Il successo dei Verdi, Jamal Khashoggi, Turchia e IMF: the weekly dispatch

Europa 

In prima pagina del nostro dispatch europeo questa settimana troviamo il clamoroso successo dei Verdi nelle elezioni bavaresi, i quali hanno pienamente superato Afd, in calo (fermi al 10%), e assorbito parte dell’elettorato perso da CSU, il partito di Angela Merkel, il quale ha subito un drastico calo dalle ultime elezioni del 2013 (dal 47,7% è scesa al 37,2%, perdendo la maggioranza nel Parlamento regionale con il peggior risultato elettorale dal 1950) . In caduta libera è SPD, i socialdemocratici, che stanno attraversando la peggiore crisi politica della loro centenaria storia: nelle votazioni sono calati fino a sotto il 10% (9,2%).

I Verdi hanno quasi raddoppiato la loro percentuale ottenuta 5 anni fa, grazie alla leadership in Bavaria di Ludwig Hartmann, 40 anni, e di Katharina Schulze, 33 anni; in particolare la seconda è stato al centro di un’intensa attenzione mediatica. “Nel loro programma di governo, i Verdi”, scrive il Post, “non hanno inseguito o assecondato la destra sull’immigrazione, hanno fatto opposizione da sinistra ma con pragmatismo e senza posizioni estreme, sono stati avvantaggiati dal malcontento verso i partiti tradizionali e si occupano di temi verso cui c’è una sempre maggiore consapevolezza”.

Il CSU si trova quindi in bisogno di formare una coalizione per arrivare alla maggioranza: il ruolo di spalla potrebbe essere rappresentato dai Freie Wähler, un partito che governa a livello comunale e che ha ottenuto il 10%.

In secondo piano troviamo le dichiarazioni del presidente della Corte Costituzionale russa Valery Zorkin, che in un articolo (qui trattato da Meduza) fortemente dibattuto in Russia in questi giorni ha affermato la necessità di rimodellare la Costituzione, troppo vaga nella separazione dei poteri e nel loro equilibrio interno (i cosiddetti checks and balances), proponendo una visione “moderna” del modello di democrazia liberale con una figura chiamata “leader della nazione” – e data la la tendenza filo-putiniana del presidente, è chiaro capire a chi sarebbe riservata – non elettiva, che rappresenterebbe la “suprema sintesi di tutte le aspirazioni del popolo russo”.

Questo weekend inoltre anche il Lussemburgo ha tenuto le proprie elezioni, vedendo ancora una volta la vittoria del governo del Partito Democratico e del suo leader Xavier Bettel. Il Partito Democratico continua ad essere una novità nel panorama politico lussemburghese, dominato sin da dopo la seconda guerra mondiale dal CSV, partito in precedenza sotto la direzione di Jean-Claude Juncker. In particolare, in questa tornata elettorale è stato necessario trovare una coalizione con i Verdi e i Socialisti per giungere alla maggioranza.

(Marcello Gradassi)

Turkey

Turkey’s economic struggle seems like continuing: both Erdogan and the head of minister of treasury (which is also Erdogan’s son-in-law) had press conferences about the upcoming economic reforms to take back Turkey on its feet. Although, Erdogan has controversial arguments about Turkey’s economic situation, and it seems like lately that he is more aware of the dysfunctioning Turkish Economy.

Despite that, when it comes to going to IMF for counseling he immediately disagrees and starts accusing previous government about counseling IMF and accuses the latter for the financial issues in the past. It seems like his plan to keep the cash flow ongoing is going to the friends on the East like Qatar.

However, Erdogan might want to turn back to Europe, and after the friendly meeting with Merkel he gave positive messages about working together with European countries, despite all the aggressive speeches in the past months. Besides, it seems like Erdogan made peace with Trump after the release of the Pastor.

Once again Turkey was in between West and East but sticked with Europe like it has always been for the last century.

(Guney Kaya)

Stati Uniti

Caso Khashoggi – La scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi a Istanbul, in seguito ad una visita al consolato del suo Paese, ha innescato un complesso triangolo tra Stati Uniti, Turchia ed Arabia Saudita. Nei giorni passati si sono rincorse voci, mezze rivelazioni diffuse dalle parti coinvolte, mirate ad incrementare la pressione sugli altri attori implicati, costruendo allo stesso tempo una “via di fuga”, uno spazio per accordi ed una versione condivisa dei fatti. A determinare la complessità della situazione, della quale è difficile ad oggi intravedere i risvolti, sono principalmente tre fattori.

In primis, bisogna considerare che la rinnovata intesa con la monarchia saudita rappresenta uno dei pilastri della politica estera dell’amministrazione Trump: dal tentativo di giungere all’agognata soluzione del conflitto Israele – Palestina, all’abbandono dell’Iran Deal, alla guerra in Yemen, alla lotta al terrorismo, per non parlare degli importanti accordi sulla vendita di armi e l’influenza sulle decisioni dell’Opec, gli Stati Uniti hanno oggi nel Regno un partner strategico di fondamentale importanza.

Non meno complessa è la posizione della Turchia: i rapporti tra il gigante dell’Anatolia e gli Stati Uniti sono andati a complicarsi sempre di più fin dall’inizio del secondo mandato del Presidente Obama. Pochi giorni fa, la Turchia ha rilasciato il Pastore Brunson, cittadino americano accusato di spionaggio e per questo detenuto da oltre due anni. Tale vicenda era stata fonte di grande tensione, con la Turchia che aveva addirittura subito l’imposizione di sanzioni, mossa di straordinaria gravità se si considera che il paese è un alleato Nato. Per il Paese sarebbe importante una distensione con gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo la possibilità di mettere l’America in grande difficoltà screditando l’alleato saudita rappresenta una carta importante da giocare allo scopo di ottenere concessioni.

Allo stesso tempo, la Turchia è il principale alleato del Qatar, avversario del Regno saudita di cui è rivale nell’influenza sulla penisola arabica e l’intero Medio Oriente.

Terzo fattore da considerare è la tempistica dell’avvenimento: di qui a poche settimane, Riyadh si prepara ad ospitare la Future Investment Initiative, conferenza definita la “Davos del deserto” per il prominente ruolo che ricoprono gli invitati all’interno del mondo del business, della finanza e della governance globale. La conferenza rappresenta uno dei fiori all’occhiello della Vision 2030, la strategia ideata dal giovane Principe erede al trono – e monarca de facto –  Mohammed Bin Salman per ridurre la dipendenza dal petrolio dell’economia del Regno, con l’obiettivo di portarlo invece ad essere un hub mondiale di innovazione.

In seguito al forte scalpore suscitato dalla scomparsa del reporter nell’opinione pubblica, e alle voci che affermano l’esistenza di un filmato/registrazione delle torture subite dal giornalista – con successiva uccisione – all’interno dell’edificio del Consolato saudita – registrazione che sarebbe in mano ai servizi turchi – numerosi ospiti del FII hanno già rinunciato a presenziare. Le pressioni della stampa, nonché di diversi membri del Congresso, si rafforzano di giorno in giorno per convincere il Presidente Trump ad adottare forti provvedimenti contro il Regno saudita.

Il Presidente ha annunciato severe conseguenze nel caso le indagini in corso dimostrino l’effettivo avvenimento dell’uccisione all’interno della sede saudita. Il Regno, a sua volta, ha risposto negando ogni responsabilità e promettendo una dura risposta in caso di ripercussioni.

La situazione si presenta quindi come estremamente complessa. È ragionevole ipotizzare, visto il significato politico delle alleanze in gioco, che l’attenzione dell’opinione pubblica e le pressioni della stampa giocheranno un ruolo decisivo nell’indirizzare le prossime mosse della Presidenza USA.   

(Edoardo Gasparoni)

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