Il futuro dell’Arabia Saudita è in mano a Bin Salman

Chi è Mohammed Bin Salman, l’astro nascente della politica saudita?

A giugno scorso un deciso cambiamento ha scosso ai vertici l’Arabia Saudita. Il principe Mohammed bin Nayef (conosciuto anche come MbN), nipote del sovrano fondatore del Regno Abdulaziz ed erede al trono d’Arabia, è stato deposto da Re Salman.

Nonostante il governo arabo abbia voluto bollare la vicenda come un semplice cambiamento di piani per la famiglia reale, testate internazionali hanno parlato di un colpo di Stato. La decisione sembra sia stata giustificata da una dipendenza da antidepressivi del Principe, ma ciò è stato contestato da funzionari del governo arabo, come riporta Reuters. Tuttavia la velocità e l’imprevedibilità dell’evento hanno garantito la sua efficacia; in due giorni, il Re ha ricevuto il principe, gli ha comunicato la sua decisione e ha ottenuto la sua approvazione, insieme a quella del Consiglio di Fedeltà, incaricato di gestire le decisioni riguardanti la linea di successione al trono.

L’evento, fortemente spinto dal Re, ha profondamente cambiato dall’interno la famiglia reale saudita, trattandosi della prima volta in cui un monarca Saudita ha tentato direttamente un trasferimento del diritto dinastico; il Re ha riconosciuto il bisogno di un rinnovamento nella politica interna del Regno, un Paese in cui oltre il 70% delle persone sono under 30. La deposizione di MbN rappresenta l’ufficiale avvento di una nuova generazione al potere, che comprende già un trentaquattrenne ministro dell’Interno, un ventottenne ambasciatore negli Stati Uniti e diversi vice governatori nelle principali città arabe, come Medina, Riyadh, Mecca di simile età.

Dimensione e complessità sono però da contestualizzare all’unicum rappresentato dall’Arabia Saudita: un Paese obsoleto, pericolosamente vicino alla soglia che separa un Regno moderno da uno ancora fermo a un secolo fa

Infine, MbN è stato sostituito come principe ereditario da Mohammed bin Salman (conosciuto anche come MbS), trentenne figlio del Re Salman. I poteri del giovane principe si sono moltiplicati da quando il padre è asceso al trono nel 2015; prima è diventato ministro della Difesa, poi ha assunto il controllo delle aziende petrolifere del Paese e infine un ruolo centrale nella diplomazia, stabilendo dei rapporti importanti con, su tutti, Donald Trump.

Mohammed bin Salman

Tuttavia l’interesse della comunità internazionale verso MbS è stato concentrato nel ruolo da protagonista che ha ricoperto durante la stesura di un futuristico progetto di rinnovamento del Paese, Vision 2030, il quale ha ricevuto vasta approvazione per la sua natura estremamente innovativa e ambiziosa; esso rappresenta efficacemente sia la dimensione che la complessità delle idee del principe. Dimensione e complessità sono però da contestualizzare all’unicum rappresentato dall’Arabia Saudita: un Paese obsoleto, pericolosamente vicino alla soglia che separa un Regno moderno da uno ancora fermo a un secolo fa. Bin Salman ha rilasciato una intervista al network Al Arabiya subito dopo l’annuncio di Vision 2030, un confronto esclusivamente incentrato sui futuri compiti che dovrà affrontare personalmente. L’intervista è molto scorrevole e interessante, data l’importanza di tutti i punti trattati; cosa colpisce, tuttavia, è stata la mentalità che ha mostrato: estremamente moderna e aperta al cambiamento, che può risultare addirittura banale nel mondo occidentale, ma che assolutamente non è da tralasciare nel suo contesto. Il quadro di un Paese spaccato in due tra un Regno ancora fermo nel passato, e un principe a suo modo rivoluzionario, nei suoi intenti e nelle sue pianificazioni, è stucchevole.

Mohammed bin Salman ha intenzione di rilanciare l’economia tramite una serie di manovre che dovrebbero ampliare i suoi orizzonti; principalmente con una massiccia apertura verso i mercati, spingendo e pubblicizzando l’investimento privato per liberare il Paese dalla stretta del petrolio, il quale rappresenta pressochè l’unica fonte di guadagno. A questo scopo, si sta preparando Saudi Aramco – la compagnia petrolifera di proprietà della famiglia reale, che controlla la quasi totalità delle riserve arabe – a una capitalizzazione sul mercato delle azioni; Exxon Mobile, la più grande compagnia petrolifera quotata in Borsa, produce circa la metà del greggio di Aramco. L’impatto con il mercato internazionale potrebbe essere tale da rendere il fondo monetario nazionale, secondo le stesse parole di Bin Salman, il più grande al mondo.

Oltre a un guadagno monetario, il Principe auspica anche a un cambiamento burocratico dovuto all’obbligo di trasparenza a cui sarebbe costretta la compagnia, una volta entrata sul mercato; lui stesso ha precisato come Saudi Aramco, sotto la sua direzione, non venga controllata direttamente dalla famiglia ma sia governata da un consiglio d’amministrazione diversificato. La corruzione è stata una piaga che ha colpito il governo saudita sin dagli anni del defunto Re Faisal, negli anni ’70; Mohammed bin Salman sta portando avanti la sua lotta contro di essa tramite rinnovamenti all’interno del governo che porterebbero, almeno in un primo passo, a una maggiore efficienza e velocità dei processi di decision-making; è inoltre in corso una spending review, già cominciata nel 2016 alla partenza di Vision 2030, che dovrebbe portare a un contenimento dei costi governativi in un piano quinquennale.

La visione di Bin Salman nella creazione di un Islam moderno, moderato e “internazionale” va oltre un mero rinnovamento dei dogmi della tradizione.

L’ostacolo al raggiungimento di questi obiettivi è la società araba; è necessario dover plasmare nuovamente una generazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno già attraversato la strada di una riforma sociale volta a una necessaria modernizzazione del Paese; sono però sorti problemi legati all’ostilità di una popolazione ancora attaccata ad ideologie antiche troppo distanti dall’eccessiva modernità che si stava proponendo loro. Mohammed bin Salman è consapevole di che cosa richieda una trasformazione della società, simile a quella dell’UAE per la sua conservatività e diffidenza verso la le ideologie occidentali: una riforma totale della cultura araba.

President Donald Trump meets with Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud, Deputy Crown Prince of Saudi Arabia, and members of his delegation, Tuesday, March 14, 2017, in the Oval Office of the White House in Washington, D.C. (Official White House Photo by Shealah Craighead)

La profonda influenza della religione islamica sulla vita quotidiana costituisce uno dei principali problemi da affrontare. Al minuto 4:30 dell’intervista linkata sopra, possiamo notare un esempio di come MbS si batta contro la tradizione, anche nei casi che più difficilmente si potrebbero legare alla sfera religiosa; lo status di Saudi Aramco all’interno del Paese spinge l’intervistatore a chiedere se l’apertura verso i mercati esteri costituirebbe una “violazione del sacro”: il tutto posto con estrema serietà, come sottolineato dallo stesso intervistatore.

Si è parlato di riforme interne alla religione stessa, come la possibilità per le donne di guidare, o l’apertura dei cinema; riforme che sembrano più necessarie a raccogliere lo stupore dei giovani che a fornire un reale cambiamento. Di fatti, la visione di Bin Salman nella creazione di un Islam moderno, moderato e “internazionale” va oltre un mero rinnovamento dei dogmi della tradizione. Giusto qualche settimana prima della presentazione di Vision 2030, erano stati ristretti i poteri della polizia religiosa araba con nuovi codici per cui i Mutawi, ovvero i poliziotti, non potevano più arrestare o effettuare controlli sui cittadini. Inoltre, il Principe vuole trasformare la religione in una fonte di guadagno aggiuntivo, potenzialmente imponente, sfruttando il ruolo storico dell’Arabia Saudita: un Paese al centro di una cultura che abbraccia Africa e Medio Oriente. Verrà quindi spinto il turismo internazionale, attraverso una serie di cambiamenti pensati per accogliere visitatori non musulmani; è una novità per una religione così chiusa verso i propri adepti, in cui il trattamento verso le altre religioni costituisce un argomento tabù all’interno del Paese. L’apertura di un Museo Islamico alla Mecca e un’apertura globale al turismo serviranno a superare la barriera culturale e aprire anche un fronte turistico per il Regno verso l’Occidente, e i Paesi non-Islamici.

Lo scontro con la religione islamica è sempre stato un argomento difficile da toccare in Arabia Saudita. Il potente clan religioso wahhabita ha controllato l’ambito religioso per secoli, per via di un accordo siglato tra i fondatori del movimento e della dinastia saudita nel 1744.

Rompere un patto così duraturo è una scelta ardua da prendere, soprattutto considerando che la famiglia discendente dal fondatore al-Wahhab ricopre cariche di potere all’interno del Paese. Il sistema legislativo si basa su un’interpretazione del Corano data dal fondatore della stessa famiglia, che, se privata del suo potere, potrebbe quindi risultare un grosso problema a livello governativo. Inoltre, l’ideologia wahhabita prevede un totale rispetto degli insegnamenti dati del Corano e dalla Sunna sulla vita di tutti i giorni, proponendo un ritorno all’Islam dei tempi del profeta Maometto; per questo motivo il movimento è stato accusato di favorire l’intolleranza e il terrorismo. Per questo motivo, i processi di modernizzazione sociale sono avvenuti cautamente nel corso dei decenni, spinti anche da un’azione congiunta dei vari Paesi arabi che hanno deciso di aprirsi maggiormente all’Occidente. Tuttavia, essi sembrano essersi velocizzati a partire dall’inizio del regno dell’attuale Re Salman, il quale ha solo tracciato la strada per il figlio Mohammed: oltre al cinema, sono stati proposti concerti, o feste aperte ad entrambi i sessi. Come detto prima, c’è un rinnovamento dei dogmi. Tuttavia Al-Jazeera afferma, giustamente, che nonostante le politiche di Bin Salman siano rivolte verso i giovani, non sono loro a detenere il potere per cambiare lo Stato.

Il principe oltre che a grandi capacità al governo ha dimostrato anche grandi ambizioni: il rischio è che stia correndo un po’ troppo.

Caricature of Mohammad Bin Salman about Arrest of Saudi princes under the command of Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman. (tasnimnews)

Ma di questo, il Principe ne è consapevole. La famiglia reale si è scontrata per decenni sulla spartizione del potere, la cui frammentazione ha aiutato gli wahhabiti a mantenere la loro posizione ai piani alti della politica; questo è esattamente ciò che si sta cercando di evitare. Gli eventi che hanno permesso a MbS di ottenere enorme autorità all’interno del governo – diventerebbe il sovrano d’Arabia più potente dai tempi dello stesso fondatore, e sarebbe potenzialmente capace di guidare il Paese per decenni – non sono stati effettuati per fame di potere, ma perché la rivoluzione del principe ha bisogno di una forte guida a capo del progetto. Rinnovare un Paese dal suo cuore, dai suoi pilastri, richiede un grande controllo a livello istituzionale per evitare di incappare nelle tipiche “problematiche del riformista”; azioni come l’arresto congiunto di diversi membri della famiglia reale – tra cui persone di grande rilevanza come il miliardario Alwaad bin Telal – o la rottura di tabù come quello dell’apertura verso altre religioni come scritto sopra sono state possibili solo grazie alla sua imponente posizione. Il ruolo che ricopre Mohammed bin Salman, visionario erede al trono in un Paese con grandi potenzialità, in cui regna una monarchia semi-assoluta, lo rende l’uomo al posto giusto.

Sul fatto che sia l’uomo giusto per trasformare l’Arabia Saudita ci sono ancora dubbi. Il principe oltre che a grandi capacità al governo ha dimostrato anche grandi ambizioni: il rischio è che stia correndo un po’ troppo. Politico scrive a questo proposito che: “Bin Salman sta tentando di salvare il Paese prima che collassi. In pratica, ciò significa che MbS sembri tentare di affrontare i problemi che si ripetono continuamente tutti insieme, in un turbinio di attività che stordisce una società abituata a piccoli cambiamenti, un passo per volta”. Il principe ha un’energia dirompente nel voler cambiare il Paese, ma sembra più volere adattare esso alle sue idee, che raggiungere un compromesso che faccia convivere la cultura tradizionale araba, ancora radicata nella popolazione, e il moderno pensiero occidentale.

Bin Salman ha lasciato parecchi indizi sul significato della sua visione. In particolare, ha criticato fortemente l’ondata di isolamento culturale iniziata con la Rivoluzione Islamica nel 1979, indiziandola come colpevole dell’arretratezza del Medio Oriente. “In passato non sapevamo come liberarci di questo problema. Ora, è tempo di farlo.”

La sua visione, tuttavia, si avvicina più alla creazione di un quarto Stato arabo rispetto che a un rinnovamento del presente; vuole raggiungere velocemente gli standard uno Stato moderno, competitivo a livello internazionale e libero dalle restrizioni dovute alla religione e alla cultura araba. Questo non è semplicemente possibile, proprio perché sebbene possa controllare il governo, non può controllare l’evoluzione della società stessa. Il Washington Post traccia un paragone  con il fondatore della Turchia Ataturk, il quale, tuttavia, fu costretto a immensi sacrifici per modernizzare l’ex-Impero Ottomano.

La posizione di MbS di conseguenza rischia di poter minare la minima traccia di democrazia presente all’interno del Paese, per fare fronte a uno Stato “localmente stabile, economicamente diversificato… E governato da lui”.  È questo forse il più grande difetto del principe: peccare di egocentrismo, e pensare che la sua visione rappresenti il punto di svolta per il Paese, incapace senza la sua guida di fornire la corretta interpretazione del suo piano. Nell’era delle rivoluzioni arabe, la minaccia di una monarchia assolutistica è reale, e lentamente il fragile equilibrio che aveva caratterizzato i governi dei precedenti Re, i quali avevano, cautamente, lasciato libertà di azione al governo, si sta spezzando. Nello stesso articolo, il Washington Post osserva il paradosso nel tentativo di popolarizzare tra i giovani le ideologie del liberalismo sociale, in uno Stato che si sta allontanando da quella stessa concezione; riporta inoltre le parole di Maha Yahya, direttore del Carnegie Middle East Center a Beirut: “Abbiamo bisogno di politici con i nervi saldi, capaci di controllare le tensioni e non di infiammarle. Sotto Re Salman l’Arabia Saudita ha avuto maggiore aggressività in politica estera, e adesso la situazione potrebbe anche peggiorare.” E di fatti, le decisioni prese da Bin Salman hanno incontrato critiche internazionali, partendo dall’appoggio verso l’isolamento del Qatar a seguito delle accuse di finanziamento verso gruppi terroristici, passando per la disastrosa guerra in Yemen fino alla gestione della crisi libanese nello scorso Novembre; il principe si è imbarcato in una sfida personale contro il mondo arabo, aprendosi a una guerra fredda per il controllo del Medio Oriente contro un avversario ben più navigato, l’Iran, riportando sconfitte sul fronte siriano, oltre che a provocare scintille tramite le quali si è solo spaventato da sè.

Nonostante gli scenari di guerra siano abbastanza impronosticabili il messaggio che deve essere recepito dal principe è che è impossibile contare solo su se stessi per governare un Paese, ma soprattutto per riformarlo; probabilmente, la sfida futura di Mohammed bin Salman sarà quella di riuscire a investire umanamente nell’Arabia Saudita e di comprendere che è necessario avere fiducia nei confronti delle persone che condividono le posizioni governative. Il principe dovrà essere in grado di coniugare le richieste interne della società araba con le sue personali idee di rinnovamento, tali da permettere il prosperamento pacifico della sua tanto agognata moderna Arabia.

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