Corea, Pompeo e Armenia. Le notizie della settimana

Asia e Pacifico

In settimana è avvenuto lo storico incontro fra il leader della Corea del Nord, Kim Jong Un, ed il premier della Corea del Sud Moon Jae. Durante il lungo incontro, avvenuto negli edifici militari a ridosso del confine fra Nord e Sud, i due leader hanno avuto modo di svolgere lunghe conversazioni in privato, al termine delle quali è stato annunciato, da entrambi, la firma alla “Dichiarazione di intenti di Panmunjom” nella quale si afferma la volontà dei due paesi di redigere un trattato di pace che ponga definitivamente fine alla Guerra di Corea. Il resto del mondo attende che questa dichiarazione di intenti diventi realtà, il presidente americano Donald Trump ha manifestato su Twitter cauto ottimismo mentre Australia e Canada dichiarano di voler controllare che le sanzioni imposte dall’ONU a Pyongyang siano rispettate, per fare ciò i due paesi hanno inviato ad Okinawa dei velivoli per il pattugliamento marittimo, in accordo con il governo giapponese.

Nei giorni che hanno preceduto il summit, Kim Jong Un ha annunciato la fine della ricerca nucleare nordcoreana. Durante l’incontro fra Nord e Sud, Kim ha aggiunto che entro maggio il sito dei test nucleari sarà chiuso e saranno ammessi ispettori sudcoreani e statunitensi. La notizia fa ben sperare per la futura denuclearizzazione della penisola ma non si esclude a priori che Pyongyang abbia intenzione di mantenere le testate già prodotte, inoltre si teme che il collasso, avvenuto nelle scorse settimane, della struttura sotterranea che ha ospitato i test nucleari possa aver sprigionato un preoccupante livello di radiazioni, capaci di minacciare i vicini territori cinesi e russi.

Oltre al summit delle Coree, nei giorni scorsi è avvenuto un altro importante incontro, quello fra India e Cina. Il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro indiano Narendra Modi si sono incontrati con l’intento di migliorare le relazioni fra i due giganti asiatici che da diversi anni si scontrano per il controllo di una regione di confine sulle alture himalayane.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è attivato (con un preoccupante ritardo), con la spinta di Stati Uniti e Gran Bretagna, per mandare degli inviati in Myanmar e Bangladesh con lo scopo di verificare le condizioni delle centinaia di migliaia di profughi Rohingya (minoranza mussulmana dell’ex Birmania) che da diversi mesi vengono perseguitati in Myanmar. Il governo locale, nel qual, il premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi ricopre la carica di Consigliere di Stato, respinge le accuse.

In Armenia si raffreddano gli animi dopo i violenti scontri della scorse settimana, a calmare la folla sono state le dimissioni del neoeletto primo ministro,  Serž Sargsyan, che però ricopriva la carica di presidente da 10 anni. Tuttavia le manifestazioni continuano ed i sostenitori di Nikol Pashinian, leader del partito d’opposizione, occupano le piazze a pochi giorni dal voto che deciderà il nuovo primo ministro.

(Lorenzo Gardini)

Europa

Previous protests in Erevan, Armenia, June 2015 (Hrant Khachatryan/PAN Photo via AP)

Questa settimana l’attenzione dell’Unione Europea si è spostata verso le problematiche legate alla Silk Road cinese, che continuano a crescere: come riporta Handelsblatt le preoccupazioni stanno aumentando al punto da aver costretto 27 dei 28 Paesi membri a compilare un report in cui vengono “fortemente difese” le opinioni critiche dell’Europa, provenienti principalmente dalla Germania, la quale ha subito “un’invasione” cinese nelle sue eccellenze industriali come Daimler (il cui 10% è di proprietà cinese) e Kuko (acquisita da un gruppo cinese). Le accuse principali sono di voler intaccare l’unità dell’UE, e creare maggiori tensioni per gli imprenditori del continente; in altri casi, come quello di Cipro, gli investitori cinesi si stanno semplicemente riversando in massa, con un’Europa che non riesce a contenere, a quanto pare, l’avanzata della Silk Road.

Intanto, l’Armenia ha vissuto giornate di tensione, quando l’ormai ex-primo ministro Serzh Sargsyan, in carica per un limite di legge di 10 anni, ha tentato di estendere il suo mandato ulteriormente. Come accaduto anche in Slovacchia, la decisione, condizionata da una relativa impopolarità della sua figura tra la popolazione legata ad azioni non propriamente democratiche, ha causato enormi proteste nel Paese, che hanno portato all’arresto (e al successivo rilascio) del leader dell’opposizione. Tuttavia, il tentativo di Sargsyan è fallito; il primo ministro era inoltre molto vicino  a Vladimir Putin, e nonostante ciò il governo russo ha liquidato la questione come “affari interni all’Armenia”.

Infine, il Post descrive le crescenti – mai assopite – tensioni tra Grecia e Turchia, causate in ultimo da un aereo da guerra greco, precipitato dopo aver tentato di intercettare un aereo turco entrato nello spazio aereo greco.

(Marcello Gradassi)

MENA e Africa

Palestinian protesters run from tear gas fired by Israeli troops after they burned tires during a protest at the Gaza Strip’s border with Israel on Friday. (Adel Hana / AP)

Israele è in lutto per la morte di dieci liceali travolti da un torrente in piena mentre si trovavano in gita nel deserto del Negev. L’escursione, che prevedeva una giornata di trekking nel Tzafit Canyon, faceva parte di un programma di pre addestramento militare in vista dell’arruolamento dei ragazzi nell’esercito. Ad aggravare il tragico evento è stato il fatto che i dirigenti della scuola, ora sotto arresto per omicidio colposo, fossero stati più volte avvertiti del rischio di inondazioni a causa del forte maltempo che da due giorni colpiva il paese.

Continuano come ogni venerdì da un mese a questa parte le violente proteste a Gaza, dove centinaia di palestinesi hanno attaccato la rete di confine con Israele lanciando granate, bombe molotov ed esplosivo per infiltrarsi in territorio israeliano, a pochi chilometri dal kibbutz Nahal Oz. Tra le vittime si contano centinaia di feriti e tre morti. L’aeronautica israeliana ha inoltre condotto un’operazione di bombardamento di sei basi del gruppo terroristico Hamas, tra cui un deposito di missili situato nel porto di Gaza.

(Alessandra Morocutti)

Sabato 28 aprile Mike Pompeo è atterrato a Riyadh in quello che è il suo primo viaggio oltreoceano da segretario di stato americano, il messaggio che porta a Bin Salam è semplice: è tempo di un cambio di rotta.
La Casa Bianca ha stilato le sue priorità: stabilizzare Siria ed Iraq, terminare la guerra civile in Yemen e tenere alto l’antagonismo verso l’Iran.
È fondamentale per raggiungere questi obiettivi (soprattutto l’ultimo) che la penisola araba sia unita e forte, Pompeo ha chiarito che la disputa con il Qatar deve volgere al termine, sono ormai 11 mesi che l’embargo prosciuga risorse (soprattutto economiche) sia da una parte che dall’altra, risorse che potrebbero essere utilizzate in maniera molto più produttiva secondo gli Stati Uniti.
Altro punto chiave della visita del capo del gabinetto è la guerra in Yemen, negli ultimi mesi si sono infatti intensificati i lanci missilistici degli houiti diretti verso il suolo saudita(quattro lanci il 28 stesso), ciò aumenta le difficoltà del regno nel garantire la sicurezza di chi vi abita o di chi è lì per turismo, questo è un grosso problema perché mette a rischio i progetti di diversificazione post-oil sauditi.
Non sarà affatto un incarico facile in quanto (come ben analizzato dall’ISPI in questo articolo) ci sono tutti i presupposti per un’escalation, mentre a Washington crescono i dubbi relativi alla forniture militari che Trump ha elargito e che spesso finiscono per essere complici in stragi di civili.

(Simone Acunzo)

Everyone was assuming that Middle East would settle down a bit as ISIS pretty much lost the all fronts and nearly wiped out from the map. However ongoing clashes near Deir-ez-zor shows that bloodshed may get even worse than before with the dispute between YPG-SDF forces and Government-Iranian backed forces. It is obvious Assad is not just going to give ⅓ of his land to YPG just because they took land from ISIS which is originally governments territory. In the last few weeks Assad focused on the rebels in the big cities like Hama, Homs and Damascus, now he nearly took the whole control of the rebel territories in the cities and started operations against YPG as there isn’t a significant threat anymore other than YPG.

The only major rebel power is in Idlib but government has an agreement with them so Assad will finish of what he has started in the other big cities and increase the density of its operations in the Deir-ez-zor front against YPG in the upcoming months we may even see Assad starting new fronts against YPG soon as YPG is guarding the Deir-ez-zor territory pretty good since they have been stationed there well. Coalition air forces are helping them against Pro Government forces and it balanced the powers in the area. YPG had to retreat before the air support but took most of the land back with the Coalition’s support.

I believe we will see a lot more than this soon, USA and Russia have been fighting with each other through their agents in Syria, however soon we will see a whole different face of war in this front they will have to act more for their interests. The ISIS battle has nearly ended but the war has just begun.

(Guney Kaya)

Americhe

Then-Congressman Mike Pompeo listens as Hillary Clinton testifies before the House Select Committee on Benghazi in Washington, D.C. on Oct. 22, 2015. (Saul Loeb/AFP/Getty Images)

RussiaGate – Il Comitato Permanente per l’ Intelligence della Camera dei Rappresentanti ha rilasciato il suo report relativo all’ indagine condotta sulle presunte relazioni tra la campagna di Trump e il Cremlino, ed il tentativo di quest’ultimo di influenzare le elezioni presidenziali 2016. Il Comitato ha concluso di non aver trovato prove di collusione, tuttavia non ha mancato di sottolineare la pericolosità della minaccia rappresentata dalle ingerenze russe. In aggiunta, il report, pur senza apportare prove dirimenti, ha gettato cattiva luce sull’ operato dell’ex Direttore della National Intelligence James Clapper, che potrebbe essersi reso responsabile di gravi violazioni rivelando informazioni riservate alla CNN, con cui adesso collabora frequentemente come opinionista.

Il Comitato della Camera è soltanto uno dei tre corpi, tra loro autonomi, incaricati delle indagini, insieme all’ analogo comitato del Senato e allo Special Counsel di cui è a capo l’ ex Direttore del FBI Robert Mueller. Le indagini del Comitato della Camera sono state fin dall’ inizio funestate da accuse di partigianeria e da un clima di scarsissima collaborazione, che ha avuto il suo culmine con il passo indietro del precedente chairman Repubblicano Devin Nunes l’anno scorso. Non a caso, il report appena pubblicato ha ricevuto l’approvazione dei soli membri repubblicani del Comitato. Pesantemente editato dalle agenzie di intelligence, sotto il cui esame devono passare i documenti contenenti informazioni classificate, il report ha ricevuto, come era lecito aspettarsi, un’accoglienza tendenzialmente negativa: criticato da alcuni Repubblicani per l’ elevato numero di omissis, definito un documento strettamente politico dagli ambienti Democratici e per questo privo di valenza informativa. Il Presidente Trump ha risposto con un tweet di giubilo alla pubblicazione del documento.

Incontro Trump-Merkel – Contraddistinto da ben altro clima rispetto a quello conviviale della visita di Stato del Presidente francese, il gelido incontro Trump-Merkel alla Casa Bianca ha fatto registrare ben pochi progressi. L’ agenda era corposa e delicata, dai dazi minacciati da Trump, alla spesa militare tedesca non adeguata secondo i parametri dell’Alleanza Atlantica, fino alla possibile uscita degli Stati Uniti dal JPCOA, meglio conosciuto come Iran Deal.

In particolare riguardo a questo ultimo punto, la (apparente) mancanza di progressi nelle trattative tra USA ed alleati europei desta preoccupazione e genera incertezza: infatti Trump, dopo aver inizialmente certificato, controvoglia, l’ aderenza della Repubblica Islamica al patto, ha annunciato che comunicherà la decisione definitiva sulla permanenza degli Stati Uniti nell’ accordo il 12 Maggio. Lo stesso Presidente, insieme con numerosi membri dell’ Amministrazione e politici esperti di relazioni internazionali, non ha mancato di sottolineare che, a meno di sostanziali cambiamenti, la decisione sarà inevitabilmente quella di uscire dall’ accordo. Rimane da stabilire quanto questo atteggiamento sia informato da una ben precisa strategia negoziale, che potrebbe magari culminare con una svolta inattesa come nella situazione coreana – nel caso i mancati progressi siano solo la facciata pubblica di serrate trattative lontano dai riflettori –  e quanto invece ci sia di programmatico nell’ intenzione di lasciare il controverso accordo, simbolo della Presidenza Obama. Al momento, tuttavia, dagli ambienti dei partner europei, a cui è più caro il mantenimento di un accordo, anche alle imperfette condizioni attuali, traspare un certo pessimismo riguardo al buon esito delle trattative.

(Edoardo Gasparoni)

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