Migranti e terrorismo: un legame difficile da comprendere, una risposta non sufficiente

“Divide et impera”. Nonostante sia stata coniata circa 2000 anni fa, la strategia degli antichi romani torna ad essere attuale: non nei modi e nei tempi originali, ma tale concetto è il ragionamento base degli attacchi terroristici che negli anni passati hanno colpito l’Europa. Uno dei dibattiti più longevi sul tema è il seguente: esiste un legame verificabile tra terrorismo ed immigrazione? Se sì, quale è la sua intensità? Quali le risposte europee?

Il 17 gennaio 2018 sono stati inviati dall’Italia, su base di approvazione da parte del Parlamento, 470 militari e 150 veicoli in Niger con l’obiettivo di contrastare i “flussi migratori irregolari” e i traffici di esseri umani che transitano verso la Libia, e da lì verso l’Europa. Anche Francia, Spagna e Germania hanno deciso di intraprendere interventi simili: la finalità di queste misure è principalmente quella di differenziare le diverse ondate migratorie piuttosto che cercare di fermare tali fenomeni. I diversi studi, così come le politiche adottate dai maggiori paesi europei, non offrono tuttavia soluzioni di lungo termine, né sono basate su una profonda comprensione delle condizioni strutturali alla base dei flussi migratori. La minaccia terroristica, partendo dall’Africa centrale, trova il suo punto di sbocco verso l’Europa nella regione del MENA (Middle East and North Africa). Il pericolo è poliedrico, ed il legame tra terrorismo e flussi migratori è non solo complesso e articolato, ma soprattutto difficile da individuare, contenere e contrastare. Negli ultimi anni tale punto di convergenza è stato oggetto di numerose analisi e confronti, e in ultimo anche di interventi concreti da parte di alcuni Stati europei.

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Le condizioni di estrema povertà all’interno di numerosi paesi dell’Africa subsahariana costituiscono il primo fattore che spinge gli abitanti a lasciare il paese. Nonostante demograficamente non sia questa la regione più vasta, la forza di attrazione verso il basso esercitata dalla povertà è forse quella più pervasiva: in particolar modo, il grosso della massa migrante deriverebbe dall’enorme bacino di popolazione residente in aree rurali. Condizioni economiche incapaci di soddisfare i bisogni (riconosciuti come diritti essenziali secondo l’ONU sulla base del principio “basic needs are basic rights”) diventano fattori di espulsione verso quello che viene considerato “l’eldorado” europeo.
Un secondo fattore di rilevante importanza è rappresentato dal cambiamento climatico. Nonostante siano spesso trascurati, i cambiamenti climatici e i dissesti idrogeologici stanno diventando  una causa di fuga dal continente africano: da un recente rapporto dell’UNEP, si evince che l’espansione dei deserti e dei dissesti idrogeologici nel continente avrebbe causato lo sfollamento di ben 10 milioni di persone negli ultimi venti anni. A questi fattori se ne aggiungono ulteriori di natura economico – politica, quali: il conflitto potenziale sulla gestione delle risorse del Nilo, uno sfruttamento intensivo dei pozzi petroliferi in Nigeria, la deforestazione in Costa d’Avorio e nel bacino del fiume Congo, tutti elementi che inevitabilmente si traducono in aumento di persone candidate all’immigrazione verso l’Europa.

In ultimo, particolare attenzione è stata posta dagli esperti sulla diffusa condizione di instabilità politica, che sfocia in conflitti di più o meno alta intensità. Paul Collier ritiene che una guerra civile in un paese povero costi mediamente 50 miliardi di dollari all’anno, cioè il 250% del PIL di un paese a basso reddito prima del conflitto. L’ONU esemplifica in dettaglio le conseguenze indirette dei conflitti sulle popolazioni: “Le armi vengono usate per le deportazioni forzate e dentro i campi profughi, dove le persone sono spesso sottoposte a maggiore violenza e a ricatti con la minaccia delle armi”. Si può dunque sostenere che i conflitti siano la causa principale della maggior parte dei flussi di rifugiati.

Analizzando nel dettaglio le rotte migratorie, sono tre quelle più frequentemente percorse verso l’Europa.

La rotta del Mediterraneo Centrale è stata la principale via d’ingresso marittima al continente europeo fino al 2017: dal primo gennaio al 5 luglio 2018 sono arrivate tramite questa via più di sedicimila migranti. Il numero maggiore proviene dalla Nigeria (37.551 nel 2016 e 18.158 nel 2017), un paese colpito dalla povertà, dalla guerra civile e devastato dalle milizie jihadiste di Boko Haram, dalla Libia, dalla Tunisia, dalla Siria e dalla fascia sub-sahariana.

La rotta Balcanica, o rotta di Levante, è la rotta marittima tra la Grecia e la Turchia; dal primo gennaio al 5 luglio 2018 13.749 persone sono giunte sulle coste greche per questa via. Dopo l’entrata in vigore dell’accordo tra EU e Turchia nel marzo del 2016 questo canale è diventato molto meno accessibile rispetto agli anni precedenti (soprattutto la via terrestre), spingendo i migranti a ripiegare verso l’Egitto e la Libia, i due punti di snodo principali.  Tutto ciò ha avuto come conseguenza un riversamento dei flussi nella rotta del Mediterraneo Centrale.

La terza via è quella Iberica, ossia quella che corre dal Marocco e dall’ Algeria verso la penisola Iberica e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla in Marocco: dal primo gennaio al 5 luglio 2018 18.723 persone sono transitate per questo percorso. I migranti provengono principalmente dalla Guinea, dalla Costa d’Avorio, dal Camerun e dall’Algeria; tale via migratoria, nonostante presenti un retroterra pieno di conflitti ed instabilità politica come il Mali, Sahara Occidentale e Mauritania, nonché lo stesso Marocco (caratterizzato da elevata instabilità), è la rotta meno battuta secondo le statistiche fino al 2017 ma, i dati del 2018 prevedono un possibile maggior sfruttamento di quest’ultima rotta nei prossimi anni.

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Un’esemplificazione del legame che intercorre tra terrorismo e flussi migratori è fornita dalle parole di Ranieri Razzante, direttore del CRST Italy (Centro di Ricerca sulla Sicurezza e sul Terrorismo): “Per intraprendere il viaggio verso l’Europa, il migrante paga dei mediatori ovviamente legati a tribù locali. Quest’ultime trattengono a loro volta la parte del ricavato, e lo riversano ad altri mediatori. Si tratta di una vera e propria catena cui il migrate fa riferimento per arrivare sulle coste libiche. Questi soldi dati in mediazione arrivano nelle mani di esponenti di tribù, capi tribù, o comunque soggetti che poi li riversano a gruppi vicini a terroristi.  Per cui, percorrendo più tappe, queste somme di denaro vanno a finanziare la corruzione di pubblici funzionari, delle polizie locali, o a foraggiare anche gruppi che comprano armi per i terroristi, o che riversano questi soldi materialmente ai terroristi. Il flusso, però, non finisce qui, ma continua. Infatti, una parte di questo denaro deve compiere un ultimo passaggio: esso consiste nell’acquisizione di queste somme di denaro da parte di chi accoglie i migranti, e quindi le mafie. Quest’ultime si interpongono nell’ultima fase – l’accoglienza – facilitando il passaggio del migrante nel territorio italiano, o europeo. È chiaro che, anche in quest’ultima tappa il migrante paga una tangente al mediatore, che in questo caso proviene evidentemente da un ambiente mafioso, o da un’associazione criminale. I passaggi che abbiamo appena analizzato vanno, quindi, a finanziare 3/4 distinte organizzazioni – intese come tribù, ma anche gruppi terroristici. È opportuno, poi, ricordare che il denaro versato dal migrante per il viaggio si va successivamente a mischiare con altri flussi di cui il migrante stesso si è fatto portatore. Quest’ultimo, infatti, può diventare lui stesso portatore di altro denaro, o droghe.”

L’Europa non ha certo esitato a fornire una risposta al problema, prendendo accordi primariamente con il Niger, coinvolgendo tramite numerose attività lo schieramento in loco di truppe francesi e statunitensi, insieme con attività in una base tedesca a Niamey e lo spiegamento di soldati italiani a Madama (l’ultimo avamposto per migranti che viaggiano verso nord prima di raggiungere la Libia). L’obiettivo dell’Europa sarebbe senza dubbio quello di fermare i migranti che entrano in Libia dal Niger, e proprio per conseguire tale risultato l’UE ha spinto il governo nigerino ad adottare la legge 2015/36, che qualifica come “atto criminale” il contrabbando di persone. Tuttavia, questo ha avuto un effetto controproducente nella pratica: nonostante questo provvedimento abbia portato all’arresto di dozzine di persone ed alla confisca di molti veicoli, la legge ha lasciato senza alternative la maggior parte della popolazione nigerina, ritrovatasi all’improvviso senza più fondi economici. Tutto ciò ha esacerbato la povertà e ha spinto i migranti verso rotte e servizi più pericolosi: mentre i dati raccolti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni mostrano un forte calo del numero di persone che attraversano il confine tra il Niger e la Libia dal 2016, fonti locali confermano che i migranti continuano ad attraversare il confine tra il Niger e la Libia, semplicemente seguono rotte che si sono adattate al nuovo contesto geo – politico. La politica europea, ed in particolar modo quella italiana, in Libia si è concentrata quasi interamente sul problema nel suo punto d’origine: la partenza dei migranti in viaggio verso l’Italia. Attraverso i sopraccitati accordi, il governo italiano ha bloccato tali partenze, accrescendo involontariamente il potere politico degli attori non statali libici, e coinvolgendo indirettamente l’esercito, le autorità locali e la guardia costiera, i cui ruoli spesso si sovrappongono. Inoltre, non c’è stata una vera e propria eliminazione del problema, in quanto coloro che traevano profitto dalla tratta illegale degli esseri umani sono stati semplicemente rimpiazzati da coloro che detengono i migranti nei centri di detenzione in condizioni disumane. Come riportato da diverse organizzazioni, in queste strutture i migranti subiscono frequentemente abusi fisici e psicologici, oltre all’estorsione. Ci sono più di 30 centri di detenzione ufficiali in Libia, insieme a un numero non ben definito di centri non ufficiali. La situazione è resa ancora più complicata dal persistente conflitto interno del paese e dalle attività di decine di milizie armate affiliate ai suoi protagonisti. In Libia ci sono più di 700.000 migranti, tra cui quasi 50.000 richiedenti asilo e 165.000 sfollati interni. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati aveva iniziato a trasferire i richiedenti asilo dalla Libia al Niger e poi in Europa, ma lo sforzo si è fermato dallo scorso ottobre: ​​su 1.300 persone trasferite in Niger, solo 300 sono state trasferite in Europa, la maggior parte in Italia.

La radicalizzazione, il terrorismo, l’immigrazione illegale sono fattori che espongo l’Europa a forti rischi: nonostante le dinamiche e la natura di questa relazione siano sfuggenti, un legame tra le varie determinanti esiste. Tuttavia, è necessario non dimenticare che le difficoltà da affrontare non sono solo esterne, ma anche interne all’Unione Europea: complice la sottigliezza del problema che l’immigrazione rappresenta, ad oggi ogni paese dell’UE adotta una propria politica interna, con tutte le limitazioni che ne derivano. Alcuni Paesi hanno tentato di mettere in dubbio la validità dei Trattati di Schengen e di Dublino, in modo da instaurare una vera azione condivisa sia sul salvataggio e l’accoglienza dei migranti e sulla lotta al terrorismo, ma con risultati infruttuosi: l’Unione non riesce ad imporre una politica comune, mostrando il fianco debole; le prossime elezioni europee saranno un banco di prova importante per ridefinire gli sforzi congiunti diretti a sconfiggere la minaccia.

(Edoardo Del Brocco e Andrea Sammarco)

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