Elezioni USA: Guida Pratica al Voto

Corrisponde un’immagine ben precisa all’idea che ognuno di noi ha del Presidente americano. Spilletta con la bandiera degli USA appuntata alla giacca, scrivania al centro dello Studio ovale e molto, molto potere. Non è difficile pensare al Presidente degli Stati uniti come all’uomo più potente al mondo. Eppure, su questo, in molti potrebbero obiettare. E i primi sarebbero proprio i Padri costituenti che tutto avevano fatto per non far prevalere un potere monocratico, che tanto ricordava quello della Corona inglese, sugli altri. Dando però per assodata importanza del Capo di Stato non possiamo che aspettarci una severa e rigorosa procedura di elezione. Al contrario dei sistemi europei, ligi (seppur eterogenei) a una formalmente impeccabile fase elettiva, gli Stati Uniti rimangono ancorati alle tradizioni della guerra d’indipendenza americana che, benché illuminata, ha avuto luogo circa 250 anni fa.

La prima, non troppo nota, fase elettiva avviene in Iowa in un evento detto caucus. Qui, un numero variabile di cittadini, o meglio sostenitori dei vari gruppi politici, si riunisce per scegliere i delegati che li rappresenteranno alle riunioni di Contea. A loro volta, le Contee sceglieranno chi inviare alle riunioni di Stato, cioè alle assemblee in grado di decidere i rappresentanti che presenzieranno alla Convention nazionale del Partito. Tornando, però, al caucus si sottolinea la mancanza di formalismi: non c’è bisogno di identificarsi o registrarsi per partecipare, non ci sono regole. Gli attivisti locali si litigano ogni partecipante al caucus per ottenere il suo voto e portare alla fase successiva il candidato prescelto.

A queste procedure segue la prima votazione degli Americani: le Primarie. Chiuse o aperte che siano (a seconda della possibilità di voto solo dei membri del partito o estesa a tutti i cittadini iscritti alle liste elettorali) hanno come obiettivo restituire la nomination dei candidati prescelti per i due partiti: Democratico e Repubblicano. A pronunciarsi sono, nel caso del partito Democratico 4764 delegati, di cui la grande maggioranza (98%) eletti tramite la procedura dei caucus sopra riportata. Per conquistare la nomination democratica servono 2.383 delegati sui 4.764 complessivi.

Nel 2016 Hilary Clinton aveva ottenuto il 55,8% dei voti superando, nella corsa alla Casa Bianca, il suo avversario -e compagno di partito- Bernie Sanders. Più netta era stata, all’epoca, la vittoria di Donald Trump: ottenendo il 38,8% dei delegati sorpassò, di circa 15 punti percentuali, il secondo nella lunga lista di candidati Repubblicani (ben 12): Marco Rubio.

Le Primarie hanno una durata variabile, di solito vicina ai 5 mesi e si concludono ad agosto con la convention finale. Non si tratta di elezioni banali, anzi, molto spesso il vero scontro avviene tra gli aspiranti leaders di partito, mentre assume tracce più facilmente definibili nello schieramento avverso dei due partiti.

A questo punto è importante fare una precisazione sul sistema partitico americano. Si tratta di qualcosa estremamente distante dal modello europeo, tanto che, in America, i partiti hanno meritato l’appellativo di “macchine elettorali”. Non è vero che si autodistruggono dopo l’elezione del Presidente, ma è certo che il loro ruolo principale sia l’elezione del Presidente. Elezione che necessita di sovvenzionamenti non indifferenti (anche solo per giungere alle Primarie). Un caso particolare di raccolta fondi avviene con Obama. Nella sua prima legislatura fece leva sulle donazioni degli americani “comuni”, ottenendo non solo soldi, ma anche la rappresentazione dei propri consensi.

Terminate le primarie lo scenario vede contrapposti i “cavalli vincenti” dei due partiti. Tralasciando il susseguirsi di propaganda, si arriva al voto decisivo: l’Election day. Collocabile nel martedì successivo al primo lunedì di novembre: deve la sua particolare posizione a una legge federale del 1845 che prende in considerazione le istanze dei lavoratori. Questi potevano fare i lunghi viaggi per raggiungere il seggio (fatto non troppo distante dall’attualità) solo in un giorno lontano dal fine settimana e dai giorni di mercato. E chiaramente non il 1° novembre (dove cade la festa nazionale del Thanksgiving). In merito all’Election Day bisogna avere a mente che i cittadini americani così interpellati non votano il Presidente, ma i cosiddetti Grandi Elettori.

Il numero di Grandi Elettori è deciso nell’art.2 della Costituzione e corrisponde al totale dei Senatori (2 per Stato) e Deputati (definiti in base alla popolazione) che lo Stato in questione ha diritto di avere in Congresso. Tre elettori sono poi scelti nel Distretto di Columbia (zona federale non appartenente, perciò, a nessuno Stato). Si crea a questo punto un collegio elettorale (diverso, ancora una volta, dall’idea europea) con il compito di eleggere il Presidente. In realtà, i risultati della corsa elettorale si sanno già al momento della nomina dei Grandi Elettori: questi si sono già impegnati (dal punto di vista politico, ma senza obbligo giuridico) verso un candidato e si limiteranno, di norma, a confermare le proprie decisioni.

Sorge, da questa analisi, un problema che da sempre tange la struttura elettiva americana: l’incongruenza tra il voto popolare e quello dei Grandi Elettori. È infatti possibile che il candidato con la maggioranza assoluta dei voti popolari non sia il vincitore. Le ultime elezioni ad oggi effettuate (2016) hanno evidenziato nuovamente questo disallineamento: Donald Trump aveva convinto 306 Grandi Elettori contro i 232 di Hilary Clinton, eppure la candidata democratica era riuscita a ottenere l’appoggio di 3 milioni di cittadini in più. La determinante della sconfitta risiedeva in una fascia di stati molto contesa, la cosiddetta Rust Belt. Tra il Michigan, il Wisconsin e la Pennsylvania la Clinton aveva perso 46 Grandi Elettori, che le avrebbero garantito la vittoria. È proprio per questi motivi che la campagna elettorale americana e i suoi esiti sono spesso legati a scelte strategiche (banalmente, su quali Stati investire).

C’è un’occasione, però, in cui l’America ha il potere di segnalare l’apprezzamento (o il rifiuto) per l’operato dell’esecutivo. Si tratta delle Midterm elections: elezioni di metà mandato che vengono indette due anni dopo quelle per la Presidenza. Con queste votazioni gli Stati Uniti eleggono non solo parte del Congresso, ma anche alcuni governatori dei singoli Stati, sindaci e assemblee locali.

Per quanto riguarda il Congresso, a essere eletta è la totalità di una delle due Camere, quella dei rappresentanti (435 membri). Il mandato per questa carica è di due anni e le elezioni si tengono in concomitanza con le Presidenziali e per il Midterm. Per essere eletti, è necessario avere almeno 25 anni, la cittadinanza statunitense da almeno sette anni e vivere nello Stato che si intende rappresentare. I cambiamenti nella disposizione del Congresso sono dovuti anche all’elezione di un terzo dei cento membri del Senato. Il loro mandato è di sei anni con un ricambio di un terzo ogni due. Per essere eletti, è necessario avere almeno 30 anni, essere un cittadino americano da almeno 9 anni e vivere nello Stato che si rappresenta.

La particolarità di queste elezioni è il loro essere dirette: qui sono i cittadini a scegliere i loro rappresentanti senza il cuscinetto dei Grandi Elettori che si forma nelle Presidenziali. Nel 2016 entrambi i rami del Congresso erano controllati dal partito Repubblicano, ma con le elezioni di metà mandato del 2018 i repubblicani, pur mantenendo il controllo del Senato, persero la maggioranza della Camera.

La situazione di incertezza del voto sarà quest’anno aggravata dagli effetti del Covid-19. Le stime prevedono che più di 80 milioni di elettori preferiranno alle elezioni in seggio il voto per posta. Nel 2016 circa il 25% devi voti era stato spedito per posta. Ogni stato permette il voto per posta per gli absentee voters, ma a condizioni e secondo modalità differenti. Alcuni, per esempio, richiedono motivi specifici per concedere il voto a distanza, come la malattia o un viaggio all’estero. Il voto per posta apre la strada alla rappresentazione di alcune minoranze che non sempre avevano potuto esercitare il diritto di voto. In USA per votare non basta averne il diritto, è necessario registrarsi agli appositi elenchi. Questa e altre condizioni portano al voto una selezione del popolo. Il grande interrogativo di quest’anno è se e come ciò influenzerà le elezioni.

Trump opponendosi al voto per posta, lo ha definito più volte “inappropriato”, arrivando a minacciare lo United States Postal Service e tagliandone i fondi. Biden, al contrario, è sicuro dell’efficienza del metodo. I brogli elettorali non sono cosa nuova in America, ma si stima che la frode elettorale per posta abbia una percentuale compresa tra lo 0,00004% e il 0,0009%. Le elezioni di quest’anno, per il contesto sociale ed economico attuale, saranno ricordate a lungo. Resta da vedere se nel bene o nel male.

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