Problemi per la May, il blocco NOC: the weekly dispatch

Europe 

Theresa May’s government in the UK has never looked so weak: the resignation of Brexit secretary David Davis was followed by another resignation, of Foreign Minister Boris Johnson, that was caused by the expressed will of Prime Minister May to push for a “soft Brexit”, letting the EU remain in close relationship to the UK on trade. Boris Johnson has been replaced with Jeremy Hunt, already health secretary of the government.  

During last week Angela Merkel and her Interior Minister Horst Seehofer have found an agreeement on migrants, that avoids the collapse of Merkel’s 13-year government. Seehofer’s party, the CSU, and Merkel’s CDU are close since 1947, and this clash has been close to disrupt the fifty-year alliance.

In Spain, new talks have started between Prime Minister Pedro Sanchez and Catalan regional president Quim Torra, shifting from an stronger approach that saw the use of central government’s power to contrast Catalonia’s autonomy to a soft one, open to requests from Catalonia, with one simple taboo: self-determination.  

As POLITICO reports, Romanian president Klaus Iohannis has dismissed chief anti-corruption prosecutor Laura Kövesi, in a move to comply with a ruling by the Constitutional Court.

(Marcello Gradassi)

MENA & Africa

Donne al volante e allo stadio, un cinema che riapre per la prima volta dal 1979 per proiettare a donne e uomini l’ultimo film della Marvel, giovani che frequentano coffee-shop e invece di un turbante indossano t-shirt e cappelli da baseball, la costruzione di una ferrovia che collegherà Riad a Israele: questi sono solo alcuni dei cambiamenti previsti dal programma “Visione 2030”, ideato dal giovane principe saudita Muhammad Bin Salman, nominato principe ereditario lo scorso giugno dall’ottantunenne re Salman, per modernizzare il paese e sradicare l’estremismo religioso attraverso una manovra di rafforzamento economico.

L’obiettivo alla base del programma é quello di investire in energia alternativa per emancipare il regno dalle risorse petrolifere e rafforzare l’economia non petrolifera, in quanto le riserve di greggio, da sempre la fortuna dell’Arabia Saudita, non dureranno a lungo. L’intero programma é, come scritto sulla pagina ufficiale di “Visione 2030”, retto da tre colonne portanti: il ruolo dell’Arabia Saudita di cuore pulsante del mondo arabo e più in generale della religione islamica, l’impegno del governo nell’investimento in nuove risorse, stimolando l’economia attraverso la diversificazione delle fonti di guadagno e infine l’obiettivo di sfruttare la propria posizione geografica strategica per diventare a tutti gli effetti il perno attorno a cui far ruotare le relazioni tra Europa, Asia e Africa.

Rette da queste tre solide colonne portanti, le numerose riforme previste per il 2030 mirano ad investire in numerosi campi come educazione, servizi, occupazione, divertimento e abitazioni.

La parola d’ordine alla base di questo ambizioso piano é rivoluzione: non una rivoluzione dal basso in stile “Primavera Araba”, condotta da un popolo frustrato e arrabbiato che mira a rovesciare il proprio governo, bensì una rivoluzione dall’alto guidata dal governo stesso, dove attraverso una serie di radicali cambiamenti (rivolti soprattutto ai giovani), il principe guida i suoi 31 milioni di cittadini attraverso un percorso orientato alla modernizzazione, per un paese più moderato, pacifico e meno integralista.

La rivoluzione saudita però non si limita solo ad una dimensione interna, ma investe anche le sue relazioni esterne e ha comportato negli ultimi mesi una vera e propria inversione di marcia nei rapporti con diversi paesi, primo tra tutti Israele: uniti dall’ostilità nei confronti dell’Iran, il Regno dell’Arabia Saudita e lo Stato Ebraico hanno avviato un lento, graduale e silenzioso percorso verso la normalizzazione delle proprie relazioni, iniziato con l’apertura da parte dell’Arabia Saudita del proprio spazio aereo per i voli della compagnia Air India diretti in Israele.

Non sono poi mancati gli interventi del principe a favore del diritto all’esistenza dello Stato Ebraico in occasione delle violente rivolte palestinesi e proprio in questi giorni diverse testate giornalistiche israeliane hanno riportato la notizia dell’incontro segreto tenutosi ad Amman tra il principe Muhammad e il premier israeliano Benjamin Netanyahu per discutere della costruzione della ferrovia Hejaz, che collegherà il porto di Haifa a Riad passando attraverso la Giordania e altri stati arabi.

Inoltre l’ostilità nei confronti dell’Iran non ha avuto come unica conseguenza l’avvicinamento ad Israele ma anche un’intensificazione dei rapporti con gli Stati Uniti, a maggior ragione dopo l’uscita di Donald Trump dall’accordo sul nucleare iraniano.

La prima tappa del viaggio internazionale effettuato dal Presidente degli Stati Uniti dopo le elezioni è stata infatti proprio Riad, i cui palazzi si sono illuminati con i colori del bandiera americana e di quella saudita.

Nonostante l’utopico progetto di modernizzazione portato avanti dall’ambizioso principe Muhammad Bin Salman e nonostante la sua innegabile determinazione nel realizzarlo, vi é ancora molta incertezza riguardo alla sua effettiva riuscita, soprattutto a causa dell’ancora forte influenza dell’estremismo religioso nel paese.

Ad ostacolare ulteriormente il piano del principe contribuiscono anche la sanguinosa guerra con lo Yemen che si protrae da ormai più di tre anni e la crisi diplomatica con il Qatar, culminata negli ultimi giorni con il lancio di un progetto da parte dell’Arabia Saudita per costruire un canale artificiale che isoli il confine con lo stato vicino.

Infine, dietro a questa nuova facciata di apertura e modernizzazione, si celano ancora episodi di violenza e intolleranza da parte del governo stesso, che proprio a maggio aveva fatto arrestare diciassette attiviste per i diritti delle donne e che recentemente ha assunto il totale controllo del sistema giudiziario, aumentando esponenzialmente il numero di condanne ed incarcerazioni a oppositori politici ed estremisti religiosi.

(Alessandra Morocutti)

Libia – La National Oil Corporation ha dichiarato il blocco dei carichi di petrolio ai terminal petroliferi di Hariga e Zuetina (situati a ovest), che controlla, lunedì dopo che l’esercito nazionale libico di Haftar ha impedito le vendite nei due porti. A questo è però collegata anche la decisione del governo orientale di impedire al NOC di esportare petrolio da altri due porti – Ras Lanuf e Es Sider – di cui ha preso il controllo.

Afghanistan – La NATO ha comunicato in una dichiarazione che un soldato statunitense è stato ucciso e altri due feriti in un “attacco interno”, cioè un attacco compiuto da forze afghane.

I membri dei servizi feriti sono in condizioni stabili ed attualmente in trattamento. Un agente di polizia locale ha dichiarato all’agenzia di stampa AFP che l’attacco è avvenuto all’aeroporto di Tarinkot, la capitale della provincia di Uruzgan, anche i talebani hanno indicato la città come luogo dell’attacco.

(Simone Acunzo)

Americas

EPA – Il 5 Luglio Scott Pruitt, numero uno della Environmental Protection Agency nominato dal Presidente Trump, ha rassegnato le sue dimissioni. Grande sostenitore del Presidente fin dalle prime fasi della campagna presidenziale e ritenuto inizialmente un politico dal futuro brillante, Pruitt è stato oggetto negli ultimi mesi di numerosissimi casi di scarsa trasparenza e, soprattutto, spese eccessive per ragioni difficilmente riconducibili alla direzione dell’ agenzia federale. Alla data delle sue dimissioni, Pruitt risultava sotto investigazione in almeno 14 diverse indagini federali, condotte da diversi organi del Congresso, del ramo esecutivo e da altre agenzie federali.

Convinto oppositore del cambiamento climatico e in passato vicinissimo all’ industria del carbone (da cui ha ricevuto ingenti contribuzioni elettorali), Pruitt è stato profeta della deregulation ed ha contribuito a cancellare o svuotare di significato numerose iniziative regolamentari dell’ Amministrazione Obama in tema di ambiente e sostenibilità.

Le sue dimissioni non destano sorpresa, vista la pletora di accuse a lui rivolta. A livello politico, la sua posizione era quindi precaria da tempo e le sue dimissioni difficilmente cambieranno qualcosa nelle politiche implementate dalla EPA: il sostituto ad interim, nell’ attesa di una probabile nuova nomina, è l’ ex vice Andrew Wheeler, dalle posizioni e background molto simile allo stesso Pruitt.  

Corte Suprema – In seguito all’ annuncio del ritiro del Giudice Anthony Kennedy (lo scorso 27 Giugno, con effetto 31 Luglio) si ripete lo scontro all’ interno del Congresso verificatosi in occasione della nomina da parte del Presidente Trump di Neil Gorsuch, nei primi mesi del 2017. In questo caso, il processo di nomina e conferma assume forse ancora maggior rilevanza del precedente nell’ ottica degli equilibri interni alla Corte: infatti, Il Giudice Kennedy è stato a lungo considerato l’ ago della bilancia, il nono e decisivo voto nelle questioni più divisive. Gli altri otto giudici, per quanto risulti inappropriato disegnare delle chiare affiliazioni ideologiche, sono infatti tendenzialmente divisi tra i più propensi ad appoggiare cause liberal (Elena Kagan, Sonia Sotomayor, Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg) o conservatrici (il Giudice Capo John G. Roberts, Clarence Thomas, Samuel Alito, Neil Gorsuch). Il 4 Giugno di quest’ anno, il Giudice Kennedy è stato autore dell’ opinione di maggioranza nel giudizio sul caso “Masterpiece Cakeshop v. Colorado Civil Rights Commission”.

Ogni nuovo Giudice, nominato dal Presidente, è sottoposto ad un voto di conferma da parte del Senato: in seguito alla modifica del regolamento – proprio in occasione dell’ ultima nomina – da parte della maggioranza Repubblicana, è sufficiente la maggioranza assoluta di 51 voti. Al momento, il GOP detiene la stretta maggioranza di 51 voti contro 49, anche se attualmente i voti disponibili devono essere considerati 50 a causa dell’ assenza per cure mediche del Senatore McCain. Il voto di conferma si rivelerà particolarmente significativo per i cosiddetti “Red State Democrats”, cioè i Senatori – in particolare quelli che affronteranno il voto per la rielezione in Novembre – Democratici eletti in uno Stato che ha votato per Trump alle ultime elezioni. Questi Senatori si troveranno infatti nella condizione di scegliere tra la fedeltà al Partito Democratico e la necessità di non offrire il fianco agli attacchi del rispettivo avversario Repubblicano nelle prossime elezioni. In occasione dell’ ultimo voto di conferma, tre Senatori che si trovano nella situazione descritta hanno alla fine scelto di supportare il Giudice nominato dal Presidente (Donnelly – Indiana, Heitkamp – North Dakota, Manchin III – West Virginia).

(Edoardo Gasparoni)

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