Il jihadismo e le carceri: il contrasto alla radicalizzazione

Ciò che restituisce un senso di appartenenza ad un detenuto può essere la religione: bisogna impedire  che tale nuova identità non sia basata su precetti jihadisti.

Secondo la relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza il problema della radicalizzazione negli Istituti Penitenziari, così come in tutto il territorio italiano è da qualche anno allarmante e pericoloso. Il XII rapporto di Antigone, così come il rapporto del DAP confermano quest’allarmismo. I rapporti ci dicono che sono 375 i detenuti a rischio radicalizzazione, di cui 124 i “segnalati”, 76 gli “attenzionati” e 165 i “monitorati” di cui 44 i detenuti ristretti al regime AS2 per reato di terrorismo internazionale.

Secondo le stime del ministero di Giustizia, i detenuti di fede islamica sono 11.029 di cui, secondo stime labili, 6.138 sono “praticanti” tra i quali 148 imam, 81 promotori e 20 convertiti nel corso della detenzione. Di conseguenza, il numero 11.029 è il bacino a cui i reclutatori o facilitatori di Daesh o di al-Qaeda, nonché di altre organizzazione estremistiche di matrice fondamentalista, possono attingere per radicalizzare nuovi adepti verso il jihadismo e all’estremismo violento.

Come è noto da tempo, il carcere è uno dei luoghi preferenziali delle organizzazioni terroristiche per reclutare e per fare proselitismo, dopo che le moschee sempre più attenzionate e monitorate dai servizi di intelligence, sono divenute troppo pericolose per attività di questo tipo, soprattutto, per quanto riguarda l’Italia, dopo il caso della moschea di Viale Jenner a Milano, la quale è stata una moschea centrale per gli affari del terrorismo internazionale jihadista negli anni ’90 e primi anni del 2000.

Se pensiamo al caso di Anis Amri, (radicalizzatosi nel carcere di Palermo) l’attentatore che a Berlino il 19 dicembre 2016 ha provocato 12 morti e 56 feriti in un mercatino di Natale, possiamo affermare con certezza che le carceri sono un luogo estremamente pericoloso per quanto riguarda il fenomeno del jihadismo.

Chi sono esattamente gli individui a rischio radicalizzazione? Innanzitutto, non vi è un profilo tipo che attesti il rischio di radicalizzazione, ma possiamo individuare quali sono i fattori principali e quindi le cause che possono portare un individuo a radicalizzarsi, con particolare riferimento alle carceri.

Seguendo vari studi in merito al tema in questione, si può tracciare una linea demografica e una sociologica, pertanto da un lato abbiamo un’età compresa tra i 18 e i 35 anni e, dall’altro lato una seconda generazione (e terza generazione per altri paesi Europei) di musulmani i quali risultano coloro che più di tutti possono divenire i potenziali radicalizzabili, inoltre bisogna tener conto delle possibili conversioni (vedi il caso Giuliano Delnevo) e del legame che si instaura tra la criminalità che apre le porte del carcere e la radicalizzazione.

Il problema delle seconde generazioni è un punto chiave, in quanto questi individui si scontrano, da un lato con una famiglia nata e cresciuta in paesi musulmani con una forte cultura islamica e dall’altro lato con il secolarismo e il laicismo dei paesi Europei. Questa situazione reca forte ambiguità nell’individuo, il quale trova generalmente obsoleta la cultura della famiglia e allo stesso tempo viene colpito da forti problemi di marginalizzazione culturale, nonostante generalmente siano ben integrati nel tessuto sociale. Il punto nevralgico è proprio questo: da un punto di vista socio-psicologico, l’identità di questi individui di seconda generazione è estremamente labile, in continua rivalutazione e ri-costruzione, e siccome l’identità è un dato storico e non un dato a priori, essa può destrutturarsi, entrare in crisi e generare una forte vulnerabilità. Di conseguenza tale vulnerabilità è data dal contesto sociale, dalla cultura, da fattori psicologici (escludendo generalmente le patologie) e dalla mancata “appartenenza” ad un contesto sociale specifico. Se aggiungiamo ulteriormente il fattore carcere, troviamo un individuo estremamente vulnerabile all’interno di un Istituto Penitenziario, laddove dovrà affrontare, per di più, la privazione della libertà, la pericolosità del contesto, la lontananza da amici e famigliari, la mancanza di soldi, problemi esistenziali e identitari, ecc.

Risulta chiaro da quanto detto che un detenuto in questa situazione socio-psicologica estremamente vulnerabile sia proprio ciò che i reclutatori cercano. I reclutatori sanno perfettamente come agire nelle carceri, tanto che esiste persino un manuale pubblicato nel 2009 in inglese da al-Qaeda intitolato “Un corso per l’arte dell’indottrinamento”, il quale consiglia di individuare detenuti vulnerabili, familiarizzare con tali detenuti, socializzare ed infine indottrinare. Per di più il manuale consiglia di entrare in intimità con non più di due o tre individui e ciò conferma il fatto che spesso sono proprio piccoli gruppi a radicalizzarsi nelle carceri. La capacità di questi reclutatori è quella di aiutare gli individui vulnerabili attraverso protezione, aiuti economici e individuando quelle che sono le difficoltà del detenuto e di sollevarlo da una situazione complessa, difficile ed esistenziale. Una volta che la familiarizzazione è avvenuta, il reclutatore e il reclutando/i diventano spesso molto uniti e questa unione, che forma una piccola cellula, si rafforza attraverso quello che Peter Neumann chiama “frame alignment”, ossia l’indottrinamento vero e proprio e quindi il percorso che porta ad apprendere le teorie e le idee estremiste di stampo salafita jihadista, leggendo articoli, sermoni e quindi prendere confidenza e dimestichezza con le teorie politiche violente e imparando a simpatizzare anche verso tutti quegli attentati terroristici ignobili e sanguinosi. Inoltre è di fondamentale importanza familiarizzare con la “giustificazione della violenza”, la quale giustifica il jihad difensivo, in quanto il vero dovere di ogni buon musulmano è quello di agire anche a costo di morire in difesa della ‘Umma la quale risulta in costante attacco da parte dei kuffar e takfir occidentali.

Ciò che bisogna dire con fermezza è che generalmente, ma non esclusivamente, sia i reclutatori che i reclutandi non hanno una formazione teologica e religiosa corposa e ben strutturata ma bensì al contrario, non hanno grandi conoscenze teologiche, di conseguenza è molto più facile manipolare alcuni hadith, interpretarli a proprio piacimento per far sì che la giustificazione della violenza sia non solo graziata da Allah ma persino voluta. In conseguenza di ciò, la religione diviene uno strumento utilizzato e manipolato per adescare detenuti musulmani ma anche convertiti e ri-convertiti. La religione diventa così ciò che giustifica teologicamente il jihad ed il jihadismo, essa diviene ciò che giustifica la violenza ma, rimane importante capire che non è l’islam che si è radicalizzato ma è la radicalizzazione che si è islamizzata. Nonostante questa strumentalizzazione della religione da parte dei reclutatori, l’islam rimane sempre un ottimo strumento di prevenzione alla radicalizzazione, ma solo se gli Istituti Penitenziari inizino a costruire insieme al ministero dell’Interno una solida prassi con il mondo musulmano (Non basta il “Patto nazionale per un islam italiano, espressione di una comunità aperta, integrata e aderente ai valori e principi dell’ordinamento statale” istituito nel 2017 tra lo Stato e alcune associazioni islamiche), soprattutto per quando riguarda gli ingressi di imam negli istituti con il vaglio del ministero dell’Interno e solo se si inizia a formare meglio gli agenti della penitenziaria e soltanto se la politica lavori e aiuti gli istituti a trovare mediatori culturali nonché interpreti.

In poche parole e in conclusione, ciò che restituisce un’identità ed un senso di appartenenza ad un detenuto può essere la religione e ciò che bisogna fare per contrastare la radicalizzazione è quello di intercettare il momento in cui la religione restituisce una nuova identità e far sì che tale nuova identità non sia basata su precetti jihadisti. Al momento sono solo 44 gli imam autorizzati dal ministero dell’Interno ad entrare nelle carceri e ciò non basta. Fino a quando saranno degli autoproclamati imam e delle figure carismatiche a “dettare legge” nelle carceri, il problema rimarrà sempre all’ordine del giorno, nonostante i grandi sforzi attuati dalla polizia penitenziaria e dal N.I.C. al contrasto del jihadismo.

Francesco Bergoglio Errico é External Relations Officer and Analyst presso la NATO Defense College Foundation.

Francesco Bergoglio Errico

Francesco Bergoglio Errico é External Relations Officer and Analyst presso la NATO Defense College Foundation.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

*

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com