Contractor: professionisti o mercenari? La situazione italiana

Quasi 15 anni fa l’opinione pubblica italiana veniva a conoscenza del mondo dei contractor e delle PMC a seguito della terribile vicenda che coinvolse l’ex militare Fabrizio Quattrocchi e che portò alla sua morte a seguito della cattura in Iraq da parte del gruppo di miliziani autoproclamatosi “Falangi Verdi di Maometto”.
Quattrocchi infatti lavorava in quel periodo a Baghdad come contractor per un’agenzia statunitense così da evitare le norme cui sono sottoposti i cittadini italiani che vogliono lavorare in questo settore.

Ma chi sono i contractor e di cosa si occupano? A seguito del triste episodio che portò all’omicidio di Quattrocchi gran parte dell’opinione pubblica italiana bollò questi professionisti come mercenari al soldo di signori della guerra o come vere e proprie milizie private che prendono parte attiva in numerosi conflitti in tutto il mondo.

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Per capire quale è il ruolo dei contractor è opportuno parlare innanzitutto delle PMC (Private Military Company). Esse non sono altro che vere e proprie imprese che forniscono consulenze e servizi di natura militare. Il loro campo operativo è estremamente variabile, vi sono infatti PMC che si occupano esclusivamente di consulenza, altre che invece operano direttamente su territori ad alto rischio. Potremmo dunque definire i contractor sia come i “dipendenti” di tali società sia come le società stesse.

I compiti delle PMC sono dunque tra i più disparati ed esse vengono utilizzate sia da privati che operano o transitano in zone pericolose sia da numerosi governi per proteggere stabilimenti, pozzi petroliferi, infrastrutture, navi mercantili o anche come scorta per i dipendenti in maniera tale da assicurare loro condizioni di lavoro più sicure, sia dai governi di numerosi Stati per proteggere ambasciate situate in zone pericolose, per scortare membri del governo in transito in tali zone, per partecipare all’addestramento delle forze armate oppure per affiancarle in determinate missioni.

I motivi che portano i privati ad affidarsi alle PMC sono ovvi: essi infatti ricorrono a tali società quando si trovano ad operare in zone del mondo in cui i loro dipendenti e il loro lavoro sono a rischio. Meno ovvi potrebbero essere invece i motivi che spingono svariati Paesi a far uso di milizie private, quando costoro potrebbero senza problemi far uso delle proprie forze armate.
Ebbene, in realtà anche gli Stati hanno bisogno delle PMC e i motivi principali sono di natura economica. Se da un lato è vero che i contractor ricevano stipendi profumati e tutt’altro che economici per chi li ingaggia, c’è da considerare che essi lavorano appunto su contratto e che una volta finita la missione che è stata loro assegnata chi li ha ingaggiati non è più tenuto a corrispondere loro altre somme di denaro.

Luciano Campolo, ex carabiniere e agente segreto del controspionaggio militare e adesso amministratore delegato di una delle più importanti PMC italiane, afferma al riguardo “…un carabiniere schierato a difesa di un obiettivo sensibile costa allo Stato una media di 6.000-7.000 euro al mese, i nostri contractors costano la metà”.

Tuttavia, i motivi che spingono gli Stati a fare uso dei contractors non sono solamente di carattere economico ma riguardano soprattutto l’impatto che le missioni compiute dalle PMC hanno sull’opinione pubblica. Infatti, se un soldato in missione muore, ciò ha un grande impatto sull’opinione pubblica. In un certo senso per il Paese in questione è come se morisse un proprio figlio, invece se ciò succede a un contractor non suscita troppo scalpore.

Assodata l’indubbia utilità che le PMC hanno sia per i governi sia per aziende private, è opportuno interrogarsi su quali siano i motivi che spingono gran parte dell’opinione pubblica a considerare i contractors come mercenari o fanatici guerrafondai o, peggio ancora, come assassini prezzolati.
La causa di questa percezione è probabilmente da individuarsi nei diversi scandali che hanno caratterizzato finora il mondo delle PMC, a partire dalla più famosa di queste compagnie, la Blackwater. Questa PMC, che da pochi anni ha cambiato il suo nome in Academi, è ritenuta il principale contractor del Dipartimento di Stato USA, al punto da essere stata impiegata nella guerra in Iraq e Afghanistan.
La Blackwater divenne tristemente famosa per i numerosi fatti di sangue in cui è stata coinvolta nel suo periodo di operato in Medio Oriente. Il più noto dei quali riguarda un vero e proprio massacro compiuto da alcuni operatori della PMC, che senza alcun motivo che lo giustificasse aprirono il fuoco sui civili uccidendone 17 tra cui alcuni bambini e ferendone altri. Inoltre, è stato scoperto che molti operatori facevano uso di droghe o alcol in servizio e che in tale stato poi ingaggiavano scontri a fuoco.
Dunque a causa di queste tristi vicende divulgate dalla cronaca l’intero settore delle PMC ha perso molta credibilità proprio perché una delle caratteristiche fondamentali dei contractors dovrebbe essere la professionalità, caratteristica che la più grande esponente del settore non sembra abbia avuto molto a cuore negli anni passati.

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Nonostante ciò, non tutte le PMC agiscono come ha fatto la Blackwater in passato e anzi molte sono caratterizzate da grande zelo e serietà. Infatti, sia il nostro governo sia alcune aziende private, come ad esempio Eni, Enel e Telecom, hanno fatto e continuano a fare uso delle PMC.

Ad esempio, Gianpiero Spinelli, ex parà della Folgore e fondatore della Stam, ha lavorato come consulente a un progetto finanziato dal Ministero degli Esteri per la messa in sicurezza di tre siti archeologici in Libia e la formazione delle guardie a protezione degli scavi.

Spinelli è uno dei contractor italiani più famosi e da molti anni ormai fa la guerra alla concezione che molte persone hanno che porta a paragonare la sua figura professionale e quella dei suoi colleghi alla figura del mercenario al punto da aver anche tenuto gratuitamente alcune lezioni alla Link University proprio per cercare di diffondere un’immagine del proprio lavoro diversa da quella che ha l’opinione pubblica.
Egli sostiene infatti che anche nei Paesi più progrediti, come ad esempio l’Inghilterra, vi sono delle norme che regolano il settore delle PMC e che il lavoro del contractor e un lavoro come un altro e che, sebbene vi siano stati alcuni casi come quelli della Blackwater che rischiano di compromettere l’intero settore, generalmente si tratta di professionisti del settore della sicurezza privata e non di assassini e che non si può giudicare tutte le PMC a causa di alcune mele marce.

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Gianpiero Spinelli

Inoltre, è opportuno fare presente che i contractors non sono soltanto coloro che impugnano un’arma e operano come una milizia privata ma che questo è soltanto l’ultimo anello della catena operativa. Le PMC hanno infatti anche compiti di intelligence e consulenza e comunque la grande maggioranza dei loro servizi e compiuta da uomini non armati.

Infine, il problema principale che riguarda le PMC è di natura giuridica: cosa distingue infatti un contractor da un mercenario e quali sono i limiti cui le PMC devono sottostare?
È opportuno precisare innanzitutto che in ogni Paese sono in vigore leggi differenti al riguardo e che la normativa internazionale riconosciuta non è abbastanza esaustiva definendo così solamente un quadro generale al quale i vari Paesi sede delle PMC si devono adeguare.
La normativa in questione è quella della Terza Convenzione di Ginevra del 1949, in cui si afferma che se i contractor lavorano in cooperazione con un esercito e ricevono da questo un valido documento identificativo vengono considerati come prigionieri di guerra in caso di cattura e dunque non come mercenari.
Possiamo facilmente renderci conto del fatto che, benché la Convenzione introduca una distinzione di fondamentale importanza, essa non normi efficacemente la materia e dunque lascia ampio margine di manovra ai singoli Stati.

In Italia manca una vera e propria definizione di questo lavoro per il semplice fatto che non vi è una regolamentazione del settore, bensì un grande vuoto normativo che non fa altro che rendere poco chiari i limiti e le possibilità di coloro che lavorano in questo settore e che limita e mette a rischio coloro che si accingono a questa professione. Infatti, molte persone totalmente inesperte e senza alcuna preparazione si accingono a questo settore attratte dalle prospettive di cospicui guadagni e partecipano a numerosi corsi di formazione tenuti all’estero spendendo migliaia di euro per poi ritrovarsi senza aver imparato nulla e senza alcun lavoro, oppure quando riescono a ottenerne uno mettono a repentaglio la loro vita a e anche quella  delle persone con cui lavorano.
Infatti, soltanto di recente (tramite il decreto n. 266 del 28 dicembre 2012) è stata regolato l’impiego di guardie giurate a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana, che transitano in acque internazionali a rischio pirateria. Tuttavia, resta priva di ogni regolamentazione l’attività terrestre in zone di guerra.

Sarebbe dunque necessaria una normativa al riguardo anche perché è assurdo che lo Stato faccia uso di PMC estere e non riconosca tale possibilità anche alle compagnie italiane. Per di più si tratta di un settore in espansione con grandi possibilità di profitti.
Inoltre, una legge in merito porterebbe luce su quello che per adesso è un grande buio legislativo, impedendo la professione a persone poco preparate, controllando le attività delle singole PMC e dando meno spazio ad atti illegali.
Per di più se si legalizzasse questo settore si potrebbe fare grande impiego di ex-militari italiani ormai fuori servizio che troverebbero facilmente impiego, anche grazie alla preparazione e professionalità per le quali il nostro esercito è rinomato.
Infine, l’utilizzo di compagnie italiane porterebbe anche una maggiore tutela di informazioni sensibili, infatti, nonostante la grande professionalità dei contractors cui il nostro governo si appoggia, utilizzare compagnie estere porta a una maggiore esposizione di informazioni riguardanti spostamenti di personaggi pubblici o comunque informazioni riservate riguardanti attività italiane che operano sul suolo estero.

Ci auspichiamo che la situazione cambi nel futuro e che l’attuale Sottosegretario alla Difesa, l’on. Tofalo, tenga fede a quanto ha dichiarato in alcune interviste, ovvero che il Governo è interessato a regolamentare il settore dei contractor per la sicurezza delle aziende italiane all’estero e per tutelare informazioni sensibili per il nostro Paese.

(Dario Spinelli)

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