Leadership malate sotto il COVID-19

I problemi della Cina

Già prima dello scoppio dell’epidemia di Covid-19, molti Paesi occidentali stavano ricalibrando le proprie relazioni con la Repubblica Popolare Cinese. Una serie di questioni calde, e tuttora irrisolte – il trattamento della minoranza uigura nello Xinjiang, l’autonomia di Hong Kong e le relazioni sempre più tese con Taiwan, dopo la rielezione dell’indipendentista Tsai Ing-wen – stavano spingendo le democrazie verso una posizione più dura e coordinata nei confronti della sempre più autoritaria Cina di Xi Jinping. Un maggiore controllo europeo relativo agli investimenti cinesi in settori strategici ne era una cartina di tornasole.
Il disastro dell’epidemia non ha fatto altro che inasprire i sospetti occidentali – quelli di Germania e Francia, in primis – verso la natura ostinatamente segreta del Partito Comunista Cinese. In tempi normali, gli Stati Uniti d’America sarebbero stati il Paese guida “naturale” di tale cambiamento di politica estera.

Sfortunatamente, non viviamo in tempi normali. L’approccio dell’Amministrazione Trump verso la Cina è talmente “schizofrenico” da allarmare gli alleati, piuttosto che unirli. Senza una risposta occidentale unificata e coerente, le possibilità di influenzare, o addirittura di modificare, i comportamenti assertivi e poco trasparenti di Pechino sono drasticamente ridotte. Fino ad oggi, il presidente americano è stato più forte nella retorica che nella pratica.
Diverse voci sostengono che alti funzionari della Casa Bianca stiano pensando di fare causa al governo cinese, sulla scia di alcuni Stati dell’Unione. Sebbene un’azione del genere possa sembrare allettante per le imprese che sono state duramente colpite da Covid-19, esigere riparazioni finanziarie da Pechino sarebbe quantomeno dubbio ai sensi del diritto internazionale. Inoltre, indurrebbe quasi certamente l’orgoglioso governo cinese a vendicarsi. In tal senso, le conseguenze per il commercio, l’economia e le relazioni internazionali sarebbero deleterie. 

Il rapporto con l’Europa

Ad ogni modo, se la risposta di Washington risulta instabile e poco credibile, Bruxelles si dimostra, tanto per cambiare, debole. Infatti, l’Unione Europea ha vergognosamente permesso alla Cina sia di censurare una “joint friendship letter” sia di eliminare qualsiasi riferimento alle origini cinesi del Covid-19, dando così spazio alle teorie più strampalate prodotte dal Dipartimento Centrale di Propaganda. Ma la riluttanza degli alleati a seguire Washington non riguarda principalmente la codardia. Riflette anche due problemi più profondi.

Anzitutto, c’è una mancanza di fiducia nello stesso presidente Trump: fattore, questo, troppo spesso sottovalutato. In secondo luogo, c’è il fondato timore che le politiche dell’attuale Amministrazione nei confronti della Cina facciano parte di un più ampio assalto all’ordine internazionale liberale. Ordine basato su regole, istituzioni e condotte – promosse dagli Stati Uniti stessi dopo la Seconda Guerra Mondiale – cui rimangono attaccati gli alleati europei ed asiatici. Questi, da che il magnate newyorchese siede nello Studio Ovale, hanno visto gli Stati Uniti ritirarsi dagli accordi di Parigi, dall’accordo nucleare iraniano, dal Partenariato Trans-Pacifico (TPP), e deliberatamente ostacolare sia la WTO che l’Organizzazione Mondiale della Sanità in questa emergenza Covid.
Inoltre, la minaccia americana di imporre dazi alla Germania e al Giappone, lo scetticismo di Trump verso la NATO e la sua dichiarata ostilità nei confronti dell’Unione Europea sono ricordi vividi. Infine, la retorica aggressiva del Presidente verso la Cina viene sempre più vista per quello che è: mera benzina per la sua campagna elettorale.

Cosa sarebbe successo se un qualsiasi predecessore dell’attuale presidente avesse solennemente affermato di essere certo che il Covid-19 fosse nato in un laboratorio cinese? Con ogni probabilità, gli alleati avrebbero preso una simile dichiarazione molto sul serio, e avrebbero agito di conseguenza. Tuttavia, le attuali conferenze stampa nel Rose Garden non hanno più il peso, né la credibilità, di un tempo. L’effetto collaterale è che se anche Trump dovesse mai dire la verità – remota eventualità, questa – sarebbe certamente ascoltato con grande scetticismo.
In sostanza, anche gli alleati europei e asiatici sono infuriati per il comportamento autoritario, opaco e poco collaborativo di Pechino. Semplicemente non vedono nell’Amministrazione Trump la leadership necessaria per contrastarlo.

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Edoardo Vaghi

Studente di Management all'Università Bocconi e di Geopolitica all'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

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