Iran deal e vertice di Singapore: le notizie della settimana

Asia

Indonesia, attacco terroristico a tre diverse chiese nella mattinata di domenica, nella città di Surabaya. Nell’attacco sono morte 11 persone mentre altre 40 sono rimaste ferite. Date le modalità l’attentato, multiplo, sembra essere di matrice islamista. In Indonesia il 90% della popolazione è di fede mussulmana e negli scorsi anni la tensione religiosa è aumentata, infatti in tutta la regione insulare del sud est asiatico si stanno diffondendo cellule di estremisti islamici, come nelle Filippine dove l’ISIS è apparsa qualche anno fa. L’elemento più preoccupante dell’attacco sono state le componenti del gruppo, una famiglia diventata una micro-cellula (compresi i bambini), praticamente impossibile da monitorare per le forze dell’ordine.

Prosegue la descalation in Corea. Mentre Trump ha commentato positivamente l’annuncio della chiusura del sito per test nucleari nordcoreano, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha visitato la capitale Pyongyang incontrando Kim Jong Un. L’incontro è terminato con la riconsegna di tre prigionieri americani, ritornati in Corea del Sud con lo stesso volo di Pompeo. Il prossimo capitolo della vicenda coreana si svolgerà il 12 giugno a Singapore, luogo apparentemente designato per i summit Trump-Kim.

(Lorenzo Gardini)

Europa

Mentre l’Italia è ancora bloccata nel limbo post-elezioni, Silvio Berlusconi è di nuovo candidabile, dopo che il Tribunale di Milano ha fatto decadere gli effetti della Legge Severino.

Intanto, si avvicina la data dell’incontro tra il Ministro degli Esteri britannico Boris Johnson e il presidente turco Erdogan, in un incontro che viene definito dal Financial Times  solo un altro pezzo nel lungo processo di avvicinamento tra Gran Bretagna e Turchia., cominciata all’indomani della Brexit e del colpo di Stato.

Per il 17 maggio è programmato un importante incontro a Sofia, Bulgaria, tra i principali leader europei – tra cui, oltre ai vari capi di Stato, Donald Tusk e Federica Mogherini – e dei Balcani, con l’obiettivo di “riconfermare l’impegno dell’UE” verso la situazione degli Stati balcanici, aumentando la cooperazione e lavorando insieme su problemi digitali e infrastrutturali. Grecia e Macedonia puntano a risolvere la loro diatriba sul nome della Macedonia – che prosegue dal 1992 – giusto in tempo per l’incontro.

L’UE sta anche cercando di evitare il crollo dell’accordo nucleare sull’Iran, dopo l’uscita degli Stati Uniti. Federica Mogherini ha dichiarato come il presidente Rouhani abbia intenzione di mantenere al suo posto l’accordo, mentre l’Unione spera – anzi, vuole dimostrare, come scrive POLITICO – di poter reggere il peso anche senza l’aiuto esterno degli States.

(Marcello Gradassi)

MENA & Africa

Pare ormai che la bandiera americana sia diventata la nuova protagonista indiscussa in Medioriente: se da un lato Gerusalemme si dipinge con i suoi colori in occasione dell’apertura dell’ambasciata, i parlamentari iraniani a Teheran le danno fuoco urlando “morte all’America”.

Queste due realtà estreme sono una chiara metafora del caos che nell’ultima settimana ha investito il Medioriente. Tutto è iniziato (o meglio, continuato) con l’annuncio dell’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nuclare, al seguito del quale sono stati registrati movimenti anomali da parte delle truppe iraniane in Siria. L’esercito israeliano, prevedendo un imminente attacco missilistico, ha preso una serie di misure precauzionali aprendo bunker in tutte le città a nord di Israele.

La situazione è ulteriormente degenerata durante la notte di martedì, quando dalla Siria sono partiti una ventina di missili, di cui sedici sono ricaduti in territorio siriano e i restanti quattro sono stati abbattuti dal sistema antimissile israeliano Iron Dome.   La risposta dello Stato ebraico ovviamente non si è fatta attendere e nel giro di poche ore sono state neutralizzate almeno una cinquantina di basi militari iraniane, che secondo il Ministro della difesa israeliano Avigdor Liberman rappresenterebbero la quasi totalità delle basi iraniane in Siria. Si tratta del primo confronto diretto tra le due potenze ormai già da tempo sul piede di guerra e del primo attacco dell’Iran contro Israele.

La decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo e di reimporre le sanzioni economiche americane contro Teheran si colloca all’interno di un complesso quadro che vede un Iran sempre più aggressivo a livello internazionale, con il supporto a gruppi militari sciiti come Hezbollah in Libano, gli Houti in Yemen e il PMF in Iraq, ma sempre più in crisi a livello nazionale. Infatti, proprio mentre il Ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, si accinge a volare a Mosca, a Pechino e in Europa per cercare di salvare l’accordo sul nucleare, da Teheran arriva l’annuncio che il regime iraniano ha incaricato il presidente dell’Organizzazione dell’energia atomica iraniana di “prendere tutte le misure necessarie per preparare l’Iran a perseguire l’arricchimento dell’uranio su scala industriale senza restrizioni”. In poche parole in Iran stanno sempre più prevalendo I falchi del regime, da sempre contrari all’accordo sul nucleare, mentre la cosiddetta parte “moderata”, rappresentata da Zarif e dal Presidente Rouhani, sta lentamente perdendo terreno.

In settimana gli Stati Uniti saranno oggetto di nuovi scontri, questa volta tra israeliani e palestinesi, a causa del regalo di Trump a Israele: il trasferimento ufficiale dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme previsto per lunedì, in occasione del 70esimo anniversario della liberazione della capitale israeliana.  A rovinare l’atmosfera gioiosa in Israele c’è però una triste sovrapposizione di anniversari, in quanto lo stesso giorno i palestinesi ricordano la Nakba, letteralmente “tragedia”, del popolo palestinese. Le forze israeliane sono in stato di allerta alta, mentre oggi il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, si è recato al Cairo per colloqui, secondo alcune voci perché l’Egitto starebbe tentando di mediare per calmare la situazione. Ma sono in pochi, a Gerusalemme come a Ramallah o a Gaza, a ritenere che le prossime 48 ore possano scorrere pacificamente.

(Alessandra Morocutti)

Americas

Iran Deal – Il Presidente Trump ha ufficializzato l’ uscita degli Stati Uniti dall’ Iran Deal, facendo  seguito a quanto promesso nei mesi precedenti. La decisione è stata accolta con grande sconforto dagli alleati europei, in particolare dalla cosiddetta cerchia E3 – Francia, Germania, Regno Unito – e, più in generale, da tutti i sostenitori del multilateralismo. Per contro, Israele – il cui Primo Ministro Netanyahu è da sempre uno dei più convinti oppositori dell’accordo – ed Arabia Saudita hanno festeggiato l’ evento, registrando una importante vittoria nello scenario mediorientale.

La mossa statunitense, cui farà seguito la reintroduzione di quelle sanzioni che erano state congelate con l’accordo, lascia grande incertezza sul prossimo futuro: nonostante i partner europei abbiano dichiarato di voler mantenere in piedi il patto a prescindere dall’adesione degli USA, i meccanismi legali su cui si basano le sanzioni commerciali metterebbero in grave imbarazzo le aziende europee che volessero continuare ad operare sul territorio della Repubblica Islamica, rendendo di fatto difficilmente realizzabile quanto proposto da Merkel-Macron-May.

Per quanto sia troppo presto per giudicare la decisione dell’ Amministrazione statunitense, in attesa delle inevitabili ripercussioni e delle conseguenti prossime mosse, sulla stampa internazionale in questa settimana si sono registrate numerose prese di posizione, tendenzialmente (ma non è certo una novità) contrarie al Presidente americano.

I commentatori – europei ma non solo – hanno criticato in particolare l’ unilateralità della decisione, che lascia gli alleati in una posizione assai difficile da gestire, nonché la grave incertezza generata, che pesa sul prossimo futuro e che non permette di escludere a priori il rischio di una guerra (non a caso, in molti hanno evocato gli spettri del 2003 con la guerra all’ Iraq). Per contro, ciò che viene rimproverato ai sostenitori del patto negoziato da John Kerry è la sistematica miopia nel riconoscere il completo fallimento di quello che era il più grande obiettivo non dichiarato dell’ intesa, cioè quello di favorire l’ uscita della Repubblica Islamica dall’ isolamento diplomatico, facendola entrare nel sistema di relazioni governate dal diritto internazionale. Purtroppo, ciò non sembra essere avvenuto in alcun modo, infatti dalla firma dell’ accordo lo sforzo iraniano nei conflitti in Siria e Yemen è fortemente aumentato, come anche le ingerenze in Iraq e Libano tramite le milizie sciite – in particolare Hezbollah, che gli analisti ritengono aver raggiunto la massima potenza nella sua storia.

Vertice Trump – Kim Jong-un : Ufficializzati luogo e data dell’ atteso e controverso incontro, che si terrà il prossimo 12 Giugno nella neutrale cornice della città-stato di Singapore. Nel frattempo, facendo seguito alla missione del Segretario di Stato Pompeo nello stato nordcoreano, gli Stati Uniti hanno ottenuto la liberazione di tre cittadini americani detenuti dal regime di Pyongyang.

C.I.A – Questa settimana ha visto l’intensificarsi delle polemiche sulla nomina di Gina Haspel alla direzione dell’ agenzia di intelligence, in sostituzione del neo Segretario di Stato Mike Pompeo, nomina che per diventare effettiva dovrà essere sottoposta alla conferma da parte del Congresso. Le controversie originano dal ruolo svolto dalla Haspel nei cosiddetti “enhanced interrogation programs” durante gli anni più bui della guerra al terrorismo. Al giorno d’oggi, tali tecniche di interrogatorio sono da molti ritenute di fatto equivalenti alla tortura; in ogni caso, è necessario specificare che il dibattito non verte tanto sulla legalità o meno delle azioni passate – che non è oggetto di dubbio – quanto su considerazioni politiche e, soprattutto, morali. Tra i critici più in vista della nomina si può annoverare il Senatore ed ex candidato Presidente John McCain, che fu notoriamente sottoposto a tortura durante la sua prigionia in Vietnam. L’ opposizione del Senatore dell’ Arizona è senz’altro rilevante anche a livello numerico, vista la ristretta maggioranza Repubblicana al Senato, ma al momento la conferma della nomina non sembra a rischio, visto il sostegno dichiarato da due senatori Democratici, Joe Manchin (West Virginia) e Joe Donnelly (Indiana).

(Edoardo Gasparoni)

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