Il senso di Donald per la guerra (commerciale)

Il presidente americano Donald Trump non si distingue per la coerenza delle sue idee politiche, ma quando si tratta di negoziare con i partner commerciali degli Stati Uniti la sua visione protezionistica è rimasta praticamente la stessa, da decenni.

Ciao
Donald Trump negli anni ’80.

Durante gli anni ‘80, infatti, l’incredibile crescita del Giappone – allora la maggiore controparte commerciale degli USA – e i suoi massicci investimenti esteri sembravano minacciare la supremazia economico-finanziaria di Washington. Ciò infastidì notevolmente l’uomo che sarebbe divenuto il 45° Presidente americano. Apparso sul Morton Downey Jr. Show nel 1989, il tycoon newyorkese descrisse la situazione tra i due Paesi con il suo proverbiale tatto diplomatico: “Hanno sistematicamente risucchiato il sangue dell’America. Dobbiamo sbarazzarci di loro.”

A dire il vero, per molti anni Washington aveva bollato come scorrette le strategie protezionistiche messe in atto da Tokyo. Già alla fine degli anni ‘70 l’amministrazione democratica di Carter era alla ricerca di modi per aprire “forzosamente” il mercato giapponese, e quando Ronald Reagan prese il potere nel 1981, cercò di fare altrettanto per ridurre il deficit commerciale dell’America. Allora come oggi, insomma, i due grandi partiti condividevano quasi in toto la visione commerciale del mondo.
Il Giappone esportava negli Stati Uniti soprattutto automobili, ricambi per auto, macchine da ufficio e altri dispositivi elettronici ad alto valore aggiunto. Le automobili rappresentavano comunque la parte preponderante: solo nel 1981, a fronte dei quasi 2 milioni di modelli esportati negli Stati Uniti, appena 4.201 auto americane furono vendute in Giappone.
Quell’anno, con l’economia americana in recessione, una delle prime tattiche commerciali del nuovo Presidente fu di imporre un limite alla mole di importazioni di auto giapponesi. Tuttavia, nel 1983 il deficit commerciale americano con il Giappone ammontava a 36,8 miliardi di dollari, rispetto ai circa 15 miliardi dell’anno precedente. La cosiddetta “reaganomics”, per il momento, aveva fallito.[1]
Quel periodo fu caratterizzato da un ritorno in auge di un sentimento antigiapponese nell’opinione pubblica d’oltreoceano. Un sentimento sepolto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: per esempio, secondo il Washington Post, c’erano persone che prendevano a martellate auto giapponesi per le strade. Nel 1985, minacciata da dazi e tariffs sempre più pesanti, Tokyo acconsentì alle principali richieste commerciali dell’alleato americano e all’aumento della presenza militare statunitense nel Paese.
Nel Plaza Accord firmato a settembre, gli Stati Uniti, il Giappone, la Francia, la Repubblica Federale di Germania ed il Regno Unito concordarono di intervenire congiuntamente sui mercati valutari per deprezzare il dollaro americano rispetto allo yen e al marco tedesco.
Il Giappone impose inoltre restrizioni volontarie alle esportazioni delle proprie industrie, comprese quelle di auto e di semiconduttori, esortandole a rivolgersi verso altre regioni asiatiche, così da diversificare sia le rotte commerciali che le supply chains. Da allora il Sol Levante non solo cominció ad esportare massicciamente altrove, ma iniziò anche a costruire fabbriche all’estero – in Thailandia e in Cina, per esempio. Nei decenni successivi, la quota di esportazioni giapponesi verso i Paesi dell’Asia orientale passò dal 32,7% nel 1990 al 56,9% nel 2011. Ad ogni modo, le maggiori case automobilistiche giapponesi spostarono le loro operazioni anche negli Stati Uniti, fatto questo che diede impulso all’economia e all’occupazione yankee. A tal riguardo non può passare inosservata la quasi petulante tendenza dell’attuale inquilino della Casa Bianca a esortare minacciosamente i CEO delle grandi multinazionali dell’auto affinché trasferiscano i loro impianti produttivi negli Stati Uniti. Il ricordo deve essere ben vivo nella mente del Presidente USA.
Comunque, lo yen troppo forte e la decisione del Giappone di abbassare i tassi di interesse per stimolare il consumo interno finirono per alimentare enormemente i prezzi, portando il Paese in una vera e propria bolla. Da ciò nacque la famosa Lost Decade giapponese. Tale decennio perduto deve essere venuto in mente anche a Trump, dal momento che egli utilizza la medesima retorica passata nel suo attuale approccio verso la Repubblica Popolare, che rappresenta il maggiore partner commerciale dell’America in termini di beni assoluti. Tra le altre cose, il Presidente ha affermato che l’economia americana viene “costantemente violentata (raped) da una potenza rivale”.

Il modo in cui è stata individuata la Cina come “rivale” assomiglia molto all’esperienza giapponese: basti pensare che l’economia di Tokyo era un quarto di quella statunitense negli anni ‘80, che nel 1995 il suo PIL raggiunse il 70% di quello USA, e che oggi esso è poco oltre il 30%. Insomma, quando il PIL di un Paese sale a due terzi dell’economia statunitense, questo diventa inevitabilmente una potenziale minaccia all’egemonia a stelle e strisce. Da circa un decennio l’economia cinese è entrata in questa red zone.
Notazione interessante è che il principale consulente commerciale di Trump, Robert Lighthizer (US Trade Representative), già in servizio sotto Reagan, sia ricordato dai giapponesi come un osso molto duro, un “tough guy”. Dunque Trump e Lighthizer stanno combattendo una vecchia guerra. Ora però il Presidente sta portando lo scontro ad un livello più alto. L’attuale approccio statunitense è, in breve, molto più aggressivo e minaccioso rispetto al passato. Ciò è probabilmente dovuto alla maggiore posta in palio nella corrente partita con la Cina. Gli Stati Uniti continuano a fare pressioni sul Giappone affinché ritardi il più possibile la distensione politica e commerciale con Pechino – il Primo Ministro Abe ha incontrato pochi giorni fa il Presidente cinese Xi Jinping. Tale distensione è figlia del progressivo raffreddamento delle relazioni nippo-americane, causato dallo stile muscolare di Trump riservato anche al tradizionale alleato nel Pacifico. Ad oggi il crescente riavvicinamento, almeno economico (le tensioni nel Mar Cinese Meridionale persistono), tra Cina e Giappone sembra inevitabile.

Ciao
Donald Trump e il suo principale consulente commerciale, Robert Lighthizer.

Nell’attuale sfida tra Washington e Pechino, inoltre, si staglia un organo che i giapponesi hanno imparato a conoscere molto bene nel corso degli ultimi decenni. Stiamo parlando del Committee on Foreign Investments in the United States (CFIUS), cioè il comitato interdipartimentale del governo federale che vigila e controlla gli investimenti esteri diretti. La sua origine – sebbene sia stato formalmente creato da Gerald Ford già nel 1975 – si inserisce infatti nel dibattito sul “pericolo giapponese” circa i crescenti investimenti di Tokyo in America negli anni ’80, di cui sopra. Oggi questo comitato ricopre una funzione fondamentale nella strategia protezionistica di Trump: la sicurezza nazionale, infatti, non è più legata solo agli armamenti e al terrorismo, ma riguarda anche e soprattutto la stabilità economico-finanziaria di lungo periodo, la privacy, la difesa dei big data e la supremazia tecnologica.[1] Il CFIUS è attivo da anni per prevenire qualunque acquisizione di aziende tecnologiche – produttrici di hardware o software – legate agli Stati Uniti da parte di gruppi cinesi o a partecipazione cinese. L’elenco sarebbe lungo, basti ricordare i casi Fujian-Aixtron (quest’ultima tedesca) e Broadcom-Qualcomm, per non parlare della crescente, e ostacolata, potenza di Huawei nella tecnologia 5G. Qualche dato può dare l’idea delle motivazioni alla base della preoccupazione americana. Nel 1996, se la Cina investiva lo 0,56% del suo PIL in Ricerca e Sviluppo, gli Stati Uniti il 2,44%; nel 2015 la quota cinese è quadruplicata al 2,06%, mentre Washington si è assestata al 2,79%. Gli Stati Uniti stanno tentando dunque di mettere i bastoni tra le ruote al grande “piano quinquennale” cinese Made in China 2025, sebbene le industrie cinesi in ambito aeronautico e di AI, per esempio, abbiano comunque una forte capacità di R&D indipendente.[2] 

Insomma, se anche al prossimo G20 di Buenos Aires i due leader riuscissero ad accordarsi e a porre fine alla corrente guerra commerciale, una tregua tariffaria farà ben poco, se non altro perché la loro disputa va ben oltre i consueti schemi. Tuttavia la “lezione giapponese” potrebbe rivelarsi ancora utile.
Gli investimenti cinesi in uscita giocheranno un ruolo importante nello scacchiere globale nei prossimi decenni. Washington dovrebbe gettare le basi per garantirne agli Stati Uniti una fetta sostanziosa, assicurando una strategia win-win (molto apprezzata dal governo di Pechino). Se i politici statunitensi giocassero bene le loro carte, gli investimenti cinesi potrebbero non solo creare numerosissimi posti di lavoro, ma ridurre anche il massiccio deficit commerciale. Questo è esattamente quello che è successo con il Giappone. Se infatti i primi investimenti giapponesi negli Stati Uniti risultarono impopolari poiché rivolti verso beni iconici quali Pebble Beach e il Rockefeller Center, successivamente le aziende giapponesi – anche a causa delle forti pressioni del CFIUS – spostarono il focus sulla costruzione di nuove fabbriche, come i sei grandi stabilimenti Toyota.[3]

Trump potrebbe dire a Xi che gli Stati Uniti, sebbene si riservino il diritto di bloccare gli investimenti stranieri in settori delicati legati alla sicurezza nazionale, accetterebbero senz’altro più contanti cinesi. Come nel caso del Giappone, infatti, gli investimenti della Repubblica Popolare negli Stati Uniti sembrano sempre più fortemente orientati al settore immobiliare, settore in cui sono già stati spesi circa 130 miliardi di dollari.
Dopotutto, è ben noto che le fortune del clan Trump affondino le radici nel mercato del mattone: non dovrebbe essere difficile, per il Presidente americano, sfidare il suo omologo cinese su questo campo di battaglia. 

Edoardo Vaghi

[1] Tai, Crystal (20 October, 2018). What Japan can teach about the American art of (trade) War. Hong Kong, South China Morning Post

[2] Aresu, Alessandro (7 Novembre 2018). Geopolitica della protezione. Roma, Limes

[3] Fazzalari, Helodie (11 Aprile 2018). Cosa c’è dietro la guerra commerciale USA-Cina. L’Indro

[4] Garret, Geoffrey (12 November, 2018). The Deal Trump should strike with Xi. New York City, Foreign Affairs

Studente di Management all’Università Bocconi e di Geopolitica all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Edoardo Vaghi

Studente di Management all'Università Bocconi e di Geopolitica all'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

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