2012-2018: 6 anni dal “Whatever It Takes”

Sei anni fa, il 25 luglio 2012, il Presidente della BCE Mario Draghi pronunciò parole successivamente passate alla storia, parole che ebbero come effetto quello di evitare una crisi senza precedenti per la moneta unica: “Siamo pronti a fare tutto il necessario per salvare l’Euro”. Il giorno di cui parliamo è quello del “whatever it takes”, in cui alla Global Investment Conference di Londra, Draghi pose le basi per la salvezza dell’euro, tagliando i tassi di interesse dallo 0,25% allo 0,15%.

Dopo la conferenza dello scorso 25 ottobre, invece, non ci resta che far propria una visione sostanzialmente invariata del panorama di politica monetaria rispetto a quello di qualche mese fa. Ciò semplicemente perché tutte le decisioni più importanti sono state già prese e comunicate durante la press conference tenutasi lo scorso giugno. Le parole di Mario Draghi non hanno pertanto suscitato scalpore, anzi hanno confermato quella che era divenuta, ormai, opinione diffusa. Il comunicato stampa, identico al precedente, afferma:

“Based on our regular economic and monetary analyses, we decided to keep the key ECB interest rates unchanged. We continue to expect them to remain at their present levels at least through the summer of 2019, and in any case for as long as necessary to ensure the continued sustained convergence of inflation to levels that are below, but close to, 2% over the medium term.

Regarding non-standard monetary policy measures, we will continue to make net purchases under the asset purchase programme (APP) at the new monthly pace of €15 billion until the end of December 2018.” 

 

Dunque si prevede che il costo del denaro resterà invariato almeno fino all’estate del 2019 (informazione ancora troppo vaga e per nulla precisa agli occhi di un pubblico desideroso di fatti e numeri concreti). C’è fiducia sull’inflazione che si ritiene resterà prossima al target (nonostante la riduzione del QE) pur mantenendo la regola delle tre P: pazienza, prudenza e persistenza.            La “accomodation” monetaria, perciò, è ancora necessaria per far convergere l’inflazione verso il target di medio termine. Draghi ha poi focalizzato l’attenzione sul “rischio” che, benchè non possa essere integralmente eliminato, può quanto meno essere gestito. La volatilità va tenuta sotto controllo data l’incertezza in merito a fattori quali le mosse politiche protezionistiche a livello globale, mercati emergenti, Brexit e Italia. Draghi potrebbe risultare il primo governatore a non aver mai alzato i tassi, tuttavia non bisogna dimenticare il momento storico straordinario in cui ci troviamo: successivamente a una crisi che si apprestava a degenerare in un’imponente depressione e a cui la BCE ha dovuto rispondere energicamente e senza esitazione.

Possiamo dunque dire che le notizie di questo 25 ottobre sono state tutto tranne che inaspettate e senza dubbio meno entusiasmanti di quelle del 2012. Tuttavia, il contesto macroeconomico è decisamente migliorato, il governatore afferma di non aver pensato all’anniversario del 2012 in quanto in realtà tante cose son cambiate in meglio da allora. Oggi l’euro è molto più forte e si è giunti ad una stabilizzazione dei prezzi, l’Eurozona è tornata a crescere, l’inflazione è risalita e sono già state delineate le modalità di uscita dal QE durante la conferenza di giugno. La domanda che ci sorge dunque spontanea è: se la riunione della BCE non ha partorito novità di rilievo, quando si deciderà di alzare i tassi? In altre parole: cosa significa “estate del 2019”?

Jens Weidmann, presidente della Banca federale tedesca, è considerato un papabile successore a Mario Draghi.

Ciò che invece susciterà notevole interesse, soprattutto per noi italiani, sarà la definitiva presa di posizione in merito alla questione Roma-Bruxelles da parte della BCE e di Draghi che è costretto, suo malgrado, a svestire i panni della colomba e a trasformarsi in falco. In un’ora di conferenza e domande da parte dei giornalisti solo un paio non hanno riguardato l’Italia.
Ci sono momenti in cui i banchieri centrali devono ricordare quello che possono fare ma soprattutto quello che non possono fare: in questo caso cedere alle pressioni per accomodare il ciclo economico, risolvere problemi fiscali dei singoli Paesi e delle rispettive banche. Bisogna rammentare la catena con tre anelli: efficacia, reputazione ed indipendenza. L’efficacia della politica monetaria dipende dalla reputazione del banchiere centrale, che è a sua volta correlata all’indipendenza della banca centrale da pressioni anomale.

Draghi ha chiarito che non intende fare da mediatore tra il governo italiano e la Commissione Europea sul bilancio, poiché non è compito della BCE finanziare i deficit dei governi. Si è poi mostrato “fiducioso, non molto sicuro, ma fiducioso” sul fatto che un accordo tra Italia e Commissione verrà raggiunto. Tale fiducia deriva dal buon senso e da una visibile necessità di convergenza delle parti, sottolineando indirettamente che, non solo Roma, ma anche Bruxelles debba andare incontro alle richieste della controparte. Se la situazione in Italia peggiorasse, l’unica opzione secondo Draghi sarebbe quella di ricorrere all’OMT (“Outright Monetary Transactions”, operazioni monetarie definitive): un programma che consente alla banca centrale di acquistare titoli di Stato sul mercato secondario in circostanze molto speciali, solo ed esclusivamente nel caso in cui non si abbia un impatto negativo sul resto dell’eurozona.

La sollecitazione di Draghi non è rivolta solo a Roma bensì a tutti gli Stati più indebitati, affinché ricostruiscano quei cuscinetti fiscali necessari per affrontare il rialzo dei tassi negli anni futuri. Se una politica fiscale produce instabilità bancaria, l’unica soluzione è che la politica fiscale cessi di produrre tale instabilità. La politica monetaria, infatti, non deve occuparsi della stabilità finanziaria dal momento che essa è di competenza della politica macroprudenziale. All’interno della BCE, tuttavia, dal 2014 è presente la Supervisione Bancaria Europea e per questa ragione restano ancora poco chiari i confini tra decisioni di politica monetaria e di vigilanza.

Deduciamo, perciò, che politica monetaria, politica fiscale e regolamentazione sono tre facce dello stesso triangolo. Ricordiamo che a differenza della FED, la BCE quando fa le sue politiche di mercato aperto deve rispettare dei vincoli, in primis la politica monetaria non deve essere accomodante rispetto alla politica fiscale. La BCE in questi anni ha potuto fare Quantitative Easing soltanto rispettando dei paletti: può fare politica monetaria ma non deve essere accusata (anche solo formalmente davanti alla Corte di Giustizia) di avere un atteggiamento accondiscendente nei confronti di Paesi con problemi di bilancio (cfr. Italia). Esistono infatti dei vincoli quantitativi al Quantitative Easing: l’idea è stata che, se faccio operazioni di mercato aperto, mi assumo dei rischi, dunque farò in modo che questi rischi siano correlati alla rischiosità dei miei shareholders. Gli shareholders della BCE sono le banche centrali nazionali, cioè i Paesi membri. Per questa ragione il principio è che l’assunzione di rischio è proporzionale alla dimensione dello shareholder. Per cui, ceteris paribus, l’acquisto sarà proporzionale alle dimensioni delle diverse nazioni.

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