Cina in Africa: stretta imperialistica o spinta verso il progresso?

Cosa si cela dietro all’espansione cinese in Africa? Un’analisi dei rapporti sino-africani, da Johannesburg al Cairo.

“Gli investimenti cinesi hanno il potenziale di affrontare il problema del gap infrastrutturale africano, ma questo approccio ha condotto ad un crescente debito e a pochi, se non alcuni, posti di lavoro in molti Paesi”. Non solo, “ciò, associato ad una pressione politica e fiscale, mette in pericolo le risorse naturali dell’Africa e la sua stabilità politica ed economica a lungo termine”. Sono queste le parole pronunciate il mese scorso dall’ormai ex Segretario di Stato americano Rex Tillerson, durante un incontro tenutosi alla Madison University, Virginia, a proposito dell’interventismo cinese nel continente nero. Molti osservatori sottolineano infatti come la recente politica estera cinese, che guarda in particolare al sud-est asiatico, ai territori del Golfo e al continente africano, sia espressione di un chiaro desiderio imperialistico, seppur diverso e forse unico nella sua specie. In quest’ottica appaiono dunque controversi i reali vantaggi che gli Stati africani possono trarre dalla partnership commerciale, e non solo, con la superpotenza asiatica.

Sin dalla creazione del FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation) avvenuta nel 2000, la Cina ha investito in maniera risoluta sul continente meno sviluppato del pianeta. Alcuni dati evidenziano la portata del progetto sino-africano: dal 2000 al 2015 il Governo di Pechino, le grandi banche e gli appaltatori cinesi hanno erogato finanziamenti per oltre 95 miliardi di dollari a imprese e Stati africani; inoltre, le imprese cinesi gestiscono circa il 12% della produzione industriale africana, per un controvalore di circa 500 miliardi di dollari; infine, gli investimenti diretti esteri della Cina nel continente, seppur già consistenti, crescono con un tasso di incremento annuale del 40% (dati di fine 2017).

Former South-African President Jacob Zuma, Chinese President Xi Jinping and former Zimbabwean President Robert Mugabe inaugurate the Johannesburg Summit of the Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) (2015)

Tali investimenti vedono le loro ragioni d’essere nel surplus prodotto dall’economia cinese sin dalla svolta “capitalista”, avvenuta alla fine del secolo scorso. Negli ultimi anni, il governo cinese ha dunque incentivato le aziende private ad incanalare le possibilità di reinvestimento e finanziamento verso l’estero, ed in particolar modo verso il continente africano. Inoltre, per alimentare la rapida crescita dell’economia domestica, importare sempre più materie prime e assicurarsi il controllo di fonti energetiche sono diventate necessità di primaria importanza. Conseguentemente, le sue operazioni economiche in Africa si rivolgono a settori strategici, come quello delle risorse naturali. Ne sono esempio le miniere di rame dello Zambia, da anni ormai enclave delle imprese cinesi, o ancora le estrazioni di petrolio in Angola. E’ interessante notare come tali attività di estrazione, trasformazione e trasporto delle materie prime africane siano realizzabili solo attraverso la costruzione, da parte delle aziende cinesi, di infrastrutture altrimenti assenti sul territorio africano. Tra gli ambiziosi progetti portati a compimento dal gigante asiatico figurano ad esempio la realizzazione dell’autostrada ugandese Entebbe-Kampala, la ferrovia kenyota ad alta velocità che collega Mombasa e Nairobi, nonché il porto di Walvis Bay in Namibia.

Più specificatamente, gli investimenti infrastrutturali rientrano nella macro-prospettiva dell’ambizioso progetto “One Belt One Road”, lanciato nel 2013 dal presidente cinese Xi Jingping con l’intento di stabilire migliori collegamenti tra Asia, Europa ed Africa. Osservato in ottica imperialistica, questo progetto funge da pietra angolare nel tentativo cinese di espansione economico-politica verso ovest. La retorica promossa ed esposta dal governo di Pechino in ambito internazionale pone grande enfasi sui comuni obiettivi di promozione dello sviluppo e rafforzamento della cooperazione cercando di salvaguardare la stabilità e la pace, alla base di una partnership reciprocamente vantaggiosa per le relazioni sino-africane. D’altra parte, essa cela però ragioni di tipo economico e geopolitico, nell’intento di espandere la propria sfera di influenza verso ovest e verso sud. In questa prospettiva si possono facilmente intendere i motivi dietro al cambiamento di destinatari degli investimenti cinesi negli ultimi anni: se in passato Pechino si era rivolta a Paesi ricchi di risorse naturali, oggi l’obiettivo si sta dirigendo verso investimenti mirati a connettere numerose regioni dell’Africa a reti marittime internazionali.

Tuttavia, questo non è certo il primo caso di partenariato sino-africano. Il colosso cinese è infatti legato alla regione africana da una solidarietà storica, sorta in concomitanza con il processo di decolonizzazione instauratosi a partire dagli anni ‘50. In tale contesto, la Cina, forte del suo status di “vittima” del potere imperialistico europeo e giapponese, offrì assistenza ideologica e materiale ai movimenti nazionali indipendentisti di Stati come la Namibia. D’altro canto, i Paesi africani non potevano che vedere nell’alternativa di sviluppo e successo cinese un’attraente soluzione alla propria necessità di progresso economico, in seguito alla liberazione dal giogo coloniale occidentale.

L’imperialismo cinese associa al controllo di settori economici strategici anche obiettivi di tipo militare

Ma di quali agevolazioni può effettivamente godere l’Africa tramite il suo sodalizio con la potenza asiatica? Definito a più riprese dalle autorità cinesi una “win-win cooperation”, esso è legato al cosiddetto “principio di non interferenza”. Il disinteresse del governo cinese riguardo la situazione socio-politica dei singoli Stati africani, purché sia mantenuta la stabilità, ed in particolare al rispetto dei diritti umani e alla trasparenza degli affari governativi, permette ad esso di adottare un pragmatismo economico che non vincola prestiti ed investimenti cinesi al rispetto di questi stessi diritti. Finanziamenti non condizionati di questo genere rendono praticabile per i Paesi africani lo sviluppo di infrastrutture essenziali, altrimenti difficilmente realizzabili. Inoltre, l’acquisizione delle risorse africane da parte della Cina è affiancata dall’esportazione di quest’ultima di prodotti a prezzi accessibili per le popolazioni africane.

Miniera di rame in Zambia.

Ciononostante, non tutto va a giovamento degli interessi africani. Al contrario, molti evidenziano come l’intervento economico cinese in realtà ostacoli la strada verso l’autosufficienza dei singoli Stati. Del resto, seppur allettanti, le infrastrutture vengono sviluppate al costo di esorbitanti debiti esteri che gravano sui bilanci dei governi africani. Per di più, i benefici di queste transazioni sembrano ricadere solo marginalmente sui locali: la delocalizzazione delle aziende cinesi nel continente nero prevede che esse stesse dirigano i progetti, assicurandosi in questo modo la maggior parte dei profitti e soprattutto impedendo un reale trasferimento delle competenze alla popolazione africana. E’ infatti oggetto di dibattito il ruolo della Cina nel favorire un concreto progresso tecnico delle imprese locali e nel ridurre il tasso di disoccupazione del continente. Inoltre, lo sviluppo socio-economico africano non sembra essere favorito dall’attitudine degli imprenditori e funzionari cinesi: se da una parte lo scarso interesse degli affari cinesi è in qualche modo giustificato dal principio di non interferenza, opposto alla visione americano-occidentale delle relazioni internazionali, dall’altra neppure le leggi locali tendono ad essere osservate. Un altro elemento da tenere in considerazione è lo scetticismo che aleggia sull’effettiva sostenibilità del modello di sviluppo imposto dalla Cina. Invero, numerosi economisti mostrano riserve riguardo all’effettiva possibilità che un percorso di crescita basato su settori legati alle materie prime, fonti energetiche e beni primari, possa rendere il continente stesso indipendente dall’andamento economico delle regioni richiedenti tali prodotti.

Tuttavia, l’imperialismo cinese associa al controllo di settori economici strategici anche obiettivi di tipo militare. La retorica utilizzata da Xi Jinping e dal suo governo riguardo alla presenza di contingenti militari sul territorio africano spinge verso la direzione del “peacekeeping”. Anche in questo caso, la politica estera della potenza orientale rievoca il tipico atteggiamento imperialistico occidentale, ed in particolare statunitense, volto a normalizzare situazioni di conflitto in aree di particolare crisi politico-istituzionale ed economica. Dietro a ciò, si può facilmente intuire che la presenza militare sia necessaria a salvaguardare gli ingenti investimenti fatti dagli imprenditori e dal governo cinese, evitando così di mettere a rischio infrastrutture ed imprese costruite sul territorio. Ne è dimostrazione la base navale cinese in Gibuti, inaugurata lo scorso anno. Essa, oltre a contrastare la pirateria, fornisce un supporto alla logistica militare cinese e funge da base di appoggio per le truppe orientali che conducono operazioni umanitarie in Africa.

Nel complesso, non sembra che le interazioni sino-africane si giochino sullo stesso piano per i Paesi coinvolti. Al contrario, la bilancia del potere sembra essere chiaramente a favore del gigante asiatico, dato il suo maggiore peso politico a livello internazionale. E’ quindi anche questo un ulteriore segno di come il governo cinese stia più o meno velatamente tentando di allungare la mano sopra una zona cruciale per i destini della corsa alla leadership globale, nella quale la Cina forse già oggi si pone al primo posto.


New Politics – China’s emergence as an imperialist power (2014)

http://newpol.org/content/china%E2%80%99s-emergence-%E2%80%A8imperialist-power

Imperial and Global Forum – China’s Neo-Imperialism in Africa: Perception or Reality? (marzo 2017)

https://imperialglobalexeter.com/2017/03/02/chinas-neo-imperialism-in-africa-perception-or-reality/

The New York Times – Is China the new world’s imperial power? (Maggio 2017)

https://www.nytimes.com/2017/05/02/magazine/is-china-the-worlds-new-colonial-power.html

Limes – Perché alla Cina interessa l’africa (2015)

http://www.limesonline.com/perche-alla-cina-interessa-lafrica-1/76224

404 – La Cina e il continente africano: quale futuro? Imperialismo e colonialismo nella storia economica dell’Africa (2016)

https://quattrocentoquattro.com/2016/05/13/traduemondi-cappelli-cina/

https://edition.cnn.com/2018/03/10/politics/china-africa-footprint-tillerson/index.html

ISPI – FOCAC 2015: un salto di qualità per le relazioni sino-africane? (2015 > ultimo forum)

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/focac-2015-un-salto-di-qualita-le-relazioni-sino-africane-14313

ISPI – L’Africa nelle nuove vie della seta cinesi (febbraio 2018)

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lafrica-nelle-nuove-vie-della-seta-cinesi-19745

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