John Bolton, la sentinella dell’imperialismo americano

John Bolton, nominato nell’aprile del 2018 Consigliere per la Sicurezza Nazionale dal Presidente Donald Trump, ha una lunga e coerente esperienza lavorativa nel governo statunitense. Ora è una delle figure più importanti dell’apparato di sicurezza americano, e poiché la sua carica non richiede la conferma del Senato, non deve rispondere a nessuno se non al Presidente. Con la dipartita di James Mattis come Segretario alla Difesa all’inizio di quest’anno, Bolton è, incredibilmente, l’unico alto funzionario vicino a Trump che abbia visto come funziona una Casa Bianca in tempi normali. Egli ha infatti servito sotto ogni Amministrazione repubblicana dal 1981, mentre la maggior parte dei nominati da Trump non ha mai lavorato nella West Wing. Il suo ritorno al potere gli ha permesso di perseguire le sue grandi passioni, cioè sconfiggere i suoi avversari, sia stranieri che domestici, e far uscire gli Stati Uniti dai trattati internazionali. (“Così tanti cattivi affari da eliminare, e così poco tempo”, pare abbia detto a inizio mandato).

Oltre ad aver sostenuto ogni guerra che gli Stati Uniti hanno combattuto dopo il crollo dell’Unione Sovietica – proclamando, ancora nel maggio del 2015, corretta la decisione di rovesciare Saddam Hussein – è un convinto fautore dei regime changes in Iran e in Corea del Nord, se necessario anche con lo spauracchio delle armi nucleari. Le azioni di Bolton, sin da quando era ambasciatore presso le Nazioni Unite sotto l’Amministrazione Bush junior, hanno rivelato una filosofia di politica estera guidata da puro realismo, cioè dalla convinzione che la forza pratica, ma soprattutto la sua minaccia, siano i mezzi più efficaci per assicurare potere e influenza negli affari internazionali. Tale scuola di pensiero crede nel “male necessario” e nella natura flessibile della moralità in ambito politico: questa dovrebbe essere trascurata per raggiungere il bene supremo. Per Washington, s’intende.

Tradizionalmente, i Consiglieri più efficaci fungono sia da mediatori dei diversi punti di vista che caratterizzano l’esecutivo americano, sia da effettivi esecutori delle decisioni presidenziali e di tutte le componenti dell’alta burocrazia del deep state. Bolton sta dimostrando di non essere un brillante mediatore delle voci dissidenti: il suo curriculum pubblico mostra infatti una certa mentalità ristretta e intollerante verso i punti di vista divergenti. “È un leader che non tollera chi non è d’accordo con lui e che si fa in quattro per vendicarsi di chi mostra un pensiero opposto”, ebbe a dire Carl Ford, ex capo dell’intelligence del Dipartimento di Stato, dello stile operativo di Bolton. Si nota però una certa costanza nella relazione tra capo e collaboratore: Trump dice qualcosa, Bolton dice di essere d’accordo, quindi Bolton reinterpreta Trump, indicando l’esatto opposto di quanto appena detto, e lo spinge ad attuare la propria reinterpretazione, presumibilmente con la benedizione dello stesso Trump. In questo modo Bolton a volte sembra più un avvocato che riprende e riporta alla ragione un cliente incontrollabile, piuttosto che un senior adviser del Presidente degli Stati Uniti. Questa dinamica si è potuta osservare durante l’incontro con Putin a Helsinki, o a margine del summit di Hanoi con il leader nordcoreano Kim Jong-un. Tuttavia, Bolton ha detto in diverse occasioni di  “essere il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, non il decisore della sicurezza nazionale”. La frase assume un significato preciso: posso dare il mio consiglio e posso non essere d’accordo. Ma alla fine, devo attuare politiche coerenti con i desideri di Trump.

È curioso, però, che diversi funzionari diplomatici e militari non si dichiarino preoccupati per l’attivismo che contraddistingue l’attuale Consigliere: essi negano che egli faccia effettivamente parte della catena di comando. Ad ogni modo, questa prospettiva burocratica pare fin troppo ottimistica. Sembra non considerare le caratteristiche informali di potere e di influenza che i Consiglieri per la Sicurezza Nazionale hanno storicamente esercitato sulla politica militare e, specialmente, sulla politica estera americane. Questi sono infatti direttamente o indirettamente coinvolti in quasi tutti i delicati dossier di sicurezza nazionale che coinvolgono lo Studio Ovale, ad ogni livello operativo. Una parziale panoramica in tal senso può essere utile.

ciao
John Bolton ai tempi del suo mandato quale ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite.

Henry Kissinger, decano dell’apparato diplomatico statunitense, era solito chiamare i comandanti militari per trasmettere direttamente i presunti ordini del Presidente Richard Nixon riguardo all’aumento di tonnellaggio e ritmo dei bombardamenti aerei in Cambogia, nel 1971. Sandy Berger, Consigliere di Clinton, avrebbe ampliato la quantità dei missili da crociera e delle sortite d’assalto contro l’Iraq, bypassando (pare) il Presidente stesso. Inoltre, Berger cercò di fermare il Segretario alla Difesa per convincere il generale Wesley Clark a ritardare di due settimane l’inizio dei preparativi per una potenziale invasione di terra della Serbia, nel 1999. Perfino il generale McMaster, predecessore di Bolton sotto l’Amministrazione Trump, si alienò la simpatia di diversi ufficiali nelle forze armate contattando i comandanti regionali in tutto il mondo senza passare attraverso il Segretario James Mattis.

Dunque, John Bolton è senz’altro influente, seppur non decisivo, nel determinare la politica estera del Presidente. La sua stessa presenza è infatti un mezzo implicito di comunicazione, un messaggio minaccioso per le controparti del momento. D’altronde Trump lo ha scelto proprio per la sua capacità di persuasione aggressiva nelle negoziazioni strategiche: un uomo con molti bastoni e poche carote, insomma. Di certo Bolton ha una visione del mondo molto chiara. “Mi definirei pro-americano”, ha dichiarato recentemente al The Atlantic. “La più grande speranza per la libertà dell’umanità sono gli Stati Uniti, e quindi proteggere l’interesse nazionale americano rappresenta l’unica strategia ideale per il mondo intero.” Ha detto inoltre che l’America ha lentamente limitato il suo raggio d’azione, attraverso penosi compromessi con istituzioni internazionali quali le Nazioni Unite, e ingenui accordi bilaterali che concedevano troppo ai nemici in cambio di troppo poco. Non vede che pessimi affari intorno a sè: il trattato INF, che persino l’Amministrazione Obama dichiarò spesso violato impunemente dalla Russia, era uno; l’accordo sul nucleare iraniano, che Bolton ha lavorato instancabilmente per rottamare, era un altro. Tutto archiviato.

Per comprendere a fondo la sua natura pragmatica, penso sia utile considerare come il Consigliere racconti l’ingresso in guerra contro l’Iraq nel 2003. Quando gli si dice che allora era responsabile della politica irachena sotto Bush, Bolton nega: secondo lui, al contrario, era emarginato nell’Amministrazione. “Il Segretario di Stato Colin Powell fondamentalmente mi tagliò fuori dalla questione Iraq. Questa è stata probabilmente la cosa più gentile che abbia mai fatto per me.” È tipico di Bolton retrocedere sullo sfondo e lasciare agli altri i fallimenti. Ma diversi funzionari a lui vicini dicono anche che è una sua caratteristica l’essere diffidente nei confronti delle occupazioni boots on the ground. Se Wolfowitz, Vicesegretario della Difesa, voleva andare in Iraq per diffondere i valori democratici, Bolton e Dick Cheney, l’allora Vicepresidente, non se ne curavano affatto. La differenza sostanziale stava tutta nella ragione politica alla base della campagna: tra “andiamo lì per rendere l’Iraq democratico” e “andiamo lì a schiacciare i nostri nemici” ce ne passa, insomma. “Bolton non ha mai sostenuto la costruzione di un nuovo Stato in Iraq”, ha affermato il suo ex collaboratore Mark Groombridge, “pur essendo felice di bombardare Baghdad per rendere l’America più forte e più sicura”. Per Bolton, quella era la fine della storia: gli importava che Saddam fosse un proliferatore di armi, ma non che mandasse a morte i suoi oppositori politici. Quindici anni dopo, Bolton e Trump avrebbero pronunciato commenti simili sul principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, accusato di aver ordito l’assassinio del giornalista del Washington Post, Jamal Khashoggi. Può darsi che MBS sia un assassino (“Chissà?”, ha detto Trump), ma sembra che l’alleanza strategica tra Washington e Riad conti ben più di un corpo smembrato. Miracoli del comune sentimento anti iraniano.

In conclusione, il principale handicap di Bolton sembra risiedere nel fatto che le sue opinioni spesso si discostino da quelle di Trump. Può anche essere che Bolton non sia un neoconservatore nel senso idealistico del termine, ma è certo che non sia mai stato contrario alla proiezione delle potenza americana all’estero, cioè alle guerre, quando ciò fosse stato benefico all’interesse nazionale. Finora, gli Stati Uniti di Trump non hanno dato inizio a conflitti, resistendo alle sirene di una Russia vorace ai margini dell’Ucraina e di un Assad trionfante sui ribelli in Siria. Tale politica sembra suggerire che l’unico modo per evitare conflitti sia quello di scendere a patti coi “tiranni”. Alcuni la chiamerebbero un appeasement, altri una resa. Qualunque cosa sia, è certamente incoerente con tutto ciò che Bolton ha sempre sostenuto. “Bolton era solito prendere in giro la foto del Segretario di Stato Madeleine Albright che brindava con Kim Jong-Il nel 2000”, ha detto ancora Groombridge. “Mi chiedo come si sia sentito a stringere la mano di Kim Jong-un a Singapore”.

Studente di Management all’Università Bocconi e di Geopolitica all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Edoardo Vaghi

Studente di Management all'Università Bocconi e di Geopolitica all'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

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