La scommessa Haftar

Quando Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010, decise di darsi fuoco a Tunisi in segno di protesta contro corruzione e povertà, Kalifa Haftar si trovava a Vienna, in Virginia. Rifugiatosi negli Stati Uniti nel 1993 dopo un fallito golpe contro M. Gheddafi, il generale aveva mantenuto negli anni stretti contatti con la CIA, e supportato dall’esilio diversi falliti tentativi di assassinare il Rais libico.
L’occasione giusta per rientrare in patria gli si presentò quando le rivolte popolari della Primavera Araba scossero il Medio Oriente e portarono alla caduta improvvisa di diversi dittatori che avevano detenuto saldamente il potere per decenni nella regione.
In Tunisia, Zine El-Abidine Ben Ali fuggì in esilio volontario a Jedda, in Arabia Saudita, il 14 gennaio 2011; meno di un mese dopo, in Egitto, Hosni Mubarak decise di dimettersi per ritirarsi a vita privata nella sua residenza di Sharm el Sheik.

Nell’ottobre dello stesso anno in Libia, il colonnello Gheddafi, spodestato dai ribelli del Comitato Nazionale di Transizione dopo 42 anni di governo, venne catturato dopo una lunga fuga nei pressi di Sirte condannato a morte. Il suo cadavere sepolto senza onori, da qualche parte in mezzo al deserto libico.
8 anni dopo, nel 2019, è l’euforia della primavera araba che sembra sepolta sotto una coltre di sabbia: in tutto il Medio Oriente, una diffusa reazione agli sconvolgimenti del 2011 sembra essersi tradotta in uno sforzo generalizzato per scongiurare nuove sommosse popolari e tenere sotto controllo le forze islamiste.
Questa spinta contro-rivoluzionaria sta favorendo il ritorno al potere di diversi “uomini forti” dalle tendenze autoritarie, nella convinzione che rappresentino la migliore soluzione per neutralizzare gli estremisti religiosi e riportare ordine e stabilità nella regione.

In Siria e in Yemen due rovinose guerre civili hanno visto i rispettivi leader autoritari ricevere forte supporto internazionale – russo e iraniano in un caso, saudita e emiratino nell’altro – contro le milizie ribelli.
In Egitto, il generale el-Sisi ha guidato un colpo di stato contro il presidente eletto Mohamed Morsi e ha instaurato un’oppressiva dittatura militare.
In Sudan, dopo la deposizione del presidente Al Bashir, l’esercito si è opposto al trasferimento dei pieni poteri politici a un governo civile democraticamente eletto.
In Libia, il generale Kalifa Haftar, rientrato dall’esilio, ha disertato le trattative di pace con il Governo di Unità Nazionale e, il 4 aprile 2019, ha ordinato al suo esercito – Libyan National Army – di muovere contro Tripoli, con l’obiettivo di spodestare il premier in carica, Fayez Al- Sarraj, e prendere il potere.

L’attacco di Haftar, sebbene condotto contro un Governo riconosciuto all’unanimità dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non è una sorpresa. Il Generale, negli anni, aveva progressivamente conquistato estese porzioni di territorio nella parte orientale del paese e sponsorizzato la fondazione di un governo parallelo della Cirenaica, con sede a Tobruk, del quale è Ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore. Quando le imponenti colonne di blindati dell’ELN hanno mosso verso Tripoli, la conquista della capitale è sembrata per un attimo scontata, quasi inevitabile. L’epilogo naturale di una marcia al potere iniziata diversi anni prima. In poco tempo però, gli eventi hanno preso una piega imprevista, l’esito della guerra si è fatto incerto e quella su Haftar ha smesso di sembrare una scommessa sicura.

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Attacco delle forze aeree fedeli al generale Haftar, a sud di Tripoli. 

Il governo Serraj

Il Governo di Unità Nazionale è nato in seguito alla firma, nel dicembre del 2015, del Libyan Political Agreement (LPA): un accordo di pace supportato all’unanimità dal consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha riconosciuto il governo di Serraj come l’unica istituzione legittima in Libia e ha istituito il Consiglio di Presidenza come organo esecutivo responsabile del governo del paese.
Pochi mesi dopo, nel marzo 2016, lo stesso Consiglio di Sicurezza ha spinto il premier Serraj e il neonato Governo libico a trasferire le proprie attività a Tripoli il più rapidamente possibile, per dare un segnale forte alla popolazione e affrontare al meglio “le sfide politiche, di sicurezza, umanitarie, economiche e istituzionali del paese”.
In un momento in cui in Libia, un paese di circa 6 milioni di abitanti, circolavano oltre 20 milioni di armi, il nuovo governo si è insediato nella capitale senza poter contare sul supporto di un esercito regolare – dissoltosi dopo la caduta del regime – ed è stato di fatto costretto a cercare il supporto delle milizie per garantire la propria sicurezza e mantenere l’ordine pubblico.
Le milizie che hanno risposto all’appello – tra cui spiccano per importanza le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Brigata al Nawasi, le Forze Speciali di Deterrenza RADA e il cosiddetto Gruppo Ghanewa – sono state legittimate dal governo, la loro presenza in città  “normalizzata”: alla Brigata al Nawasi, per esempio, è stata affidata ufficialmente la sicurezza personale del premier Serraj mentre le Forze di Deterrenza si sono addirittura viste riconoscere lo status di Forze Speciali e il ruolo di polizia militare.
In breve tempo, i gruppi armati istituzionalizzati si sono associati in una sorta di cartello e hanno espanso la loro influenza, esercitato un controllo sempre più forte e capillare sulla capitale libica: ad oggi a Tripoli sono le milizie a gestire la distribuzione del carburante e le raffinerie petrolifere, a presidiare il territorio, a controllare le banche, l’aeroporto, la prigione.

Questi gruppi sono formalmente fedeli al Governo di Serraj, ma operativamente si muovono in modo indipendente, rispondono a diversi comandi militari e i loro schemi di alleanze sono in continuo mutamento. Sono accomunati più dall’opportunismo e dalla volontà di sfruttare lo status quo per accaparrarsi più potere e denaro possibile, che dalla lealtà al Presidente.
Come testimonia il recente reportage di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi per l’Espresso, l’ingerenza delle milizie e la corruzione, la criminalità e il caos che ne sono derivati, hanno portato all’esasperazione la gente della capitale, tanto che sono in molti oggi a rimpiangere l’ordine e la sicurezza garantiti ai tempi del regime del Colonnello.
Sul piano internazionale, la dipendenza del Governo Serraj dai gruppi armati lo ha reso poco affidabile agli occhi dei potenziali partner. In un momento in cui sembra impossibile trovare una soluzione politica ai problemi della Libia, la maggior parte degli interlocutori esteri non vede benefici nel supportare un governo che, di fatto, ha ceduto il proprio potere militare a gruppi di miliziani estremisti e totalmente inaffidabili nel medio periodo.
Persino l’Italia, principale sponsor europeo del Governo di Unità Nazionale, ha di recente ammorbidito la sua posizione, dichiarandosi promotrice di una soluzione politica ma neutrale ed equidistante rispetto alle due parti in conflitto.

La posizione diplomatica del Governo si è complicata ulteriormente con l’inizio della guerra contro Haftar: per far fronte all’avanzata dell’esercito del Generale dalla Cirenaica è stato fondamentale l’intervento di miliziani provenienti da tutto l’ovest del paese e in particolare da Misurata.
Le brigate di Misurata, tra cui la celebre Brigata Al-Sumood, al comando di Salah Badi, sono le formazioni militari meglio equipaggiate tra quelle in campo e stanno sostenendo costi umani e materiali superiori rispetto alle milizie tripoline: come riportato da L’Espresso, è difficile immaginare che, in caso di vittoria, le forze misuratine smobiliteranno rinunciando a qualsiasi rivendicazione “politica”.
Se il Governo di Tripoli dovesse prevalere, lo scenario futuro rimarrebbe quindi incerto ed è probabile che la decisione di supportare militarmente le milizie si riveli in ogni caso controproducente nel lungo termine.
La situazione, in questo senso, è paragonabile a quella che ha contraddistinto la Siria nelle fasi iniziali della guerra civile, quando l’amministrazione Obama ha rinunciato a fornire indispensabile supporto militare ai ribelli per paura che armi e aiuti economici finissero nelle mani di gruppi islamisti radicali problematici da gestire dopo la fine della guerra.
Qatar e Turchia continuano a schierarsi al fianco di Serraj in chiave anti-emiratina ma il loro commitment in termini di sostegno militare rimane nettamente inferiore rispetto a quello degli alleati di Haftar.

La strategia Haftar

In netta contrapposizione con l’immagine di un Serraj ostaggio delle milizie islamiste, Haftar si promuove come un nemico giurato dell’estremismo islamico e un leader forte, capace di riportare ordine e stabilità in un paese lacerato dal dramma di quattro guerre civili in otto anni.
Secondo la narrativa di Haftar, l’unica scelta possibile in Libia è quella tra il suo Esercito Nazionale Libico e la violenza di ISIS e milizie. Facendo leva sul bisogno urgente di fare fronte comune contro lo Stato Islamico a Bengasi e in Cirenaica, il generale è riuscito a legittimare la sua ambizione al potere e a tessere un’ampia rete di alleanze, sia in patria che all’estero.
La forza di Haftar non sta tanto nella sua competenza bellica, quanto nella capacità di stringere mani e siglare accordi, di sedersi a tutti i tavoli e coltivare relazioni con diversi interlocutori dagli interessi spesso, almeno parzialmente confliggenti.

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Veicoli dell’ELN si muovono verso Tripoli

L’ELN è il risultato del modus operandi di Haftar: nel 2014, per muovere guerra “contro i jihadisti”, il generale ha riunito sotto la stessa bandiera diverse milizie e gruppi tribali accomunati dalla volontà di liberare Bengasi da ISIS e Ansar al Sharia e di combattere gli estremisti sunniti in Cirenaica. Nonostante Haftar si sforzi di dipingere il suo esercito come “la sola istituzione legittima in Libia”: una compagine unitaria e organizzata, più simile a un esercito regolare che a un insieme di formazioni paramilitari, l’ELN è in realtà a sua volta un insieme di forze eterogenee e in parte radicali.
Diverse fonti hanno confermato che gruppi estremisti salafiti hanno operato all’interno dell’Esercito Nazionale Libico fin dal 2014. In particolare, come riportato da Atlantic Council, Haftar avrebbe sciolto la Brigata Tawhid, salafita madkhalista, per incorporarla nel suo esercito, in varie brigate e importanti divisioni militari come il 210 ° reggimento fanteria e il 302 ° forze speciali.
Alcune fonti hanno inoltre riportato che all’interno dell’ELN operano anche gruppi paramilitari legati a ribelli sudanesi del gruppo MGU (Movimento Giustizia e Uguaglianza), impegnato nel conflitto del Darfur.

Dopo tre anni di faticosi combattimenti, questa coalizione eterogenea, forte anche del supporto internazionale fornitole in chiave anti-ISIS, è riuscita a vincere la battaglia Bengasi e ha poi mosso verso est per liberare la città costiera di Derna da una coalizione di militanti islamisti nota come Derna Mujahideen Council (DMSC).
Successivamente, nel gennaio 2019, con il pretesto di contrastare gruppi di miliziani provenienti dal Chad, l’Esercito Nazionale Libico ha conquistato vaste porzioni di territorio nel sud del paese, tra cui i giacimenti petroliferi di el-Feel e Sharara.
In questo caso, invece di attaccare i gruppi locali di etnia Tuareg e le forze a guardia dei giacimenti (Petroleum Facilities Guards, anch’esse in prevalenza Tuareg), Haftar ha scelto di scendere a patti e ha offerto loro, in cambio della resa, un generoso compenso economico e la possibilità di entrare a fare parte della struttura “unitaria e organizzata” dell’ELN.
La trattativa ha avuto successo e il Generale ha ottenuto il controllo di giacimenti petroliferi in grado di produrre 400,000 barili di greggio al giorno, senza quasi sparare un colpo.

Se in patria l’immagine di ultimo baluardo contro i jihadisti ha permesso al generale di assemblare un esercito dal nulla e conquistare mezzo paese, all’estero lo ha senza dubbio aiutato ad incassare il supporto diplomatico e militare necessario a conquistare l’altra metà.

In prima fila tra gli sponsor di Haftar ci sono l’Egitto di Al-Sisi, l’Arabia Saudita di Mohammad bin Salman e soprattutto gli Emirati Arabi Uniti, che secondo un rapporto Onu, gli avrebbero fornito abbondante supporto aereo e oltre 100 mezzi corazzati.
Che la Francia abbia rapporti privilegiati con l’uomo forte della Cirenaica è cosa nota, tanto che, secondo indiscrezioni non confermate dall’Eliseo, il figlio di Haftar si sarebbe recato a Parigi il 4 aprile per ottenere il via libera all’attacco contro Tripoli.
Secondo quanto riportato da Al Jazeera inoltre, diversi presunti membri dei servizi segreti francesi sono stati fermati dalle autorità tunisine nelle prime due settimane di aprile, mentre tentavano di entrare nel paese dalla Libia, a conferma del fatto che Parigi avrebbe anche uomini sul campo al fianco dell’ELN, con compiti di consulenza e addestramento.
Haftar ha anche ottenuto il sostegno – sebbene con un livello di coinvolgimento differente – sia degli Stati Uniti che della Russia: due Stati con agende di politica estera e schemi di alleanze opposti in Medio Oriente.
Tra i due, l’apporto militare della Russia è stato molto più concreto: secondo quanto riportato da diverse fonti, l’esercito di Haftar sarebbe in possesso di materiale bellico russo: in particolare droni, artiglieria e carri armati. Mosca avrebbe inoltre inviato in Libia uomini dello Spetsnaz GRU (le forze speciali del servizio segreto militare) con compiti di consulenza e addestramento e un numero imprecisato di contractors appartenenti al gruppo Wagner, formalmente a difesa delle due basi militari russe di Bengasi e Tobruk.
Gli Stati Uniti, d’altro canto, si erano inizialmente opposti alla guerra di Haftar”.
Il generale aveva però dimostrato un forte commitment contro ISIS in Cirenaica e la capacità di gestire in modo efficiente i giacimenti di petrolio sotto il suo controllo, mantenendo alti i livelli di produzione, che sono invece crollati sotto la gestione delle milizie in Tripolitania.
Arrivato il momento opportuno, Haftar ha saputo giocare bene le sue carte e far valere le sue ragioni nel più importante confronto diplomatico a livello internazionale: quello con Donald Trump.
Il 15 aprile, dopo una telefonata con il capo dell’ELN, il presidente USA ha ribaltato completamente la posizione ufficiale statunitense e ha dichiarato tramite il suo portavoce di aver “riconosciuto l’importante ruolo del Generale Haftar nel combattere il terrorismo e nel preservare le riserve petrolifere libiche”.

Lo scontro

Forte degli aiuti garantiti dalla sua ampia rete di alleanze e consapevole di trovarsi di fronte un nemico militarmente debole e diplomaticamente isolato, Haftar ha deciso di correre un rischio e di muovere contro Tripoli pur senza disporre degli effettivi necessari a lanciare un attacco terrestre di larga scala sulla capitale. Il leader dell’ELN ha scommesso sulla scarsa unità – e lealtà – delle forze eterogenee che difendono Tripoli. Tramite le brigate madkhaliste che militano nel suo esercito, aveva preso contatti e intavolato trattative con la milizia salafita SDF per convincere gli oltre mille effettivi che militano tra le sue fila a disertare. Dispiegando un sufficiente potere militare nelle primissime fasi del conflitto, il Generale sperava di convincere le milizie ad unirsi a lui e di conquistare la capitale, lasciata indifesa, in pochi giorni, dopo una guerra-lampo dal limitato numero di vittime danni materiali.

Il piano di Haftar è però fallito. Non solo le milizie di Tripoli non hanno disertato: prima che le sue colonne di blindati arrivassero a destinazione, gruppi armati provenienti da tutto l’ovest del paese – in particolare da Misurata – hanno accantonato – almeno temporaneamente – il loro criticismo nei confronti di Serraj e sono accorsi compatti in difesa della Capitale.
L’avanzata delle forze dell’ELN è stata fermata all’altezza dell’estrema periferia sud di Tripoli e la guerra lampo con cui il Generale si aspettava di conquistare la città in meno di 48 ore si è trasformata in un conflitto di posizione a bassa intensità, che nelle prime 8 settimane ha causato oltre 650 morti e 3500 feriti. Intorno all’aeroporto internazionale, distante circa 25 km dal centro, nel sobborgo residenziale di Ain Zara e in diverse aree a sud della città, si combatte ormai da mesi quartiere per quartiere, strada per strada. Le linee del fronte sono fluide e continue avanzate e ritirate da una parte e dall’altra si stanno traducendo in un sostanziale stallo.

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Miliziani leali al governo di Tripoli nel sobborgo di Ain Zara 

In questa guerra atipica e incerta, il tempo gioca a sfavore di Haftar: sia perché il rischio che i suoi sponsor internazionali decidano di abbandonarlo si fa più concreto man mano che la guerra si protrae, sia perché il generale è costretto a mantenere una linea di rifornimento lunga più di 1000 chilometri: uno sforzo logistico dai costi molto ingenti. Poiché è naufragato il tentativo di vendere in autonomia il petrolio estratto nelle raffinerie sotto il suo controllo, Haftar è stato costretto a indebitarsi per finanziare lo stato parallelo facente capo al Governo di Tobruk, e la guerra contro Serraj. Secondo Reuters il Generale avrebbe già accumulato nei confronti di diverse banche russe ed est-europee debiti per oltre 25 miliardi di dollari. Come se non bastasse, la credibilità di Haftar agli occhi degli alleati dipende dalla sua capacità di evitare un’escalation del conflitto e di limitare le vittime civili. Questo gli impedisce di sfruttare a pieno la superiorità aerea del suo esercito, che rappresenta il suo principale vantaggio strategico. Un utilizzo eccessivo di bombardamenti aerei contro la città, dove la divisione tra militari e civili non è chiaramente definita, rischia infatti di deteriorare la sua immagine, bruciare capitale politico e inimicargli la popolazione civile.

La forza di Haftar è stata quella di muoversi abilmente nello scenario libico e internazionale: ha saputo catalizzare consenso intorno al suo progetto e gestire molti alleati con interessi in parte confliggenti in nome di un obiettivo comune. L’altra faccia di questa medaglia è che Haftar si è ritrovato a dipendere totalmente dai suoi sostenitori: sono in molti a sostenere che, sullo scacchiere internazionale, il Generale non sia altro che un burattino, una pedina nella guerra per procura combattuta in tutto il Medio Oriente dalle monarchie assolute del Golfo Persico e dai loro alleati.
In patria, la guerra contro Serraj ha mostrato tutta la fragilità del Generale e di una strategia fondata su manovre diplomatiche complesse e incerte: è bastato che, contrariamente a quanto aveva previsto, le milizie della Tripolitania decidessero di difendere la capitale per paralizzare completamente la sua avanzata e far vacillare un castello di carte faticosamente costruito in diversi anni di guerra. Al momento non sembra che ci siano possibilità di sbloccare la situazione in tempi brevi: probabilmente l’ELN potrà solo protrarre indefinitamente il conflitto o peggio, accettare il fallimento e ritirarsi in Cirenaica.

Ora che la macchina da guerra di Haftar si è inceppata, mantenere le aspettative di tutti i suoi stakeholder si fa più complesso ogni giorno che passa. Se non riesce a mantenere la promessa di una rapida conquista del potere, il complesso di forze eterogenee che Haftar è riuscito ad assemblare potrebbe rapidamente sfaldarsi, insieme al sogno di dominare la Libia.

(Nicola Brivio)

Fonti:

https://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2019/04/18/haftar-libia-serraj/231360/

https://www.reuters.com/article/us-libya-security-analysis/after-tripoli-assault-libyas-next-battle-could-be-over-banks-idUSKCN1S10KU

https://www.reuters.com/article/us-libya-security-oil-analysis/libyas-rival-governments-move-to-financial-war-with-frontline-stuck-idUSKCN1S61HR

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http://www.sudanembassy.org/index.php/news-events/1258-report-new-information-on-the-involvement-of-darfuri-rebels-in-the-conflict-in-libya

https://www.askanews.it/esteri/2019/05/06/libia-cnn-200-mln-usd-ad-haftar-da-arabia-saudita-ed-emirati-pn_20190506_00137/

https://www.aljazeera.com/news/2019/04/armed-men-crossing-libya-alleged-french-spies-190423174812673.html

https://www.libyaobserver.ly/news/sun-russia-sends-troops-and-missiles-east-libya-and-sets-two-military-bases

https://www.askanews.it/esteri/2019/03/04/libia-media-gb-300-contractor-russi-attivi-al-fianco-di-haftar-pn_20190304_00040/

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/haftar-russia-link-and-military-plan-lna-16289

https://www.trtworld.com/africa/russia-s-growing-intervention-in-libyan-civil-war-24751

https://www.state.gov/secretary/remarks/2019/04/290949.htm,

https://www.nytimes.com/2019/04/19/world/middleeast/trump-libya-khalifa-hifter.html?rref=collection%2Ftimestopic%2FLibya&action=click&contentCollection=world&region=stream&module=stream_unit&version=latest&contentPlacement=2&pgtype=collection

https://www.un.org/press/en/2016/sc12280.doc.htm

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