Il Grande Gioco sino-americano

Secondo la sua concezione politica classica, il Celeste Impero è per natura il centro del mondo, il modello universale cui i popoli vicini e lontani devono volgersi ossequiosamente. Esso non necessita dunque di imporre un dominio manu militari giacché gli appartiene di diritto. Come scrive egregiamente l’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger, «nella sua concezione tradizionale, la Cina si considerava l’unico governo sovrano del mondo. La sua sfera d’azione non era uno Stato sovrano di “Cina” – ossia i territori sotto il suo immediato dominio – ma “tutto quanto c’è sotto il cielo”, totalità di cui la Cina costituiva la parte centrale e civilizzata».[1] Questo preambolo risulta utile per smentire un luogo comune secondo cui la Repubblica Popolare non sarebbe naturaliter incline ad un’espansione internazionale. Non è così.

Tutto ciò è stato ormai compreso chiaramente dagli Stati Uniti d’America, i quali guardano con preoccupazione alla crescente e apparentemente inarrestabile ascesa cinese. Washington nutre seri dubbi sulla propria capacità di resistenza a tale ascesa poiché osserva come la classe dirigente comunista della Città Proibita abbia mostrato contemporaneamente, negli ultimi lustri, una lucida capacità strategica di medio-lungo periodo e una straordinaria abilità tattica di adattamento ai cambiamenti repentini negli scenari in cui essa è coinvolta.

Se da un lato la Repubblica Popolare è sulla via della supremazia in numerosi settori che gli Stati Uniti si erano preposti come inviolabili – primo fra tutti il settore informatico, quello dell’Intelligenza Artificiale, l’aeronautica, i satelliti e le infrastrutture – dall’altro essa sfrutta sapientemente il sistema capitalistico per ottener vantaggi strategici, anche significativi. Basti pensare al fatto che il governo di Pechino sia il maggior acquirente dei Treasuries statunitensi, che sia cioè il principale creditore degli Stati Uniti in termini di debito pubblico. Queste politiche sono supportate dalla natura tradizionalmente risparmiatrice della Cina: essa dispone di una enorme riserva di capitali, i quali tuttavia sono spesso stati causa di sovracapacità produttiva.

Inoltre, anche se Washington e Pechino hanno per il momento rinunciato ad un’escalation totale nella guerra commerciale, la Cina non intende abbandonare il suo piano “Made in China 2025”. Xi Jinping ha infatti chiesto esplicitamente maggiori sforzi per rendere la Repubblica Popolare la leader mondiale nel campo della scienza e della tecnologia. Nell’aprile del 2018 il Presidente ha infatti dichiarato, all’apertura della conferenza congiunta annuale dell’Accademia delle scienze e dell’Accademia di ingegneria: “La situazione è urgente. Le sfide sono urgenti. La nostra missione è urgente”. Presentato tre anni fa, il “Made in China 2025” ridefinisce tutte le priorità industriali del Paese e mira ad una “corsa agli armamenti” in aree strategiche come l’aerospaziale, la robotica industriale, i software e i semiconduttori. L’Amministrazione Trump, che accusa la Cina di saccheggiare le tecnologie delle industrie americane, vede molto negativamente questo aumento di potere, soprattutto perché ritiene che l’obiettivo del piano sia quello di condurre il gigante asiatico all’autosufficienza tecnologica totale.[2]

Xi Jinping e Donald Trump.

Gli americani sostengono inoltre che il grande vantaggio di cui sembra godere la Repubblica Popolare sia iniquo e derivi da un’opacità diffusa e da un illiberalismo dilagante. Il legame a doppio filo tra potere pubblico ed economia semi-privata ne sarebbe la prova più tangibile. Essi sostengono anche che il governo cinese utilizzi la sua politica creditizia aggressiva come strumento per impossessarsi indirettamente di porti, ferrovie e strade di Paesi in difficolta economico-finanziarie; non è insolito leggere di parallelismi tra tale politica è quella che le potenze coloniali usarono proprio in Cina nella seconda metà del XIX secolo.

Pechino, dal canto suo, si dichiara fautrice convinta del mutuo vantaggio tra le Nazioni e si spinge a criticare, attraverso gli organi di stampa dello Stato-Partito, i modelli di governo occidentali: forse che i regimi democratici dell’Occidente non sono in grado di produrre una classe dirigente all’altezza della controparte cinese? I cinesi infatti hanno sviluppato un apparato statale gestito da una élite tecnocratica di burocrati, altamente istruiti sotto il vigile controllo del Partito Comunista. Questo non è che una traduzione in chiave moderna del loro secolare sistema organizzativo imperiale, imperniato sulla casta dei mandarini.[3] L’attrazione che la democrazia di stile occidentale e il capitalismo fondato sul libero mercato hanno esercitato su questa élite è ormai appassita. I vertici dello Partito sottolineano l’incapacità degli Stati occidentali di investire efficacemente nelle loro risorse umane, la scarsa qualità di molti dei loro leader, per lo più eletti, e l’instabilità delle loro economie. D’altronde, se il 90% delle democrazie formali create dopo la caduta dell’Unione Sovietica sono ormai fallite, sostengono, questo rischio non deve essere intrapreso.

Ad ogni modo, sebbene i suoi progetti commerciali – su tutti la Belt and Road Initiative – non abbiano esplicitamente scopi militari, la crescente potenza bellica della Repubblica Popolare rimane sullo sfondo: basti pensare che essa rappresenta il secondo paese al mondo per spesa militare (sebbene ancora “solo” un terzo degli Stati Uniti). Il suo bilancio al riguardo rimane tuttavia molto opaco e poco conosciuto dalle controparti. Nel 2017 è stata inaugurata la prima base militare cinese in Africa, nel Gibuti, in una posizione strategica sia per i commerci che per le missioni contro la pirateria all’ingresso del Mar Rosso, e del Mediterraneo. Pechino sa bene che, a partire dalla vittoria americana sul Giappone, la chiave di volta del dominio mondiale di Washington è rappresentata dalla flotta: in tal senso la Cina sta portando avanti la sfida più importante dalla fine della Guerra Fredda. A partire dagli anni 90, periodo in cui la potenza navale statunitense raggiunse il suo zenit – durante la Prima Guerra del Golfo vennero fatti sbarcare indisturbatamente oltre 500.000 soldati americani via mare – la marina cinese è stata gradualmente ripensata; non si è però voluto attuare un riarmo di tipo guglielmino, ma una produzione non in serie e una successione decennale di test preparatori. Oggi la flotta militare cinese nel Pacifico ha superato numericamente quella statunitense, ed è costantemente in movimento lungo tutto il perimetro eurasiatico. La flotta americana, invece, sta attraversando una fase di relativo declino, avendo minori unità ma più missioni del passato e causando così una maggiore usura di equipaggi e attrezzamenti. La Settima Flotta della US Navy, incaricata del controllo del Pacifico, ha registrato una serie di incidenti negli ultimi anni – urti mortiferi con mercantili coreani e giapponesi – che hanno minato il prestigio di tutta la Marina. Nonostante ciò, la qualità degli assetti statunitensi, che sono comunque ancora migliori di quelli cinesi, e la impervia geografia marittima che caratterizza le rotte commerciali e militari della Cina – una moltitudine di stretti, golfi ed arcipelaghi – rappresentano dei seri ostacoli ai piani di quest’ultima. Non è un caso che Guam sia destinata, secondo i piani del Pentagono, a diventare presto la più grande base americana del mondo, colonna portante di tutta la strategia statunitense nel Pacifico per i prossimi tre o quattro decenni.

SSS

I cinesi studiano con sempre maggiore attenzione la geopolitica degli oceani da quando sono divenuti una potenza economica fondata su una crescita export led, cioè totalmente dipendente dai Paesi importatori della propria manifattura: circa il 70% delle importazioni e il 70% delle esportazioni di Pechino sono collegate a società straniere. A tal riguardo, il premio Nobel Simon Kuznets ha dimostrato come esista una correlazione inversa tra le dimensioni di un’economia nazionale e la percentuale di internazionalizzazione, calcolata come rapporto tra import e export diviso per il PIL. Se negli Usa questo rapporto è del 19% e in Giappone del 18%, in Cina esso supera il 91%: ciò indica chiaramente un’economia sbilanciata verso l’estero e, dunque, vulnerabile.[4] Basterebbe, in via ipotetica, un blocco navale di qualche settimana nello stretto di Malacca per mettere in seria difficoltà l’intero sistema di approvvigionamento economico di Pechino.

Un altro dato fondamentale della partita riguarda la natura, diciamo così, ontologica dell’ attuale egemonia americana: gli Stati Uniti sono infatti una potenza imperiale che non sopporta più le perdite. È emblematico che, se durante la Guerra del Vietnam furono persi circa 50.000 uomini, in Somalia ne siano stati accettati “solamente” 19. L’opinione pubblica americana – e l’elezione di Donald Trump ne è una conferma – non tollera più il ruolo tradizionale di gendarme globale. Washington si impegna ormai solo in guerre a distanza, utilizzando soprattutto truppe locali addestrate (nei Balcani, in Afghanistan, e più recentemente in Siria con i Curdi). La strategia Obama puntava infatti a consolidare potenze regionali supportate dagli USA, escludendo interventi diretti. Ma la storia insegna che gli imperi non si possono difendere su commissione.

La Cina ha dunque cominciato ad occupare lo spazio vuoto di un’Europa sempre più ininfluente e ripiegata su sé stessa e di un’America logorata da mezzo secolo di egemonia. Eppure Pechino si muove con cautela, memore di un ammonimento che, a suo tempo, Deng Xiaoping rivolse al Congresso del Partito: agire senza attirare troppo l’attenzione. Tale concezione non può non ricordare un illustre precedente, quello del presidente americano Theodore Roosevelt che, gettando le basi dell’impero globale statunitense all’inizio del XX secolo, affermava: «speak softly and carry a big stick, you will go far». Allora portò fortuna.

Edoardo Vaghi 

[1] Kissinger, Henry. (2017). Ordine Mondiale. Milano. Mondadori: 213

[2] Schaeffer, Frédéric (29 May, 2018). Xi Jinping prone l’indépendance high tech de la Chine. Paris, Les Echos

[3] Wolf, Martin (1 May, 2018). How the Beijing elite sees the world. London, Financial Times

[4] Bulloch, Douglas (7 October, 2016). What Happens to China If World Trade Falls? New York City, Forbes

Studente di Management all’Università Bocconi e di Geopolitica all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Edoardo Vaghi

Studente di Management all'Università Bocconi e di Geopolitica all'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

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