Elezioni USA: Joe Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti

Il 7 novembre 2020 Joe Biden diventa il 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America che, dopo il mandato del Repubblicano Donald Trump tornano a colorarsi di blu. Non si vedeva da tempo una presidenza così contesa: per oltre tre giorni il mondo ha seguito i lievi sorpassi tra i candidati, che si aggiudicavano i grandi elettori di ogni stato molto spesso per un paio di punti percentuali. Così in Pennsylvania, con un apparentemente trascurabile 0.6% di vantaggio, Biden si aggiudica la vittoria, poi confermata col Nevada.

AGENDA POLITICA

Il nuovo presidente si trova innanzitutto a dover gestire la crisi sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19 che negli Stati Uniti è gravissima: non c’è mai stato un contenimento dei contagi o l’implementazione di misure stringenti, e i numeri nei contagi giornalieri hanno superato i 100.000. Biden introdurrebbe misure a livello federale simili a quelle dei paesi europei. Non si parla di lockdown, ma di obbligo generale di indossare la mascherina, potenziamento radicale del sistema di contact tracing e l’aumento della  produzione di dispositivi di protezione individuale ( anche ricorrendo al Defense Production Act, varato durante la Seconda Guerra Mondiale, che consente al governo, in situazioni di emergenza, di imporre la produzione di determinati articoli alle imprese). Si prevedono anche nuovi pacchetti di aiuti economici a famiglie imprese. 

Per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico, Biden punta a realizzare un piano che consenta agli Stati Uniti di diventare “carbon-neutral” entro il 2050, riportando il paese entro i termini degli Accordi di Parigi sul clima del 2017 e sostenendo una transizione ecologica che non causi shock all’economia e che tenga conto delle persone inizialmente danneggiate da essa. Nei fatti, Biden ha pianificato un investimento federale decennale da 1.700 miliardi di dollari nell’ambito del Green New Deal, il progetto di rilancio economico in chiave ecologica.

Biden ha anche molto a cuore una riforma fiscale, che ha l’obiettivo di redistribuire la ricchezza, favorendo tagli per la classe media e per le fasce in difficoltà, a fronte di alcuni aumenti sulle tasse dei ricchi e delle società. Nello specifico, alcuni numeri sono: tassa sulle imprese al 28%, 21% di imposta sui ricavi guadagnati all’estero dalle società americane, introduzione di una penale per le compagnie che delocalizzano con l’intento di reimportare gli articoli prodotti all’estero, tetto massimo di tassa sul reddito al 39.6%, tassa sugli investimenti pari a quella sul reddito per chi guadagna più di un milione di dollari in un anno. A fronte di questi innalzamenti (che non toccheranno chi guadagna meno di 400.000 dollari all’anno), ci saranno vari sgravi e sussidi per le famiglie in difficoltà, in particolare espandendo il CTC (Child Tax Credit), per le famiglie con figli a carico.

Un altro tema caldo su cui Biden si è espresso in modo determinato è quello dell’eliminazione delle differenze razziali e, in particolare, dei pregiudizi e delle discriminazioni di pubblici ufficiali. Il suo intento è quello di investire nella formazione delle forze dell’ordine e di riformare il sistema in modo da evitare il ricorso alla violenza. A questo proposito, Biden promuove un maggiore sfruttamento delle strutture dei servizi sociali e l’investimento per la riqualificazione delle periferie. 

Il tema dell’assistenza sanitaria è al centro del dibattito da quando Trump è stato eletto. Biden propone di rinforzare l’Affordable Care Act, approvato insieme ad Obama nel 2010 dopo numerosi sforzi. Il progetto di Biden si basa in particolare su due punti: un’assicurazione pubblica, chiamata Medicare, che abbia dei prezzi accessibili a tutti, e concedere sgravi fiscali per le famiglie di fascia medio-bassa che acquistano polizze private. Sul fronte farmaceutico, intende varare maggiori regolamentazioni per impedire che le compagnie con monopolio di farmaci (specialmente i salvavita) possano imporre prezzi eccessivi e inaccessibili alla maggioranza. 

Infine, Biden punta a cancellare le misure adottate da Trump per quanto riguarda il tema dell’immigrazione: i fondi destinati al muro con il Messico tornerebbero al Dipartimento della Difesa che li aveva stanziati, si semplificherebbe il sistema di ricongiungimento familiare, verrebbe cancellato il “travel ban” da alcuni paesi a maggioranza musulmana e inizierebbe un lungo processo di regolarizzazione dei lavoratori clandestini. Biden intende invertire quasi tutte le decisioni riguardanti la politica estera prese dal suo predecessore: ciò comprende rafforzati rapporti con l’Unione Europea in quanto alleato naturale e una politica più moderata nei confronti della Cina, mentre i rapporti con l’Iran e il Medio Oriente in generale potrebbero rimanere per lo più invariati.

KAMALA HARRIS

Joe Biden è accompagnato da Kamala Devi Harris, una scelta densa di significato. La Harris è infatti il primo Vice Presidente donna e di colore della storia americana. Nata nel 1964 da padre giamaicano e madre indiana, Harris ha alle spalle una carriera trentennale prima in ambito giudiziario, poi in senato.

Distintasi durante i suoi vari mandati per essersi dimostrata una professionista molto pragmatica, non è stata tuttavia esente da critiche interne al partito. Il suo programma di sgravi fiscali, infatti, avvantaggerebbe non tanto i poveri quanto invece il ceto medio. Durante il suo mandato da procuratrice generale in California rese obbligatorio indossare una telecamera solo alle forze speciali sotto il suo comando, non a tutte le forze di polizia locale. Il corso da lei istituito, mirato ad affrontare il bias implicito alla base della violenza delle forze dell’ordine contro soggetti di colore ha una durata di sole otto ore.

Nel 2016 si candidò al Senato per la California e divenne la prima senatrice statunitense di origine asiatica. Nel gennaio 2019 si candidò alle primarie democratiche in vista delle presidenziali 2020 ma si ritrovò presto di fatto estromessa dalla corsa. Le quotazioni della possibile accoppiata Biden-Harris cominciarono a crescere dopo la sua dichiarazione di supporto per Biden, che nel frattempo aveva annunciato di volere una donna al suo fianco come vice presidente. 

Progressista, favorevole a una riforma della tassazione, ai diritti della minoranza LGBT e alla costituzione di un più ampio programma sanitario nazionale, Kamala Harris si colloca senza dubbio più a sinistra rispetto a Biden all’interno del Partito Democratico, aiutando il candidato presidente a recuperare voti presso gli elettori di Bernie Sanders.

GLI SWING STATES

Tralasciando quegli stati tradizionalmente rossi o blu, decisivi per la vittoria del candidato Biden sono stati gli swing states, in cui si è giocata un’intensa corsa all’ultimo voto durata tre giorni.

Con il termine “Swing States” si intendono alcuni Stati in cui né i Repubblicani né i Democratici hanno la certezza di vincere. Questi Stati tendono a cambiare frequentemente schieramento politico e risultano spesso decisivi per stabilire chi sarà il nuovo Presidente. I principali swing states quest’anno sono stati Pennsylvania, Nevada e Georgia. Michigan e Wisconsin hanno dato un netto vantaggio al nuovo presidente, rendendo la sua vittoria quasi prevedibile ma comunque in bilico.

I candidati puntano moltissimo sul primato in questi Stati, le cui dimensioni medio-grandi (in termini del numero di Grandi Elettori che attribuiscono) possono assicurare la vittoria anche al candidato che non ha ottenuto la maggioranza dei voti a livello nazionale (come accadde nel 2000 e nel 2016). Per questo motivo gli ultimi giorni di campagna elettorale per entrambi i candidati si sono svolti proprio in questi stati, principalmente in Pennsylvania.

MODALITÀ DI VOTO

Negli Stati Uniti ogni elettore deve votare presso il proprio seggio e può farlo in due modi diversi: in presenza (nel giorno delle elezioni o in modalità early) o da remoto (per posta o tramite security drop-off box). 

I voti in presenza possono essere espressi tramite scheda elettorale o tramite voto elettronico. L’identità dell’elettore e il luogo di voto sono accertati direttamente nel momento del voto.

I voti postali necessitano della verifica dell’identità e del luogo, che nella maggior parte degli Stati viene fatta settimane prima delle elezioni, ma in alcuni viene fatta pochi giorni prima, se non il giorno stesso.

Tutti i voti validi espressi in presenza sono rilevati da una macchina e vengono aggiunti a quelli rilevati tramite voto elettronico. I voti conteggiati dai singoli seggi vengono riportati al consiglio elettorale delle counties, che li comunicano al consiglio elettorale statale.

IMPATTO DEL COVID-19

Il voto anticipato e il voto da remoto quest’anno sono stati particolarmente decisivi poiché, anche a causa del Covid-19, moltissimi americani hanno optato per questi tipi di votazione. Si stima che il numero di early voters sia pari al 73% dei voti totali espressi nel 2016. I voti per posta sono stati circa 100 milioni: un terzo della totale popolazione americana. Questi due fattori hanno reso particolarmente imprevedibile l’esito di queste elezioni presidenziali perché, se inizialmente Trump sembrava essere in vantaggio è grazie alla sua campagna di screditamento del Coronavirus: l’elettorato di Biden ha preferito il voto tramite posta, che ha richiesto più tempo per il conteggio. 

Gli stati hanno tempistiche diverse per il conteggio dei voti per posta, e ogni stato ha dato il proprio risultato in un momento diverso anche dettato dalle varie contestazioni e richieste di riconteggio delle schede elettorali. Nella tabella qui sotto sono riportati gli orari ufficiali relativi al giorno 3 novembre della chiusura dei seggi in ogni stato.

TRUMP, BROGLI E LA CORTE SUPREMA

Era prevedibile che la situazione, già delicata a causa delle particolarità di queste elezioni dovute al covid, venisse strumentalizzata per accusare brogli. Il problema più grande di cui il voto per posta è accusabile, in questo caso, è l’implicita soppressione del diritto di voto, dovuta al mancato arrivo delle schede elettorali entro i limiti di tempo previsti dai vari stati (queste schede non sarebbero contate).

Secondo alcuni, in particolare provenienti dalla sfera Repubblicana, è possibile che ci siano state pressioni per far ritardare fatalmente voti provenienti da aree notoriamente vicine ad un partito specifico per favorire la vittoria dell’altro, o che molte schede siano state in qualche modo falsificate in favore di Joe Biden.

Mentre Donald Trump vedeva il suo vantaggio assottigliarsi di ora in ora, diventava sempre più forte nelle sue richieste per l’intervento della Corte Suprema americana nel processo elettorale, ricordando a molti democratici i fatti riguardanti le elezioni del 2000.

L’unico caso portato alla Corte Suprema, Republican Party of Pennsylvania v. Boockvar, ha incontrato una serie di ostacoli. La causa è stata intentata dal Partito Repubblicano contro la sentenza della Corte Suprema della Pennsylvania secondo la quale il Consiglio Elettorale della Pennsylvania può contare tutti i voti da remoto con timbro postale risalente al 3 novembre, indecifrabile o addirittura anche quelli senza timbro postale, purché siano ricevuti entro il 6 novembre. 

Il Partito Repubblicano ha opposto questa decisione consapevole del fatto che i voti per posta sarebbero stati principalmente Dem, ma la causa non ha mai assunto rilevanza perché limitata alla situazione specifica in Pennsylvania. La Corte Suprema si è finora rifiutata di esprimere un giudizio sulla causa Partito Repubblicano della Pennsylvania v. Boockvar.

La Corte Suprema ha assistito a un caso simile nel 2000. Il candidato democratico Al Gore sfidò il primo conteggio dei voti automatizzato in Florida quando migliaia di elettori ebbero problemi a contrassegnare le schede. La Corte Suprema consentì un riconteggio in tutto lo stato per garantire che tutti i voti validi fossero conteggiati, ma gli standard per il conteggio delle schede ‘valide’ variavano da contea a contea, violando la Clausola di Pari Protezione che garantisce a tutti pari diritto di voto. La corte fermò il riconteggio e dichiarò Bush, il candidato repubblicano che si trovava molto lievemente in vantaggio in quel momento, il vincitore in Florida e quindi delle elezioni del 2000.

Senza il coinvolgimento della Corte Suprema, i Repubblicani avevano già chiesto che l’interruzione del conteggio dei voti in Michigan, stato che poi ha visto una miracolosa rimonta di Biden.

PROTESTE

Mentre il futuro degli Stati Uniti era ancora da decidersi, migliaia di persone si riversavano sulle strade delle città principali, tra cui New York, Washington DC e Los Angeles il 4 novembre. 

Democratici e repubblicani, fomentati dalle parole del presidente Trump, protestano per motivi diversi. All’urlo “Count every vote”, numerosi sostenitori del movimento “Shutdown DC”, di chiara ispirazione democratica, chiedevano a gran voce che ogni voto venisse contato, dopo le critiche di Trump al sistema di voto per posta. A Philadelphia, il movimento “Count every vote” si è unito a una protesta di matrice “Black lives matter” dopo che la città è stata teatro di un altro episodio che ha visto l’uccisione di un ragazzo afroamericano da parte delle forze dell’ordine.

Nel frattempo i sostenitori di Trump protestavano in Arizona dopo i reclami del loro presidente contro le modalità di conteggio dei voti per posta nello stato: su Twitter dichiara che “il danno è già stato fatto all’integrità del nostro sistema”.

É possibile che il mandato di Joe Biden risulti essere la corrente moderata capace di risanare l’estrema polarizzazione della politica americana che ha dominato sia il mandato di Trump che questa tornata elettorale. Infatti l’elevatissima affluenza alle urne e un risultato talmente difficile da predire dimostrano come l’America sia divisa esattamente a metà, e come la corrente populista e conservatrice rinominata ‘trumpismo’ dai giornali sia un fenomeno che, come Trump stesso da quello che si evince dalle sue dichiarazioni ufficiali e su Twitter, farà fatica ad uscire di scena dopo la sconfitta.

(Con la partecipazione di Giacomo Guidi, Antonio Carapella, Federico Rovida, Lorenzo Bricoli, Andrea Affinita e Riccardo Cannella)

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