante e coerente, rispettando il sistema di alleanze del quale l’Italia fa parte, ma con piglio di partnership e non di supina accettazione di decisioni prese su altri tavoli, o peggio come membro poco affidabile col quale non è prudente condividere a fondo le decisioni strategiche. Il governo italiano deve cercare di avere un peso più rilevante nell’esito del conflitto libico.  Non è impresa semplice, è chiaro a tutti, ma la definizione di  una strategia articolata e condivisa di politica estera è un obiettivo che dev’essere chiaro soprattutto alla classe politica, che negli ultimi anni non si è mai preoccupata di inserirlo nei programmi di governo, di qualunque colore.

Ad oggi non si può prevedere come e quando si concluderà la vicenda dei pescatori detenuti in Libia, ma ci si augura che le cose possano andare per il meglio nel più breve tempo possibile. Ciò che invece si può sapere fin da ora è che, qualora non cambi l’atteggiamento e l’attenzione verso ciò che accade al di fuori dei confini, l’Italia finirà per scontare sempre più la sua irrilevanza sullo scacchiere internazionale e continuerà a subire senza possibilità di una reazione adeguata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com