Una crisi spirituale

La Svezia sta attraversando, per colpa del fenomeno migratorio, una crisi non solo politica – ma culturale, sociale e spirituale

La Svezia come la conosciamo oggi è una monarchia costituzionale, nata durante i processi di liberalizzazione che hanno attraversato l’Europa nel diciannovesimo secolo. I tre partiti che si formarono all’alba del moderno Stato svedese – i Moderaterna (Moderati), i Liberalerna (Liberali), e i Socialdemokraterna (Socialdemocratici) –rimangono, 150 anni dopo, con le redini salde sul governo. Essi hanno governato quasi ininterrottamente dal dopoguerra in poi – fatta eccezione per i Moderati – e hanno quindi permesso di rendere la struttura partitica forte e stabile.

La società svedese è sempre stata legata ai principi democratici: il sito ufficiale della Svezia titola, per la sezione Società, Openness shapes Swedish society, l’apertura è ciò che dà forma alla società svedese; inoltre, la Svezia è seconda nel ranking mondiale per la libertà di stampa secondo Reporters Without Borders.

Il governo socialdemocratico ha adottato a partire dagli anni ’70 una politica di apertura totale verso le culture straniere; essa in particolare è diventata nei decenni elemento cardine della società, un motivo di orgoglio nazionale che ha raggiunto la sua massima espressione con l’apertura del ponte di Öresund nel 2000, il quale collega Danimarca e Svezia senza alcuna forma di frontiera.

La Svezia è stata sempre vista quale esempio di un’ottima gestione del fenomeno migratorio, che ha permesso una forte integrazione sociale, sin dalla formazione delle prime comunità musulmane durante gli anni ‘70: esempio lampante è Aida Hazialic, una delle tante rifugiate della guerra yugoslava che furono ospitate dalla Svezia, la quale ha ricoperto il ruolo di Ministro dell’Istruzione durante l’ultimo governo Lovren.

Tuttavia, il modello svedese è stato recentemente oggetto di una revisione sociale oltre che politica, contagiato, come il resto dell’Europa, dal populismo e da un’ondata migratoria senza precedenti anche nella storia di un Paese così aperto culturalmente.

Nel 2015, la crisi siriana ha portato in Svezia un record di 162 877 richieste di asilo, quattro volte le richieste normalmente ricevute in un anno. Esso rappresenta un numero enorme sia rispetto alla Svezia – un Paese di soli 10 milioni di abitanti e geograficamente difficile da raggiungere – sia rispetto all’Europa, dove il secondo Stato che ha subito maggiormente l’ondata migratoria, l’Ungheria, ha ricevuto la metà delle richieste di asilo per milione di abitanti della prima classificata, sempre la Svezia. È stato calcolato che ogni bambino rifugiato costi allo Stato in media 180 euro al giorno: nel 2014 la media di arrivi era ferma a 7000, mentre nel 2017 ne sono arrivati oltre 35 000[1]. Nel 2018, il 20% della popolazione svedese ha origini straniere: a Malmö, la città più soggetta a questo fenomeno di migrazione, la percentuale è del 45%, il 17% in più rispetto a dieci anni fa.

Le benevole intenzioni della società svedese e l’incrinatura dei suoi principi morali si stanno scontrando duramente con la verità dei fatti, ovvero che il Paese non può reggere uno shock demografico tale. Lo stesso partito socialdemocratico è stato colpito al cuore dalla necessità di dover stravolgere velocemente un punto cardine della propria agenda per resistere all’attacco del populismo. Un esempio su tutti della confusione politica del governo è il non voler riconoscere il primo attentato terroristico di matrice islamica avvenuto su suolo svedese[2]. Ha parlato a POLITICO[3] uno dei leader dei Socialdemocratici, Anders Ygeman: “L’elettorato sta dicendo: ‘L’economia sta andando bene, e probabilmente farà bene con i Conservatori o i Socialdemocratici, ma cosa sta succedendo con l’integrazione e il crimine?’ […] Abbiamo ottenuto grandi sconfitte da quando la questione dell’immigrazione ha dominato l’agenda politica”.

In Svezia, è l’esistenza stessa della questione ad essere anormale. Mentre in un Paese come l’Italia l’immigrazione ha sempre avuto un posto di rilievo sulle prime pagine dei giornali e nei programmi di governo, in quanto l’Italia è priva di una “posizione culturale” a riguardo, la Svezia ha sempre avuto una posizione chiara e unanime. E sicuramente non aiuta essere il gioiello del multiculturalismo, in quanto non ha possibilità di trovare nelle politiche straniere dei metodi migliori da applicare, e può solo peggiorare da questo punto di vista.
Insomma, la Svezia è di fronte non a una crisi migratoria, ma a una crisi spirituale unica in Europa.

Ciao
La forte crescita dell’immigrazione in Svezia. Fonte: Telegraph

Come si è arrivati a questa situazione?

Ogni politica migratoria ha come obiettivo quello di garantire la convergenza dei principi culturali di persone straniere che dovranno adattarsi a vivere in una nuova società, con nuove regole e nuovi costumi.

I risultati sono visibili nel lungo periodo, e raramente non incontrano problemi o intoppi: negli anni ’90, l’integrazione dei numerosi rifugiati yugoslavi richiese molto tempo, causando malcontento, ma nei tempi recenti la politica allora perseguita sembra essersi rivelata un successo.

La Svezia è stato oggetto di una forte e inaspettata attenzione mediatica in tempi recenti, spostando il dibattito interno al Paese, che si era già aperto nel 2014, sul palcoscenico internazionale: l’escalation ha portato a giudizi estremisti della stampa estera, su un Paese di cui si parla poco e che si conosce relativamente poco, che hanno influenzato spaventosamente la reazione della classe politica svedese, preoccupata che l’immagine del proprio Paese potesse essere gravemente danneggiata.

Tra gli estremismi del presidente americano Trump e dell’élite svedese la verità sta nel mezzo. I dati sul crimine raccolti da Brå – il Consiglio Nazionale per la prevenzione del crimine, che raccoglie tutti i dati relativi al crimine in Svezia – non mostrano, generalmente, particolari aumenti o variazioni drammatiche: l’unico dato in grande aumento è quello dei reati contro la persona, causata principalmente da molestie, minacce e abusi sessuali.

Tuttavia, dall’inizio della crisi siriana, si sono delineate due vicende estremamente importanti per il Paese.

Il primo è rappresentato dalle no-go zones. Nel 2015, il giornalista Per Gudmundson ha coniato il termine no-go zones, subito adottato dai media stranieri, per indicare zone delle principali città svedesi – Malmö, Stoccolma, Göteborg – considerate estremamente pericolose, così tanto da causare problemi ai paramedici del pronto soccorso, ai vigili del fuoco o alla polizia: esse rappresentano spesso quartieri con alte percentuali di migranti e di disoccupazione. Il termine è stato abusato dai media internazionali, e la sua stessa definizione è etimologicamente errata: Gudmundson si riferiva a quei quartieri che la polizia svedese definisce come “aree vulnerabili” ed “aree estremamente vulnerabili”, ovvero, per definizione, “aree geograficamente definite caratterizzate da un basso livello socio-economico, in cui i criminali hanno impatto sulla comunità locale”. L’esistenza di zone delle città inaccessibili anche per le forze di polizia è stata smentita sia dal primo ministro Lovren che da esse stesse[4]: di fatto, sono solo zone dove bisogna “prendere precauzioni”, ma che non costituiscono problemi particolari di controllo e gestione. Dall’altro lato, il numero delle aree vulnerabili è salito nell’ultimo anno da 53 a 61, e quelle estremamente vulnerabili da 15 a 23: in generale, la polizia ha ammesso che la situazione stia deteriorando in queste aree[5], in cui l’estremismo religioso è prevalente e il numero di denunce è in calo per paura di rappresaglie. In diverse occasioni ci sono stati testimoni – troupe televisive o paramedici – che hanno definito la situazione come drammatica[6].

Il secondo, un aumento della criminalità organizzata, direttamente connessa alle no-go zones: vicino al luogo dove è avvenuta una sparatoria è molto probabile che se ne verifichi una seconda entro pochi giorni, un segnale che si interpreta come possibile presenza di gang, mentre gli omicidi avvenuti tramite arma da fuoco legati alla loro attività sono aumentati del 90% dal 1990 (da 4 a 40 all’anno)[7].

Secondo il sito The Local – Sweden[8], la violenza tra criminali si è inasprita: sono passati dallo sparare alle vittime nelle gambe allo sparare per uccidere. Nel 2017 c’è stato un aumento del 37% di casi di violenza tra carcerati. L’obiettivo non è la persona comune – le sparatorie derivano da conflitti tra le gang – ma ci sono stati incidenti dove innocenti sono stati coinvolti o addirittura uccisi. In particolare, è diventato fin troppo comune un macabro fenomeno nei tempi recenti: i lanci di granate. Nel solo agosto 2015, nella città di Malmö, ci sono stati 30 esplosioni, mentre nell’anno solare se ne sono registrate 100-150, e il numero tende a rimanere stabile da quel tempo. Una particolare caratteristica di questi attacchi è che le granate usate sono esclusivamente M75, risalenti e provenienti dalla guerra yugoslava.

I reati contro la persona in Svezia sono in forte aumento negli ultimi tempi. Fonte: Brä

Ricollegandoci a prima, i dati sul crimine mostrano che esso non è il problema alla base; allo stesso modo, la differenza tra gli immigrati reali e quelli percepiti per la Svezia, raccolti da Eurostat, è dello 0,3%, la percentuale più bassa in Europa, rafforzando l’idea che in Svezia non sia in corso una deriva populista, spinta, come in altre parti del continente, da paura, timore e bombardamento mediatico. Il problema svedese è un vero e proprio problema sociale, legato all’integrazione di queste enormi fasce di popolazione.

Da questi due fattori traspare efficacemente il parziale fallimento del processo di integrazione svedese. Essi evidenziano i tre grandi problemi strutturali all’interno del tessuto socio-economico: la divisione demografica, sociale ed economica delle grandi città, l’abissale disparità di educazione tra gli immigrati e i cittadini svedesi e l’incompleta legislazione svedese in materia, che non permette una conoscenza trasparente del background degli immigrati accolti, i quali presentano documentazioni imprecise che causano problemi e rallentano, se non interrompono del tutto il loro processo di integrazione.

Simbolo dell’esclusione sociale che sta avvenendo in Svezia è il sobborgo di Rinkeby, a Stoccolma: dei suoi 16 000 abitanti, oltre il 91% ha origini straniere, e solo il 50% è occupato. Gli immigrati vivono spesso ammassati in appartamenti: a Herrgarden, altro sobborgo che abitano in maggioranza, i residenti presentano un tasso di disoccupazione pari al 27%, contro il 73% generale della Svezia. In generale, gli immigrati presentano un tasso di disoccupazione quattro volte superiore a quello degli svedesi[9].

Per il primo ministro Lovfren il problema è riconducibile al parziale abbandono dei piani di welfare, che l’economia svedese ha sacrificato dopo la crisi finanziaria del 2008: in ogni caso, alla base della disparità economica vi è l’impossibilità di adattamento, legata all’educazione.

Aje Carlbom, professore all’Università di Malmö, ha le idee chiare: “La Svezia è statisticamente una delle nazioni peggiori ad integrare gli stranieri. Perché? Perché è una nazione estremamente complessa in cui non si può ottenere un lavoro, senza un’educazione”.

La disparità di educazione è un problema recente, legato all’origine di gran parte dei migranti del nuovo millennio: principalmente, essi provengono da Siria, Iraq e Somalia, tre Stati che, a differenza della Yugoslavia, hanno un passato costellato di fallimenti nella loro politica interna.

I migranti yugoslavi degli anni ’90 erano infatti persone spesso specializzate in lavori in campi differenti, e nonostante il loro mediocre livello di educazione, sono riusciti ad adattarsi bene (oltre il 70% di essi ha un impiego stabile). I nuovi migranti, invece, non hanno neppure queste competenze, e necessitano quindi di essere educati da zero, cosa che, sommata al costo stesso di ospitalità, rende l’operazione per lo Stato molto più dispendiosa.

E se l’integrazione degli adulti è già problematica, ancora di più lo è quella dei bambini. Durante il 2014, anno dell’ondata siriana, la media di bambini arrivati in Svezia ha toccato i 7000, e nel 2017 da solo, si è arrivato a 35 000 bambini registrati dalle autorità. The Spectator riporta dettagliatamente il loro processo di identificazione e “integrazione”[10]: principalmente, i bambini arrivano dal Medio Oriente, come da Afghanistan, Somalia, Siria, Etiopia; la loro età non viene controllata dalle autorità svedesi, che si basano unicamente sull’affermazione del bambino, nonostante le età vengano spesso sgonfiate, poiché gli adulti rischiano maggiormente il rimpatrio. Le persone che curano questi bambini, compreso lo staff scolastico, non possono fare domande ai diretti interessati riguardo il loro passato e la loro famiglia; gli unici che possono svolgere questo ruolo sono gli psichiatri dell’infanzia. Di conseguenza i bambini in classe si isolano in gruppi formati spesso con altri immigrati, rendendo impossibile l’integrazione, almeno a livello psicologico, all’interno della società svedese.

Alla luce di ciò, che direzione sta prendendo la Svezia?

La Svezia, come detto all’inizio dell’articolo, è uno Stato moderno, molto legato e fiero dei suoi valori tradizionali di apertura verso altre culture, in cui i forti problemi strutturali della società non offuscano una forte razionalità della popolazione.

Lo stesso non si può dire della sua classe politica: uno degli ultimi dibattiti pre-elettorali mandati in onda su SVT, la rete nazionale, ha visto i leader dei principali partiti estremamente confusi riguardo all’approccio da avere con l’immigrazione, sia in termini elettorali, sia in termini ideologici. Prendiamo la posizione dei tre leader al centro del dibattito: Stefan Lovfren, capo del governo, ha fatto della solita retorica, mentre Ulf Kristersson, dei Conservatori, ha specificato come il crimine sia legato all’immigrazione, praticamente togliendo la parola a Jimmie Akesson, leader degli Svedesi Democratici – il quale è riuscito però a contraddirsi, affermando che l’integrazione passa dal rispetto dei valori nazionali (come la Lega), ma successivamente che gli immigrati non sono svedesi e che per questo non possono integrarsi. In generale, i partiti non sanno come affrontare questa situazione: l’esperienza europea consiglierebbe un approccio più deciso sulle proprie posizioni, ma ciò si discosta troppo dalla solita politica di apertura.

Ciò vale anche per gli Svedesi Democratici (SD), il partito populista svedese, che ha ottenuto un 17% alle ultime votazioni, risultato ottimo anche se sotto le aspettative iniziali date dagli ultimi sondaggi pre-elettorali che li vedevano poco sotto ai Social Democratici. Sebbene siano stati bollati dalla stampa internazionale come gemelli di Lega e affini, presentano decise differenze politicamente ed ideologicamente. Rispetto agli altri partiti populisti, infatti, sono decisamente moderati: espellono i membri che fanno affermazioni anti-semite o razziste, rigettano il nazionalismo etnico – ma professano quello culturale – e i grandi leader osannati dall’estrema destra, come Trump o Putin, ma soprattutto ricercano attivamente una politica migratoria che vada a favore delle minoranze[11].

La posizione più moderata è sia ovviamente legata all’esigenza di rivolgersi a una base elettorale generalmente meno confusa rispetto a quella europea riguardo all’immigrazione, sia a un processo di “purificazione” del partito, messo a punto dallo stesso Akesson per cercare di eliminare le radici neo-naziste del partito, risalenti ai primi anni ’90. Questo collegamento ancora adesso rende tutti i partiti svedesi scettici riguardo a una coalizione con SD, formando il cosiddetto “cordone sanitario” contro l’avanzata della non molto estrema destra.

Tuttavia non sono queste differenze strutturali che li separano maggiormente dal panorama populista europeo.

Cosa davvero ha reso pericoloso il populismo in Svezia è la fortissima influenza che esso sta avendo sui partiti tradizionali: a sinistra si sta cercando di correre ai ripari, muovendosi goffamente tra una tradizione politica secolare e una necessaria innovazione, consci della fine della maggior parte del centro-sinistra europeo, incapace di rinnovarsi; a destra, i partiti si stanno semplicemente allineando con le posizioni europee, un cambiamento a sua volta abbastanza drastico ma non troppo doloroso.

Nonostante il dibattito di questa tornata elettorale abbia avuto diversi punti focali – come la disoccupazione giovanile o la parità tra i sessi – la centralità che ha assunto la questione migratoria è stata la vera, grande vittoria degli Svedesi Democratici, che hanno quindi spostato l’intera battaglia politica in casa propria.

Una vittoria inaspettata e incomprensibile per un Paese in cui nessuno dei problemi da cui si presuma nasca il populismo – un’economia instabile, con alti tassi di disoccupazione e più generalmente un’insoddisfazione collettiva riguardo alla situazione del proprio Paese – è presente: i tassi di disoccupazione per gli svedesi sono quasi pari a zero, non ci sono problemi né economici tra privati o per lo Stato, che ha un grande surplus e rappresenta un’eccellenza europea, proprio sotto l’egida dei Social Democratici.

Ciao
L’immigrazione è percepito come il primo problema da affrontare per gli svedesi. Fonte: Telegraph

Tuttavia, questa mossa non ha dato i risultati sperati: come detto in precedenza, SD ha ottenuto meno voti quanto era stato previsto, e il partito si trova nella scomoda posizione di rischiare di rimanere fuori dalla coalizione di maggioranza, rischiando di non poter applicare la propria agenda politica al nuovo governo che si profila.

La carenza di voti si identifica unicamente nella spaccatura che si è creata all’interno del corpo elettorale. Un report pubblicato dal DELMI (Istituto per gli studi della migrazione in Svezia), mostra la divisione tra i punti di vista della popolazione svedese sotto diversi aspetti[12]: le persone che sono ancora a favore o a sfavore di un’apertura stanno tendendo sempre più verso le rispettive direzioni, mentre sta aumentando la preferenza degli svedesi verso gli immigrati provenienti dai Paesi europei – come i Paesi della ex Yugoslavia – rispetto a quelli provenienti dall’Africa o dal Medio Oriente. Inoltre, gli svedesi si mostrano sempre più diffidenti verso le culture e le usanze straniere.

La popolazione rimane ancora generalmente ancorata ai suoi valori fondanti, ma il cambiamento è stato comunque importante: come afferma The Local Sweden[13], “È comune sentire che in Svezia in passato non fosse socialmente accettabile discutere dell’immigrazione con scetticismo”. Adesso, a quanto sembra, la Svezia sta prendendo la direzione europea, e il suo panorama politico si è trasformato in un vero e proprio campo minato: sotto il rigoglioso terreno della società svedese, stabile e forte, si nascondono le aspettative, i problemi e le sfide che aspettano l’élite, sempre più oscure e difficili da rintracciare.

  1. Livfendahl, Tove. How Sweden became an example of how not to handle immigration. The Spectator, 2016.
  2. Neuding, Paulina. Sweden’s violent reality is undoing a peaceful self-image. POLITICO, 2018.
  3. Brown, Stephen. Sweden freaks out. POLITICO, 2018.
  4. Police: There are no ‘no-go zones’ in Sweden. Svedige Radio, 2018.
  5. .. are they no-go zones? What you need to know about Sweden’s vulnerable areas. The Local – Sweden, 2017.
  6. https://www.youtube.com/watch?v=KJlFZ_K6ZQM&t=664s
  7. Neuding, Paulina. Sweden’s violent reality is undoing a peaceful self-image. POLITICO, 2018.
  8. .. are they no-go zones? What you need to know about Sweden’s vulnerable areas. The Local – Sweden, 2017.
  9. Richard Milne. Sweden’s immigrants struggle with jobs and integration. Financial Times, 2018.
  10. Livfendahl, Tove. How Sweden became an example of how not to handle immigration. The Spectator, 2016.
  11. Teitelbaum, Benjamin R. In Sweden, populist nationalists won on policy, but lost on Politics. The Atlantic, 2018.
  12. Jesper Strömbäck, Nora Theorin. Attitudes toward immigration: an analysis of changes and media effects in Sweden 2014 – 2016, Report and Policy Brief. DELMI, 2018.

Marcello Gradassi is a second-year undergraduate student of Economics and Management from Bocconi University. He closely follows European policy, but has recently developed interest in Chinese foreign policy. He’s passionate with contemporary history and American basketball, too.

Marcello Gradassi

Marcello Gradassi is a second-year undergraduate student of Economics and Management from Bocconi University. He closely follows European policy, but has recently developed interest in Chinese foreign policy. He's passionate with contemporary history and American basketball, too.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

*

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com