Prospettive per la Corte Suprema dopo Ruth Bader Ginsburg

Il 18 settembre 2020 il giudice Ruth Bader Ginsburg, diventata nota nell’immaginario comune come The Notorious RBG, ha esalato l’ultimo respiro all’età di 87 anni dopo anni di lotta contro un tumore pancreatico.  Nata nel 1933 a Brooklyn da genitori ebrei immigrati dall’Ucraina, laureata alla Cornell University in diritto nel 1954 e alla Columbia University in giurisprudenza nel 1959, Ruth Bader Ginsburg ha segnato la storia civile, politica e giuridica degli Stati Uniti d’America. 

Nella sua vita, si trovò ad affrontare due forme di discriminazione: il sessismo e l’antisemitismo.  Nonostante la laurea a pieni voti dalla Columbia University, Ginsburg inizialmente non trovò nessun impiego perché gli studi legali di New York non erano interessati ad assumere una donna, per di più ebrea e madre.  Entrata quindi nel mondo accademico accettando un posto alla Rutgers Law School, con uno stipendio molto inferiore rispetto a quello dei colleghi uomini, divenne nel 1972 la prima full professor donna della Columbia Law School e una paladina della gender equality.

All’inizio degli anni ’70 prese parte, in associazione con la American Civil Liberties Union (ACLU), all’interno della quale  aiutò a fondare il Women’s Rights Project nel 1972, a due casi discussi presso la Corte Suprema riguardanti entrambi forme di discriminazione di genere. Per la prima volta nella storia, venne chiesto alla Corte Suprema, all’epoca composta interamente da uomini, di sancire se una legge o una policy che discriminava le donne in quanto tali fosse una violazione di un diritto fondamentale.  RBG si trovò davanti il muro di gomma dei giudici e colleghi uomini che non vedevano nemmeno la discriminazione di genere; citando le sue parole: “The response that I got from the judges before whom I argued when I talked about sex discrimination was: ‘What are you talking about? Women are treated ever so much better than men.’Tra il 1970 e il 1980, Ruth Bader Ginsburg discusse sei volte di discriminazione di genere davanti alla Corte Suprema e vinse cinque casi.

Nel 1980 fu nominata dal Presidente Jimmy Carter alla Corte d’Appello del District of Columbia. Nel 1933 fu proposta dal Presidente Bill Clinton come giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Fu confermata dal Senato con una votazione 96-3, diventando così la seconda donna nella storia a ricoprire quell’incarico. Nei suoi 27 anni di mandato, fu una paladina dei diritti civili e della parità di genere, mantenendo sempre uno spirito critico e un’acuta consapevolezza dei limiti del potere della Corte Suprema, tanto da essere considerata una dei massimi sostenitori della teoria del judicial restraint. Per esempio, Ginsburg espresse più volte criticità nei confronti della sentenza Roe v. Wade (1973), non perché non credesse nell’autodeterminazione della donna e del suo corpo o al diritto all’aborto, ma perché la riteneva una sentenza che esulava dalle competenze della Corte.  Al tempo stesso, soprattutto attraverso le sue sferzanti opinioni dissenzienti, difese e sostenne i valori liberali in cui credeva profondamente. Ricordiamo, per esempio, il caso Ledbetter v. Goodyear Tire & Rubber Co. in cui Ruth Bader Ginsburg lesse dalla cattedra, atto riservato alle forme più acute di dissenso, davanti agli altri otto giudici, tutti uomini, una caustica opinione dissenziente in cui accusava loro di essere ciechi o indifferenti al problema del gender pay gap: “The Court does not comprehend or is indifferent to the insidious way in which women can be victims of pay discrimination”. In seguito a questo caso e alla richiesta espressa in quella stessa opinione da RBG al Congresso di occuparsi di ciò che la Corte aveva ignorato, il neo-eletto Presidente Barack Obama firmò, nel gennaio 2009, la sua prima legge, il Lilly Ledbetter Fair Pay Act.

La sua morte lascia un vuoto sia nel cuore dei suoi molti sostenitori e fan, che in lei vedevano non solo un’incarnazione della lotta per la parità di genere, ma anche una solida linea di difesa nei confronti delle tendenze fortemente conservatrici del Partito Repubblicano e della Corte Suprema stessa.  Il posto vacante è diventato oggetto di grandi contese tra il GOP e i Democratici. In una situazione tesa e complessa come quella di queste elezioni, il cui esito sembra sempre più incerto con l’avvicinarsi delle votazioni stesse, ogni fattore potrebbe essere decisivo. 

Tecnicamente, la Costituzione degli Stati Uniti non impone alcun limite, né minimo né massimo, al numero di giudici della Corte Suprema. Nove è diventato il numero “standard” dal 1869, ma nulla vieta al Congresso di cambiarlo. Due delle principali proposte democratiche si basano proprio su questo. La prima è quella di avere una Corte Suprema ad 8, quanto meno in modo temporaneo. La ratio di una Corte Suprema ad 8 in modo temporaneo, ovvero fino all’insediamento del nuovo Presidente, sarebbe quella di rispettare il precedente per cui un Presidente all’ultimo anno di mandato o almeno in prossimità delle elezioni non nomini alcun giudice della Corte, ma lasci che sia il suo successore a farlo. Sulla base di questo precedente, chiamato anche “Biden Rule” da un discorso del 1992 dell’allora senatore Joe Biden, il Senato a maggioranza repubblicana del 2016 si rifiutò di votare una qualsiasi proposta del Presidente Barack Obama per riempire il posto lasciato vacante dalla scomparsa del giudice Antonin Scalia. All’epoca, tra l’eventuale voto del Senato e le nuove elezioni sarebbero passati nove mesi. 

Quattro anni dopo, i Repubblicani sembrano aver cambiato totalmente idea nei confronti della Biden Rule. Infatti, solo due dei 53 senatori repubblicani hanno espresso perplessità sul votare una nomination del President Trump a meno di un mese dalle elezioni. L’unica differenza tra le due situazioni è che, mentre nel 2016 la maggioranza repubblicana al Senato era sufficientemente forte da poter resistere alle elezioni e si prospettava la possibilità di un presidente repubblicano, situazioni che si sono poi entrambe realizzate, questa tornata elettorale sembra molto più incerta per il GOP. 23 dei 35 posti al Senato che verranno decisi in queste elezioni sono al momento Repubblicani e svariati di questi si troveranno ad affrontare una fortissima competizione per mantenere quel posto. Tra questi ricordiamo soprattuto Mitch McConnell, attuale Majority Leader al Senato, Susan Collins e Lindsey Graham, entrambi aspramente criticati per il loro atteggiamento ambivalente nei confronti di Donald Trump e per l’incapacità di prendere posizioni forti o coerenti. 

Una Corte Suprema ad 8 anche oltre l’insediamento del nuovo Presidente è invece stata proposta da alcuni esperti del R Street Institute, un’associazione non-profit e nonpartisan. Le ragioni dietro a questa proposta sono parzialmente storiche, ovvero legate al fatto che le prime Corti Supreme erano a numero pari, e parzialmente pratiche, ovvero che essa potrebbe essere implementata senza bisogno di modifiche alla costituzione. Nonostante le interessanti argomentazioni a favore, nessuna forza politica sembra interessata a far propria questa idea. 

La seconda proposta dei Democratici riguardante il numero di membri della Corte Suprema è nota come “court-packing”. La pratica del court packing consiste nel nominare e far approvare dal Senato una serie di giudici in “sovrannumero” rispetto ai nove per garantirsi una Corte Suprema della propria maggioranza. L’unica occasione in cui si è verificato un concreto tentativo di mettere in atto questa pratica è stato nel 1937, quando il Presidente Franklin Delano Roosevelt ha annunciato che avrebbe portato il numero di giudici fino a 15. La ragione di questa decisione era quella di riuscire a superare le ostilità dell’allora Corte Suprema al suo New Deal. La proposta di FDR non fu approvata in Senato con un voto di 70-22.

È opinione diffusa che tentare un court packing sarebbe un suicidio politico per i Democratici, che comunque prima dovrebbero riuscire ad ottenere la presidenza e la maggioranza al Senato in queste elezioni. Il court packing è impopolare presso l’elettorato americano e potrebbe portare più svantaggi che vantaggi. Se anche i Dem riuscissero ad ottenere il risultato elettorale sopra citato, tentare una manovra simile li porterebbe probabilmente a perdere la maggioranza sia al Senato che alla House of Representatives.  Di conseguenza, la proposta democratica di aumentare il numero dei giudici sembra aver avuto più che altro lo scopo di “spaventare” i Repubblicani e farli tornare sui loro passi riguardo alla votazione di un giudice in prossimità di un’elezione così contesa. Se effettivamente questo era lo scopo, non ha sortito effetti. 

L’ultima proposta sul tavolo democratico è quella di imporre un limite di mandato ai giudici della Corte Suprema, che ora servono a vita (o fino a spontanee dimissioni). Questa proposta è sostenuta non solo dal mondo politico, ma anche da quello accademico. Già nel 2006 era stato pubblicato nel Harvard Journal of Law and Public Policy un articolo dal titolo “Term Limits for the Supreme Court: Life Tenure Reconsidered” e nel 2017 21 professori di diritto firmarono una petizione del gruppo Fix the Court intitolata “Letter to Congress on the Regularization of Supreme Court Appointments Act of 2017”. Sotto il Supreme Court Term Limits Acts i giudici della Corte Suprema potrebbero mantenere il loro posto solo per 18 anni, dopodiché potrebbero servire in altre corti inferiori. Questo limite non sarebbe imposto ai giudici attualmente alla Corte. In più, verrebbe modificato il processo di nomina, per cui ogni presidente nominerebbe due giudici nel corso del suo mandato. Questa proposta non diventerà legge perché non verrà approvata dal Senato repubblicano, che al momento ha tutti gli interessi a tenere la situazione così com’è attualmente. 

Dall’altro lato dello spettro partitico, i Repubblicani hanno un’unica proposta, identificabile in Amy Coney Barrett. Il GOP infatti ha deciso di sostenere il Presidente Trump nella nomina e approvazione di un nuovo giudice che sostituisca Ruth Bader Ginsburg a pochi giorni dalle elezioni. Le differenze tra Amy Coney Barrett e RBG sono lampanti e, per alcuni, preoccupanti: la prima cattolica conservatrice, la seconda ebrea liberale; quella una minaccia all’Affordable Care Act e al diritto all’aborto, questa un difensore di entrambi. Inoltre, è stata da molti criticata l’enorme differenza di preparazione tra i due giudici: Barret ha svolto due anni di libera professione, quindici di insegnamento e appena tre da giudice. Inoltre, non ha mai discusso un caso, tanto meno davanti alla Corte Suprema, e si è principalmente occupata di casi civili e non penali. 

La conferma di Barrett segnerebbe una forte maggioranza conservatrice all’interno della Corte Suprema (la più conversatrice dal 1950) e questo potrebbe rendere difficile, se non impossibile, l’entrata in vigore di alcune riforme particolarmente liberali di un’eventuale futura amministrazione democratica, oltre ad essere un importante asset per Trump in caso di un voto contestabile il 4 novembre. In più, il giudice Barret è estremamente giovane: a soli 48 anni, potrebbe servire alla Corte anche per quaranta anni. Nonostante la Biden Rule e tutti i precedenti del caso, Mitch McConnell e il Senato sono decisi a votare la sua nomina prima delle elezioni di novembre. La data prevista sarebbe dovuta essere il 22 ottobre, ma la diffusione del coronavirus nell’amministrazione Trump e, soprattuto, nel Senato ha temporaneamente sospeso ogni procedura. 

Nonostante tutti i membri democratici del Senate Judiciary Committee si siano rifiutati di votare e addirittura abbiano boicottato la votazione sostituendosi con immagini di persone che verrebbero danneggiate dall’eliminazione dell’Affordable Care Act, la nomination di Amy Coney Barrett è stata approvata (con voto 12-0) dopo giorni di confronti tra i membri del comitato e il giudice in cui lei si è dimostrata al tempo stesso molto preparata (a differenza di molti sui predecessori ha parlato senza l’utilizzo di fogli davanti) e poco disponibile a prendere posizioni, soprattutto su public policy, dichiarandolo incompatibile con il suo ruolo di giudice. Importante notare come, però, si sia anche rifiutata di esprimere una posizione su temi come l’Affordable Care Act, Roe v. Wade e i matrimoni omosessuali. 

Il 26 ottobre, a meno di due settimane dall’Election Day, con un voto di 52-48, il Senato ha confermato la nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema degli Stati Uniti. La già citata Susan Collins è stata l’unica senatrice del GOP a votare contro. Con tre giudici nominati in un solo mandato, Donald Trump ha segnato il futuro degli Stati Uniti e dalla Corte Suprema in un modo che nemmeno l’eventuale vittoria del duo Biden-Harris alle elezioni potrebbe cambiare.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com