Agitazioni mediorientali e caos in Italia: le notizie della settimana

Nota: Causa esami questa edizione del Dispatch sarà piú breve del solito.

Era ormai da qualche giorno che sui giornali non si parlava più di Israele e della violenta marcia del ritorno palestinese, quando stamattina un carro armato israeliano ha sparato contro una postazione di Hamas a Rafah, a seguito dell’esplosione di un ordigno lungo il confine, uccidendo due palestinesi.

L’ultimo mese è stato uno dei più sanguinosi e tragici nella storia del conflitto israelo-palestinese, in quanto si è concluso con 112 morti e migliaia di feriti.

Ma qual è stato il vero motivo alla base di tale massacro? Un anniversario particolarmente controverso.

Il quattordici maggio si ricorda infatti la fondazione dello Stato di Israele e la conseguente migrazione del popolo palestinese, un’occasione tanto gioiosa quanto catastrofica, a seconda dei punti di vista.

Quest’anno in particolare ricorreva il settantesimo anniversario e se da un lato gli israeliani festeggiavano assistendo all’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme,

i palestinesi, già schierati da più di un mese lungo il confine della striscia di Gaza, si immolavano per ricordare la giornata della Nakba, ovvero catastrofe.

La marcia del ritorno era iniziata il 30 marzo, quando alcuni attivisti avevano posizionato le proprie tende lungo il confine con Israele per dare il via ad un lungo periodo di proteste pacifiche che avevano come obiettivo il ritorno del popolo palestinese in Israele. Se si può dire che la manifestazione sia stata un successo dal punto di vista numerico, con migliaia di partecipanti attivi per sei settimane, altrettanto non si può dire sul suo esito: centinaia di morti, migliaia di feriti e nessun ritorno effettivo in Israele.

Sin dal primo giorno Hamas, l’organizzazione terroristica palestinese che dal 2007 governa la striscia di Gaza, ha preso le redini della manifestazione incitando migliaia di cittadini, soprattutto ragazzini, ad abbattere la rete di confine ed infiltrarsi in Israele, seguendo delle mappe accuratamente disegnate che ritraevano le città e kibbutz più vicini.

Si trattava in poche parole di un vero e proprio invito al macello abilmente mascherato da una retorica patriottico-religiosa, molto in voga soprattutto tra i giovani palestinesi.

A peggiorare la situazione già tesa é stato l’utilizzo da parte dei manifestanti di bombe molotov, coltelli, aquiloni incendiati lanciati oltre al confine e migliaia di gomme bruciate per offuscare la vista dei soldati e facilitare i tentativi di infiltrazione in Israele.

La risposta dell’esercito é stata indubbiamente dura e sin dal primo giorno si parlava di vittime, il cui numero è aumentato esponenzialmente nelle settimane seguenti per raggiungere l’apice nel giorno della Nakba, dove morirono 52 persone in un solo giorno.

Per settimane l’opinione pubblica si è divisa in due in una vera e propria caccia al colpevole, tra chi da una parte accusava Hamas di mandare i propri cittadini a farsi massacrare e chi dall’altra attribuiva le colpe ai cecchini israeliani che a loro parere sparavano senza criterio sulla folla.

Oggi le tensioni sono purtroppo solo momentaneamente diminuite e nel frattempo Israele ha iniziato a costruire una barriera marina a nord di Gaza, che dovrebbe essere pronta per fine anno, per ostacolare le infiltrazioni di Hamas via mare

(Alessandra Morocutti)

Il vecchio continente intanto é agitato da eventi spettacolari e non. Verso sud, il caos italiano ha lasciato le cancellerie e le istituzioni europee piuttosto incerte sul da farsi: i passi falsi, come quello del commissario Oettinger, sono in agguato dietro a ogni dichiarazione, e quindi non sorprende che la maggior parte dei partner europei stia attendendo l’esito di queste travagliate consultazioni prima di esprimersi. Tuttavia sono arrivati parecchi messaggi di sostegno al presidente della repubblica Sergio Mattarella, considerato da molti commentatori esteri l’unica fonte di certezza per il nostro paese. Si sono anche fatti sentire leader come Marine LePen, che confermano la loro fiducia nella Lega e ne auspicano l’ascesa al goveno.

Il tema che domina Bruxelles sono quindi le discussioni sul nuovo budget comunitario, che prevede tagli ai progetti in Europa dell’est e un aumento di qualche punto di spesa per Spagna, Grecia e Italia. Come a voler accennare alle proposte di Macron, sono anche previsti qualche miliardo di euro per favorire riforme strutturali nei paesi desiderosi di entrare nell’Eurozona, cosí come fondi per interventi anticrisi; tuttavia questi “pochi spicci” sono ben lontani dal budget per i paesi della moneta unica proposta dall’Eliseo.

Continuano anche i conflitti con la Russia. Il tit-for-tat ha visto prima l’annullamento del visto per Abramovic da parte del Regno Unito (essendo l’oligarca di origini ebraiche ha potuto rapidamente dotarsi di passaporto israeliano). In Spagna, la polizia ha arrestato William Browder dietro mandato di cattura internazionale della Federazione Russa; l’americano é uno dei piú noti lobbyisti per il Magnitsky Act, la legge che ha spianato la strada alle sanzioni  per omicidi e atti illegali attribuiti a Mosca. In Ucraina, il giornalista anti-Putin Arkady Bobchenko é miracolosamente sopravvissuto a un tentato omicidio, al seguito del quale era presunto morto.

In Francia, Emmanuel Macron festeggia il primo anno di presidenza, tra alti e bassi, e tra tante, grandi aspettative da parte dell’Europa verso il suo più giovane ed ambizioso leader. Il Financial Times traccia uno spaccato del Presidente e di come le sue azioni stiano cambiando la scena politica francese, mentre in Germania accetta lo Charlemagne Prize – premio assegnato a una personalità che si è distinta nella difesa dell’unità europea – oscurando la stessa Cancelliera Merkel.

Si è svolto a Sofia il primo incontro negli ultimi 15 anni tra le principali personalità dell’Unione Europea e degli Stati balcanici, lasciando secondo quanto detto da EUobserver, “frustrati” diversi leader del sud-est europeo. L’Europa sembra aver compreso che l’influenza extracomunitaria – Russia, Cina, Turchia – sta diventando troppo forte in questa parte del continente, cercando quindi di tracciare nuovi punti di accordo, ma sempre mettendo in chiaro i diversi paletti che questi Stati devono attraversare.

(Michelangelo Freyrie e Marcello Gradassi)

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