OPCW e deescalation: Le notizie della settimana

Le notize dal mondo nella nuova verione a piú mani del Weekly Dispatch,

Asia

Tre vascelli della marina militare australiana diretti in Vietnam per una visita sono stati intercettati da diverse navi della marina cinese, l’incontro ha innescato una serie di dichiarazioni dei rispettivi governi. Canberra, infastidita dalla mossa cinese, afferma di essere nel giusto avvalendosi del diritto internazionale di navigazione e sorvolo, Beijing ha risposto dichiarando che le sue unità navali hanno agito in maniera conforme alle norme ed in totale sicurezza, di fatto sminuendo la questione. L’incontro sarebbe avvenuto nei pressi della contesa area del Mar Cinese Meridionale dove la Cina reclama diverse isole. Si tratta del primo confronto fra le marine dei due paesi, sicuramente non sarà l’ultimo.

Sembra intanto continuare la “descalation” nella penisola coreana, dopo le Olimpiadi di Pyeongchang, in cui le due Coree si sono presentante come nazione unica, si è creato un contatto fra il regime nordcoreano e la Casa Bianca. Nei giorni scorsi, a testimonianza del miglioramento nelle relazioni, l’ex capo della CIA ed ora Segretario di Stato, Mike Pompeo si è recato a Pyongyang per incontrare il governo nordcoreano. L’incontro sembra aver avuto un buon risultato ed ora sul tavolo c’è la rinuncia di Kim al nucleare, che nel frattempo ha annunciato la fine dei test nucleari e missilistici.

Infine, nel Caucaso, da diversi giorni decine di migliaia di cittadini armeni sono scesi nelle piazze per protestare contro il governo. Mentre si sono verificati scontri, centinaia di arresti e decine di feriti, un gruppo di uomini armati ha preso diversi ostaggi all’interno di una stazione di polizia. La situazione continua ad essere caotica e le violenze continuano.

(Lorenzo Gardini)

Europa

L’Europa dell’Est ribolle: al coro di critiche delle grandi potenze verso gli attacchi anti-democratici avvenuti in Ungheria e Slovacchia, si sono aggiunte quelle di numerosi protestanti che dimostrano come certi Paesi, a volte rappresentati dalla stampa come sull’orlo del baratro, in verità nascondano ancora una forte identità democratica. In Ungheria, questa domenica si è assistito al secondo round delle forti proteste contro il primo ministro Viktor Orban, con un flusso di oltre 100 000 persone attorno a Budapest; in Slovacchia, le proteste in seguito all’assassinio del giornalista Jan Kuciak hanno portato alle dimissioni prima del premier Fico, e adesso del capo della Polizia Gaspar e del ministro dell’interno Drucker. Da nominare è anche un cambiamento legislativo in Romania di portata nettamente inferiore a quello avvenuto in Polonia, ma che comunque ha creato preoccupazioni all’interno del Consiglio Europeo per la corruzione, che potrebbe riaprire il processo Dragnea, ex premier accusato di aver truccato un referendum tenuto nel 2012.

La Svezia intanto, come scrive Politico, sta attraversando un periodo di crisi, caratterizzato da una forte instabilità sociale: i tassi di criminalità non sono scesi come nel resto dell’Europa del Nord, ma anzi, sono cresciuti, spinti principalmente dai problemi generati dalle comunità di migranti, quasi un argomento tabù in Svezia, che viene minimizzato localmente – tentando di salvaguardare il famoso “modello svedese” – e amplificato dai “vicini di casa”.

Uscendo dalle questioni nazionali, l’Unione Europea ha siglato un importante accordo commerciale  con il Messico, il quale si è avvicinato come conseguenza naturale dei problemi mostrati dagli Stati Uniti attorno alle negoziazioni per il NAFTA dello scorso anno. Inoltre, a proposito della questione immigrazione, la LSE  ha pubblicato un interessante studio su come questo dibattito stia pesantemente influenzando l’Unione Europea fin dal suo cuore – l’Europarlamento – molto più rispetto a mere divisioni ideologiche.

(Marcello Gradassi)

Medio Oriente

Due settimane dopo il possibile attacco chimico, gli esperti dell’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) hanno finalmente avuto la possibilità di visitare Douma. Gli ispettori non erano riusciti a raggiungere l’area per giorni a causa di stringenti misure di sicurezza, insospettendo politici e diplomatici occidentali e facendo temere la possibile rimozione di prove e residui chimici dell’attacco. Dall’altra parte della barricata, il ministero degli esteri russo ha dichiarato sabato che forze russe e siriane avevano garantito un passaggio sicuro per il gruppo OPCW, suggerendo che qualsivoglia ritardo non é stato opera loro.

La tensione tra Israele e Iran si sta facendo sempre più alta e la minaccia di uno scontro diretto è sempre più concreta. Il costante antagonismo tra le due potenze, che fino ad oggi si era limitato a vane minacce circa la distruzione dello stato Ebraico, si è concretizzato a partire da febbraio con l’abbattimento di un drone iraniano carico di esplosivo mentre volava sul territorio israeliano.

Da quel momento in poi sono stati condotti almeno due raid aerei da parte di Israele contro basi militari iraniane in Siria, l’ultimo dei quali ha avuto come obiettivo la base aeronautica T-4 vicino a Palmira e si è concluso con sette morti, tutti appartenenti al personale militare iraniano. La risposta di Tehran è stata immediata, con il vice comandante delle Guardie Rivoluzionarie che ha fatto chiaramente intendere di avere “il dito appoggiato sul grilletto” e che “Israele sarà sotto attacco dal nord a sud e gli israeliani potranno scappare solo via mare.”

In vista di una possibile reazione militare iraniana, Israele ha deciso di non partecipare con i propri F-15 a “Red Flag”, l’esercitazione aeronautica organizzata annualmente dagli Stati Uniti in Alaska, trattenendo quindi i propri cacciabombardieri nelle basi israeliane. Sono state inoltre per la prima volta pubblicate immagini satellitari raffiguranti cinque installazioni militari iraniane in Siria.

Una svolta sarà sicuramente rappresentata dalla decisione di Donald Trump circa l’accordo sul nucleare iraniano: il 12 maggio il presidente americano deciderà se “cestinare” l’accordo come disse lo scorso gennaio, riferendosi all’urgenza di una modifica da parte dell’Europa con misure più stringenti per la Repubblica islamica, pena l’esclusione degli Stati Uniti dal patto.  L’Iran in tutta risposta ha annunciato di voler arricchire ulteriormente l’uranio qualora gli Stati Uniti annullassero l’accordo.

Israele e Iran stanno camminando sul bordo di un precipizio e qualsiasi passo falso potrebbe comportare conseguenze disastrose per entrambe i paesi e i rispettivi alleati russi e americani.

(Alessandra Morocutti e Simone Acunzo)

Americhe

Negli ultimi giorni, si sono registrati sviluppi importanti per quanto riguarda il processo di “trumpizzazione” del Partito Repubblicano (con le relative resistenze). Infatti, a seguito della rinuncia alla ricandidatura come membro del Congresso dell’ attuale Speaker della Camera Paul Ryan – non sorprendente ma neanche attesa in questi termini –  si fa più scoperto il confronto tra le varie correnti. Allo scopo di evitare un confronto interno lungo mesi – che rischierebbe di distogliere preziose energie dalla campagna elettorale per mantenere il controllo della Camera in vista elle elezioni di midterm – la leadership GOP si è subito compattata attorno all’ attuale leader della maggioranza Kevin McCarthy, ritenuto molto vicino al Presidente.

Nonostante ciò, a mantenere incerta la situazione rimane la posizione degli esponenti del movimento conservatore, raggruppati alla Camera dei Rappresentanti nel Freedom Caucus. Il fondatore, Jim Jordan, ha infatti lasciato intendere che allo stato attuale delle cose il supporto del gruppo per McCarthy è tutt’altro che garantito. Per quanto rappresentino una minoranza all’interno del Partito Repubblicano, i rappresentanti conservatori provengono da distretti considerati sicuri per il partito e godono quindi di una certa autonomia, forti anche del loro brand personale. Per questo motivo il FC ha spesso giocato il ruolo di ago della bilancia, di kingmaker nelle discussioni interne al partito, esattamente come successe nel 2015, quando Mark Meadows e Jim Jordan furono tra i principali promotori delle forzate dimissioni di John Boehner e della conseguente elezione a Speaker dello stesso Paul Ryan. Già in quella occasione, McCarthy vide cadere la sua candidatura a causa dell’ opposizione dei rappresentanti conservatori.

Paul Ryan, candidato vice presidente nel 2012, ha avuto durante la sua carica notevoli divergenze, quando non momenti di scontro aperto, con il Presidente. Il suo imminente ritiro dalla politica attiva va ad ogni evidenza considerato come una significativa vittoria di Trump e dei rappresentanti a lui più vicini all’ interno del Partito Repubblicano.

Inoltre, un altro illustre avversario interno di Trump, l’ex candidato alla Presidenza Mitt Romney, sta incontrando più difficoltà del previsto. Infatti, in una mossa vista come il tentativo di porre un argine all’influenza trumpiana a Washington, Romney ha qualche mese fa deciso di tornare alla politica attiva, offrendo la sua candidatura al Senato per lo stato dello Utah. Tuttavia, durante la convention statale tenutasi questo weekend, non è riuscito a raccogliere il 60% dei voti dei delegati, soglia richiesta per la nomina a candidato ufficiale del Partito Repubblicano. Si troverà  così costretto a competere in un run-off da tenersi il prossimo Giugno, in cui dovrà confrontarsi contro il relativamente sconosciuto rappresentate nella legislatura statale Mike Kennedy.

(Edoardo Gasparoni)

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