La liberazione di Silvia Romano

I fatti

Silvia Romano, 25enne originaria di Milano, parte per il Kenya nel 2018. È la sua seconda esperienza come volontaria, dopo un breve ritorno in Italia da settembre 2018. L’Onlus con cui si reca in Kenya si chiama “Africa Milele” e opera nel villaggio di Chakama, circa 80 chilometri a ovest di Malindi, in Kenya. Il 20 novembre un gruppo di circa 3/4 persone – riconosciute come non del Kenya, ma somale per via della lingua e del vestiario – armate di kalashnikov e machete, fa irruzione nel villaggio in cui si trova Silvia sparando all’impazzata, dirigendosi poi a colpo sicuro verso la casa dove soggiorna la ragazza. In quel momento lei è l’unica volontaria della Onlus presente sul territorio.
Nell’invano tentativo di impedire il rapimento, rimangono feriti diversi kenyoti dai 12 ai 45 anni. Le indagini rivelano poi che gli artefici del rapimento – esecutori materiali – sono criminali comuni del Kenya di etnia somala (di cui tre vengono rintracciati) ma che il mandante sarebbe il gruppo jihadista del Kenya al Shaebaab, affiliato di Al-Quaeda e in lotta contro l’ISIS per il controllo della pirateria nel mare a largo del Corno d’Africa, punto strategico perché passaggio obbligato per raggiungere il canale di Suez.

Silvia viene trasportata dal Kenya in Somalia appena dopo il rapimento attraverso un viaggio in moto, e poi a piedi: anche il rilascio è avvenuto non lontano dalla capitale somala. Poche sono le informazioni trapelate nel corso dei mesi dai Servizi Segreti Italiani, nonostante le numerose speculazioni. Dopo 18 mesi di prigionia, due giorni fa – 10 maggio 2020 – Silvia finalmente torna in Italia grazie a un’operazione di cui ancora si sa poco ma che sarebbe stata messa a punto grazie alla collaborazione dei servizi segreti somali e turchi.
In Somalia infatti si intrecciano gli interessi di numerose pedine nella scacchiera internazionale: dalla Turchia, che ha ampliato i suoi interessi nell’area costruendo legami solidi con Mogadiscio, agli USA, autori nei primi sei mesi del 2020 di 42 strikes contro i terroristi di al Shabaab (segmento degli oltre 230 fin dal 2006), alla Cina, portatrice di numerosi interessi economici nell’area.
Un altro Paese che però sembra abbia avuto un ruolo chiave nell’operazione è il Qatar, nazione con la quale abbiamo grandi interessi economici e che è servita a portare a termine la trattativa finale. Il Qatar ha contatti importanti con Al Shabaab (per liberare 26 membri della famiglia reale rapiti dai terroristi arrivarono a pagare un miliardo di dollari). A Doha si sarebbe svolta la trattativa finale, lì sarebbe arrivato il video definitivo – quello in cui si dimostrava la presenza in vita di Silvia Romano – e da lì sarebbe partito il pagamento del riscatto.
L’ultima parte del suo viaggio, durato tre giorni, si è svolto su un trattore, sotto la pioggia battente che in questo periodo flagella la Somalia. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio Silvia Romano sale finalmente a bordo di un’auto, a bordo ci sono agenti dei servizi segreti che la portano all’ambasciata italiana di Mogadiscio.

Ha fatto molto parlare la foto – pubblicata anche dal governo centrale di Ankara – che la ritrae con un giubbotto contrassegnato da una mezzaluna (simbolo della Turchia) e che manderebbe un chiaro segnale del coinvolgimento turco nella vicenda. Ieri, è arrivata una precisazione da parte di fonti di intelligence italiane che ha affermato: “Silvia Romano è stata recuperata dagli uomini dell’intelligence italiana con quello stesso giubbetto che si vede nella foto, che è dotazione rigorosamente italiana e che le è stato fornito nell’immediatezza senza alcun simbolo”. Poi l’aggiunta: “quindi non è da escludersi che quella foto sia un fake”.
Sembrerebbe dunque che la Turchia abbia voluto addirittura mettere il suo “marchio” islamico sulla liberazione, lanciando un chiaro messaggio ai Paesi del Corno d’Africa (“siamo noi ad avere in mano la situazione”) in un momento in cui sono in gioco colossali interessi relativi allo sfruttamento di nuovi giacimenti petroliferi.

Alcuni giornali ieri hanno parlato di un riscatto per la cifra di 4 milioni di euro, che però non sarebbe stata confermata ufficialmente. Oggi si parla di un milione e mezzo, ma alla fine poco importa della cifra esatta.

All’arrivo all’aeroporto di Ciampino la ragazza ha dichiarato di “essere stata trattata sempre bene” e di “stare bene”, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Al suo arrivo è stata accolta dai genitori, dal presidente del consiglio Conte, dal ministro degli Esteri Di Maio.

Gli aspetti salienti

Allontanandoci dalle polemiche impazzanti negli ultimi giorni e dalle voci riguardanti la sua conversione all’Islam (a sua detta frutto di una scelta libera e non coatta, ma che potrebbe in ogni caso essere frutto della condizione psicologica in cui si trovava la ragazza) e addirittura una possibile gravidanza, la liberazione di Silvia pone ulteriori questioni da approfondire, anche più problematiche.

  1. IL PAGAMENTO DEL RISCATTO

Premettendo che la liberazione di Silvia era doverosa e necessaria a qualsiasi costo, il metodo – pagamento di un riscatto a una cellula terroristica – pone non pochi interrogativi. Semplificando, esistono due modalità per affrontare la liberazione di un ostaggio: agire con un raid militare o avviare una contrattazione.
Nel primo caso la strategia di fondo è quella del “We don’t negotiate with terrorists”, perpetrata dagli USA ma anche dalla maggior parte degli stati occidentali, nonostante spesso negoziati vengono conclusi in ogni caso, seppur negandolo davanti all’opinione pubblica. Il rischio di perdite in termine di vite umane è necessariamente alto, per quanto riguarda sia civili, sia ostaggi, sia i militari coinvolti nell’operazione. Un esempio fallimentare è il blitz perpetrato dalla Francia l’11 gennaio 2013 nel tentativo di liberare due agenti tenuti ostaggio da una cellula terroristica, conclusosi con la morte di uno degli ostaggi, di due membri delle forze speciali e di decine di somali.

Nel secondo caso – come per liberazione di Silvia – si tratta di operazioni di intelligence molto complesse e spesso molto lunghe. Innanzitutto, è necessaria l’individuazione del proprio interlocutore, cioè un contatto utile (cosa che richiede però molta cautela per eventuali tentativi di “truffa”) che metta in comunicazione con i sequestratori. In seguito, si avvia una trattativa sul presupposto che il proprio concittadino sia ancora vivo, circostanze in ogni caso difficili da verificare. Che l’operazione si concluda con il pagamento di un riscatto o con la liberazione di prigionieri (come avvenne nel 2014 a seguito di una negoziazione degli USA coi talebani che portò alla liberazione di 5 importanti esponenti detenuti a Guantanamo in cambio di Bowe Bergdahl, militare catturato dai jihadisti in Afghanistan), si tratta comunque di fornire un vantaggio strategico ai gruppi terroristici. Da un lato infatti potranno finanziare armi e traffici e dall’altro riotterranno una componente “capitale umano” significativa per l’espansione/consolidazione sul territorio dell’organizzazione.
I negoziati sono dunque meno rischiosi per quanto riguarda la perdita di vite umane a “breve termine”, anche se i costi reali sono impossibili da quantificare perché vanno analizzati nel lungo periodo (es. quanto si intensificheranno gli attacchi ai villaggi locali o quanti attacchi terroristici verranno finanziati con i milioni pagati per il riscatto).
Un ulteriore problema che pone la scelta di quest’approccio è quello dell’incentivo al sequestro di occidentali per riscatti, rendendo meno sicuri i viaggi in quelle zone sia a livello turistico sia a livello di volontariato e cooperazione internazionale, settori che spesso ricoprono ruoli preminenti per le comunità locali (basti pensare alla costruzione di scuole o alla sopravvivenza dei parchi dove la lotta al bracconaggio è finanziata quasi interamente dagli introiti dei safari e del turismo).

2. LA GESTIONE MEDIATICA

Se da un lato il ritorno di Silvia costituisce una vittoria per quanto riguarda il lavoro portato avanti dai Servizi Segreti Italiani, altrettanto non si può dire per come la vicenda è stata gestita a livello mediatico e di comunicazione. Come accennato sopra, la scelta religiosa appartiene strettamente alla sfera personale e all’esercizio del proprio diritto costituzionale alla libertà di culto.
Tuttavia, quelle immagini della ragazza che scende dall’aereo col capo coperto, indossando un vestito somalo da donna musulmana, accompagnate dalle dichiarazioni circa la sua libera conversione all’Islam possono essere lette come un successo propagandistico in Kenya per al-Shabab, per al-Qaeda e per tutta la galassia jihadista e dell’estremismo islamico. Il motivo per cui i Paesi anglosassoni da tempo non diffondono video del ritorno a casa degli ostaggi liberati e persino dei funerali dei propri caduti militari è proprio quello di non far circolare immagini preziose per la propaganda e le operazioni psicologiche del nemico.
Forse – anche per rispetto della privacy della diretta interessata, che è stata oggetto negli ultimi giorni delle più feroci critiche e attacchi sul web – sarebbe stato preferibile, specie in quel contesto e con la simbologia che il suo abbigliamento rappresenta, un rientro gestito senza immagini, in forma riservata e con i soli famigliari, oppure con la presenza del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri ma senza dichiarazioni ai media e riprese televisive.

3. LA SICUREZZA DELLA COOPERAZIONE

Come è possibile che una giovane ragazza volontaria, partita con un’Onlus riconosciuta, sia rimasta da sola in una casa non protetta o sorvegliata in un villaggio rurale del Kenya, fosse anche stata una situazione momentanea? (Sembra che fossero da poco partiti dei volontari e che dopo pochi giorni ne sarebbero arrivati degli altri).
In un momento in cui sempre più giovani da tutto il mondo scelgono di compiere esperienze di volontariato e immettersi nella macchina della solidarietà e della cooperazione internazionale, di fondamentale importanza è l’esigenza di garantire la sicurezza di tali viaggi, così che non si vengano a verificare situazioni come quella che hanno favorito e consentito il rapimento di Silvia.
Di fronte al proliferare di Onlus e associazioni spesso di minuscole dimensioni – seppur animate da nobilissimi scopi – non si può quindi non chiedersi se sia necessario implementare la regolamentazione e l’organizzazione di tali soggiorni, in modo da permettere ai volontari di operare nella massima sicurezza possibile.

Attendendo di avere maggiori chiarimenti riguardo ai dettagli dell’operazione e, in particolare, all’entità del coinvolgimento dei servizi turchi, non possiamo far altro che gioire del ritorno della nostra connazionale dopo un’esperienza così lunga e provante e ringraziare chi ne ha permesso il rientro.

(Bianca Zavanone)

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