Yemen, il conflitto dimenticato verso una possibile conclusione

Era il gennaio 2015 quando, con la presa del complesso presidenziale di Sana’a da parte dei combattenti sciiti Houthi a scapito del Presidente eletto Abd Rabbih Manṣūr Hadi,  la guerra civile in Yemen aveva inizio.

Da allora sono passati circa quattro anni, anni di combattimento che hanno visto lo sviluppo di un conflitto sempre più difficile da interpretare, con l’inserimento di più forze in gioco, comprese le immancabili organizzazioni terroristiche (Al- Qaida e Islamic State) e una “guerra per commissione” da parte delle due superpotenze del mondo musulmano, Arabia Saudita ed Iran, che non si è fatta attendere a lungo.

Yemen

La monarchia del Golfo ha sostenuto da sempre il Presidente Hadi, non potendo permettere che una frangia sciita come quella degli Houthi ottenesse un peso rilevante nello Yemen; allo stesso modo l’Iran ha visto nei combattenti Houthi una naturale appendice attraverso la quale insinuarsi, come una spina, nel bel mezzo del mondo sunnita.

In mezzo ai giochi di potere dei due giganti ci sono circa sedicimila vittime, per la maggior parte civili (diecimila), oltre tre milioni di sfollati e un Paese che ormai sembra tornato all’antica divisione preunitaria del 1990. Lo Yemen è uno dei Paesi più poveri della Penisola Arabica e si trova ad affrontare una delle crisi umanitarie più gravi dall’inizio del secolo, crisi che ha portato, da più di un anno a questa parte, molte voci di dissenso a farsi avanti, specialmente dagli Stati Uniti e dal suo Congresso.

Sono proprio gli States, primi sostenitori delle azioni saudite in Medio Oriente, a frenare adesso sulla continuazione di una guerra che, voluta e considerata di importanza strategica fondamentale in primis dal principe saudita Mohammad Bin Salman, dura ormai da troppo tempo e non sembra, ad oggi, prospettare alcun chiaro vincitore. Sono infatti di pochi giorni fa le parole del Segretario della Difesa statunitense Jim Mattis che ha affermato con convinzione come una iniziativa di pace sia necessaria oggi più che mai, spingendosi addirittura a prevedere una soluzione attraverso un negoziato per un cessate il fuoco entro i prossimi trenta giorni; alle sue parole si sono accompagnate quelle del Segretario di Stato, Mike Pompeo: “E’ tempo ora di cessare le ostilità”.

Gli Stati Uniti si esprimono dunque in maniera decisa, per la prima volta, a favore di una fine del conflitto, ma cosa ha permesso agli americani di poter fare affermazioni così forti, di sicuro contrarie a quelle che sono le volontà dei Saud?

Pare a questo punto evidente come l’affaire Khashoggi sia collegato alla presa di posizione degli uomini di Trump, i quali stanno sfruttando l’imbarazzo e la pressione internazionale derivante dall’omicidio del giornalista di nazionalità saudita, ucciso in Turchia, all’interno dell’ambasciata del suo Paese per mano degli uomini dei servizi segreti. Il fine era ed è quello di ottenere qualcosa che in realtà la leadership statunitense auspicava da più di un anno, da quando cioè le notizie circa i bombardamenti indiscriminati dei sauditi sui civili hanno iniziato a trapelare, cioè un progressivo affievolimento dei combattimenti.

Alla finestra rimane Mohammad Bin Salman, il principe ereditario della monarchia saudita, il nuovo “uomo forte” del mondo mediorientale che si ritrova a fronteggiare una crisi diplomatica con la Turchia e gli Stati Uniti e allo stesso tempo una guerra che, alla luce dei dati e delle attuali previsioni, vede i Sauditi come i veri danneggiati da questo stallo. Il fronte saudita, ben armato, fortemente sostenuto da USA ed Emirati Arabi, confinante con lo Yemen, dovrebbe sedersi al tavolo con quei combattenti che rappresentano invece il regime degli Ayatollah, l’Iran.

Iran che invece, anche solo col dispiegamento esiguo dei suoi pasdaran (guardie della rivoluzione) in aiuto agli Houthi nello Yemen, vedrebbe un risultato strabiliante nella possibilità di veder riconosciute le ragioni dei ribelli sciiti e dunque otterrebbe una posizione stabile nella Penisola Arabica, riuscendo a portare a casa una nuova zona di influenza; come del resto ha già fatto in passato in Libano con il finanziamento e il sostegno politico ed ideologico del gruppo sciita khomeinista “Hezbollah” .

La palla passa ora nelle mani dei sauditi, nel frattempo però Israele osserva e si muove di conseguenza. L’espansione iraniana non sarebbe di certo auspicabile per Nethanyahu che quindi in questi ultimi mesi, di tutta risposta, ha iniziato a stringere rapporti più solidi coi Paesi arabi nel Golfo Persico.

Sono infatti da leggere in questo senso i segni di distensione diplomatica che hanno portato, il 28 Ottobre, la ministra della cultura d’Israele Miri Regev, a presenziare ai campionati internazionali di Judo svoltisi ad Abu Dhabi dove, in seguito alla vittoria di un atleta israeliano, l’inno nazionale HaTikvah ha suonato nello stadio senza destar clamore alcuno. Quello che invece ha del clamoroso è che la stessa ministra abbia, nelle ore seguenti, visitato la Grande Moschea Sheikh Zayed, diventando di fatto il primo esponente politico israeliano a spingersi a tanto. Da non dimenticare inoltre la visita della scorsa settimana del Premier Netanyahu in Oman, ricevuto dal Sultano Qabus bin Said Al Said in persona: l’Oman è un Paese del Golfo che non solo  non ha mai avuto relazioni diplomatiche con Israele, ma che ha invece sempre mantenuto dei rapporti cordiali con l’Iran, che sia un tentativo di aprire un canale di dialogo con lo stesso Iran?

Alla luce di tutti questi indizi sembrerebbe dunque che una svolta nel conflitto yemenita sia possibile, oggi più che mai; le forze in gioco si muovono sulla via di una pacificazione della regione, un buon proposito, un proposito saggio. Attenzione però, perché se è vero che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, questo è ancora più vero in Medio Oriente e Mohammad Bin Salman lo sa.

Fonti:

https://www.haaretz.com/us-news/u-s-secretary-of-state-pompeo-calls-for-end-to-fighting-in-yemen-1.6612672

https://www.lastampa.it/2018/10/26/esteri/netanyahu-in-visita-in-oman-rotto-un-tab-4dh8QqgWm2rqcq3RAujGTK/pagina.html

https://www.timesofisrael.com/in-first-israeli-minister-makes-state-visit-to-grand-mosque-in-abu-dhabi/

 

Studente di Giurisprudenza presso Università Commerciale L. Bocconi.

Middle East, International politics .

Michele Innocenzo Mallano

Studente di Giurisprudenza presso Università Commerciale L. Bocconi. Middle East, International politics .

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