USA – Iran’s relations: what’s next?

Le sanzioni vengono sempre considerate un atto punitivo o ostile nei confronti di chi le riceve, e vanno misurate anzitutto rispetto all’efficacia nel raggiungere il loro scopo dichiarato.
Le tanto discusse sanzioni degli USA nei confronti dell’Iran sono unilaterali e in teoria, come il Segretario di Stato Mike Pompeo ribadisce da giorni, dovrebbero servire a far sedere nuovamente l’Iran al tavolo delle trattative, dopo che l’8 maggio Trump aveva annunciato l’uscita degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, meglio noto come Iran Deal.
Per poter misurare le sanzioni attuali bisogna confrontarle con quelle precedenti, applicate tra il 2003 e il 2016 a causa delle opache risposte fornite dall’Iran alle richieste informative delle Nazioni Unite, circa il suo programma nucleare; per rendere l’idea del peso che quelle sanzioni ebbero sull’economia iraniana proviamo a mettere insieme qualche numero: il tasso di inflazione nominale annuo era arrivato nel 2013 al 42,3%, per poi tornare al 10,5% nel 2017; inoltre, l’Iran è il settimo paese per riserve petrolifere ed è il secondo per riserve di gas, e in effetti la produzione di idrocarburi negli ultimi 2 anni (quelli senza sanzioni) è salita del 62% e il PIL, di riflesso, è salito del 13%.
Tutti dati abbastanza positivi se non fosse che i prezzi di molti prodotti di prima necessità, soprattutto di natura alimentare, hanno provocato un forte scontento popolare. Fino a tutto il 2017, beni di prima necessità quali uova, pollame, benzina, hanno subito un aumento compreso tra il 40 e 50%, e conseguente rincaro su altri prodotti. Effetti pesanti della fine delle politiche di sussidio e della svalutazione reale della moneta iraniana.

Ma, come detto in apertura, non è mai una buona idea misurare le sanzioni su quanto facciano male al paese rivale ma su quanto riescono ad essere efficienti per lo scopo che si propongono.

Le sanzioni nel passato hanno dimostrato come possano essere efficaci per guadagnare tempo, basti vedere Obama e Rouhani che avevano entrambi bisogno e urgenza di firmare un accordo che segnalasse un risultato in politica estera per entrambi, e in effetti l’elemento temporale risulta fondamentale anche per la comprensione delle sanzioni contemporanee.
L’esportazione giornaliera di greggio nell’aprile 2018 è stata di 2.5 milioni di barili, prima dell’annuncio di Trump, e se questi barili dovessero scomparire dal mercato, il prezzo del petrolio aumenterebbe di conseguenza; proprio per evitare questo fenomeno ci saranno 6 mesi aggiuntivi per applicare le sanzioni per 8 paesi: Washington ha dunque concesso a Cina, India, Corea del Sud, Giappone, Italia, Grecia, Taiwan e Turchia (che in aggregato costituiscono più del 50% dell’export di petrolio di Teheran) di continuare per sei mesi a importare petrolio iraniano.
La decisione delle esenzioni è data dalla volontà di rendere sopportabili queste sanzioni per alcuni paesi che devono avere il tempo di modificare le loro preferenze d’acquisto.

Ma il punto di rottura arrivato con le ennesime sanzioni si comprende solo ampliando il quadro, che oltre a vedere un paese come l’Iran che ha provato ad acquistare materiale illecito per centrifughe per centrali nucleari e altre avanzate tecnologie nucleari e missilistiche da aziende tedesche, ha minacciato a più riprese gli alleati americani, “preso in ostaggio” civili tramite arresti più che sospetti e pubblicamente respinto le ispezioni sulle sue installazioni nucleari, impedendo all’AIEA di verificare la conformità iraniana ai divieti, e vede gli U.S.A. impiegati su molti fronti.
Questa decisione dell’amministrazione Trump deve essere letta anche come una manifestazione di potere e una sottolineatura del proprio ruolo di leader globale rispetto all’Unione Europea, che non solo sta subendo la storica difficoltà a mantenere i confini, ma anche attraversando una complessa fase di politica interna.

È lecito ritenere che gli USA pensino che nei prossimi 6 mesi ci sarà margine di trattativa politica con la Cina a proposito della guerra dei dazi, anche attraverso queste sanzioni.
Gli Iraniani, invece, difficilmente si siederanno a un tavolo con interlocutori più severi dei precedenti, trattativa che dalle parti di Teheran era già stata comunque digerita mal volentieri.
E allora forse che, a dispetto delle dichiarazioni che vengono dalla Casa Bianca, il vero obiettivo non sia nessun tavolo di trattativa, ma un lungamente agognato regime change iraniano che possa stabilizzare la regione?

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