Il Kosovo oggi e il ruolo del contingente italiano

Nello scorso febbraio ricorreva il primo decennale della dichiarazione d’indipendenza del più recente stato autonomo del continente europeo: la Repubblica del Kosovo.
Il riconoscimento internazionale del paese non è stato però unanime. Senza dubbio la posizione più dura e intransigente è quella della Serbia, che ancora oggi continua a osteggiare la nazione confinante, considerandola parte integrante del suo territorio in qualità di provincia.

Inoltre, manca ancora il riconoscimento da parte di alcuni paesi membri dell’Unione Europea e della NATO, tra i quali figurano Spagna e Grecia, e anche da due membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: Russia e Cina. L’Italia, invece, si è sempre espressa a favore della causa kosovara mettendo a disposizione dell’intervento NATO lo spazio aereo italiano, le basi presenti sul proprio territorio e diversi cacciabombardieri e appoggiando la dichiarazione d’indipendenza sin dai primi giorni.

L’intensificarsi delle tensioni tra UCK (Esercito albanese di liberazione del Kosovo) e truppe serbe condusse infatti la NATO ad intervenire con l’operazione “Allied Force” nel corso del 1999, terminata con la firma dell’accordo di Kumanovo da parte dello Stato Maggiore serbo e della NATO, che portò alla fine di 78 giorni di bombardamenti e al ritiro delle forze serbe dal Kosovo.

Nello stesso giorno in cui si concludeva la campagna aerea della NATO, il 10 giugno 1999, il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adottava la risoluzione 1244, la quale dava il via all’amministrazione internazionale del Kosovo con la missione UNIMIK. La risoluzione seguiva solo di un giorno gli accordi di pace siglati a Kumanovo, nei quali la Serbia accettava, contestualmente al ritiro delle forze speciali presenti nella provincia (Kosovo), la presenza internazionale delle Nazioni Unite e della NATO.

Successivamente all’accordo, seguirono circa 9 anni di transizione terminati con le prime elezioni democratiche nel paese e la firma della dichiarazione d’indipendenza.
L’instabile convivenza tra la popolazione di etnia serba e quella di etnia albanese costrinse la NATO a costituire una forza militare denominata KFOR che, su mandato delle Nazioni Unite e con la partecipazione aggiuntiva di paesi esterni all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, opera sul territorio del paese balcanico con finalità di peace-keeping. All’interno di questo quadro che vede impiegate 28 nazioni, ricopre un ruolo fondamentale il contingente italiano, a capo interrottamente della missione dal settembre 2013.
Attualmente la presenza di KFOR è ridotta a circa 5000 uomini (nel 1999 circa 10 volte tanto) ed è sempre ben vista perché essa ha posto fine alla guerra, portando ad una stabilizzazione dell’area ed all’inizio dello sviluppo economico della stessa.

L’Italia possiede due basi autonome nel territorio, una a Pec/Peja, nella parte occidentale del paese, e una nella capitale Pristina.
Nella prima città ha sede la principale base italiana, che prende il nome di “Villaggio Italia” e ospita il Multinational Battle Group-West. Quest’ultimo, anche denominato MNBG-W, è oggi sotto il comando di un ufficiale italiano del 185° Reggimento paracadutisti ed è composto da soldati provenienti da Italia, Moldavia, Austria e Slovenia e recentemente Turchia e conduce operazioni di supporto alla pace in Kosovo, per contribuire a un ambiente sicuro e protetto e alla libertà di movimento. In particolare, garantisce e fornisce la sicurezza al Monastero di Visoky Decane come “primo soccorritore” in caso di incidenti o perturbamento dell’ordine pubblico.
A Pristina invece è presente la base del MSU (Multinational Specialized Unit), un reparto originariamente multinazionale ora composto interamente da carabinieri italiani con compiti affini a quelli del MNBG-W ma focalizzati quasi esclusivamente sulla citta di Mitrovica, divisa in due municipalità, e residuale sulla  capitale e su alcune enclave serbe.

A Mitrovica Nord vi è infatti la comunità serba con la sua amministrazione mentre a Sud vi è la comunità albanese con la sua municipalità. Le due zone sono divise dal fiume Ibar e il passaggio da una parte all’altra è possibile solo attraverso tre ponti, uno dei quali, denominato Austerliz, è presidiato 24 ore da una pattuglia di Carabinieri perché è il simbolo della divisione tra le due etnie.

Oltre alle mansioni citate, il nostro contingente svolge attività informativa in tutto il Kosovo finalizzata all’acquisizione di notizie utili alla nostra sicurezza nazionale (con l’obiettivo principale di combattere l’estremismo islamico), alla sicurezza della missione KFOR, alla conoscenza della realtà legata alla criminalità organizzata del Kosovo (sia albanese che serba).
Inoltre, compie pattugliamenti nelle municipalità di Gracanica, Gijlane, Zubin Potok (enclavi serbe), al fine di garantire un continuo flusso informativo, e nella capitale Pristina, al fine di monitorare le zone principali della città per garantire un costante ed aggiornato flusso informativo, con particolare attenzione nei confronti delle Ambasciate d’Italia e di Olanda nonché delle residenze dei rispettivi Ambasciatori e di altri obiettivi sensibili.
Un ulteriore impiego consiste nell’addestramento della polizia kosovara, con corsi tenuti da reparti specializzati dell’Arma per il servizio di ordine pubblico, per attività di Polizia Giudiziaria e di intervento sulla scena del crimine, di vigilanza per reati ambientali e addestramento alla polizia penitenziaria del Kosovo per reagire ad eventuali sommosse all’interno delle carceri.

Attualmente non è stata prefissata una data di scadenza della missione, tuttavia è molto probabile che essa si protrarrà ancora per diversi anni. Infatti il Kosovo rappresenta per gli USA, le cui truppe rappresentano la maggioranza dei membri del KFOR, il principale avamposto verso i paesi dell’Europa orientale, basta anche vedere la nuova ambasciata attualmente in costruzione, imponente e sovradimensionata per una nazione grande come l’Umbria.

Inoltre l’attuale situazione politica in Kosovo è parecchio incerta e complessa e ciò è principalmente dovuto a recenti screzi nati tra alcuni partiti e il governo. Infine è opportuno precisare che l’attuale governo è composto anche da ex membri dell’UCK, alcuni dei quali sono ancora oggi indagati per crimini di guerra.

Ad oggi le priorità del governo kosovaro sono: la liberalizzazione dei visti, la formazione di un esercito del Kosovo (progetto molto osteggiato dalla Serbia infatti ad oggi esiste la KSF – Kosovo Force –  ma con funzione quasi esclusivamente di protezione civile), l’ingresso nella Comunità europea e nell’ONU. Tuttavia, prima che tutto ciò possa accadere si dovrà procedere a una regolarizzazione dei rapporti con la Serbia e all’inizio di vero dialogo tra i due paesi. Se ciò non accadrà questa situazione di stallo e tutti i problemi che ne conseguono si protrarranno per svariati anni.

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