Accordi Italia-Iran, “shitholes”, la crisi dell’SPD: le notizie della settimana

Nuovi accordi tra Italia e Iran. L’Italia sembra avere firmato nuovi accordi di finanziamento con il governo iraniano. Il Master Credit Agreement (o Accordo Quadro) è stato siglato tra Invitalia Global Investment, istituzione finanziaria italiana, e le banche iraniane Bank of Industry and Mine e Bank of Middle East, per un valore di 5 miliardi di euro: i firmatari sono stati rispettivamente il Ministro dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan e quello iraniano Mohammad Khazaee.
Come si legge sul sito ufficiale di Invitalia, l’accordo è servito a consolidare la partnership economica e finanziaria tra i due Paesi, fissando le condizioni generali per dei futuri contratti di finanziamento nei settori energetico, infrastrutturale, metallurgico e petrolchimico; Repubblica aggiunge che l’accordo è stato siglato per permettere all’Italia di entrare in un mercato con grandi potenzialità di sviluppo, e che ha un forte bisogno di assistenza dopo gli anni di isolamento internazionale.

La crisi interna dell’SPD. Le elezioni in Germania hanno mostrato una crescente difficoltà nella formazione del nuovo governo, e la Cancelliera Merkel ha dovuto negoziare per formare una grande coalizione tra la sua Unione Cristiano-Democratica (CDU) e il Partito Socialdemocratico (SPD), i due più grandi partiti del Paese.
Mentre le negoziazioni procedono, i dubbi rimangono all’interno dell’SPD, i cui membri non vedono di buon occhio l’accordo. Il partito segue una lunga tradizione di rappresentanza dell’opposizione, e il Ministro degli Esteri Sigmar Gabriel ha affermato come una possibile coalizione potrebbe suonare come un “tradimento” agli occhi di parte dei membri, in particolare del gruppo giovanile del partito (Juso), il quale ha già messo in chiaro la sua totale contrarietà. Tuttavia, Gabriel ha aggiunto che un isolamento del partito potrebbe rimanere incompreso da parte degli elettori, nonostante l’accordo costituirebbe una seria minaccia per la solidità interna del partito; il futuro del governo passa quindi per le mani dell’opposizione, che si ritrova di fronte a un possibile, importante cambiamento. Maggiori approfondimenti su Deutsche Welle.

Le dichiarazioni di Trump. L’ormai celebre “shitholes” riferito a piccole nazioni da cui, secondo il presidente Trump, stanno confluendo le maggiori quantita di migranti negli USA ha ricevuto grandi critiche dalla comunita internazionale.
La dichiarazione fa parte di un discorso pronunciato a un incontro con il Partito Democratico, durante le negoziazioni verso un nuovo accordo sull’immigrazione che sembra allontanarsi. Trump avrebbe insistito su come il governo dovrebbe concentrarsi sull’immigrazione proveniente da Paesi abbienti e maggiormente civilizzati come la Norvegia, rispetto a piccoli Stati quali El Salvador, Haiti, o i Paesi africani, causando da parte di tutti gli Stati in questione forti condanne, denunciando l’attacco come razzista, e creando tensioni diplomatiche che hanno costretto le varie ambasciate americane a correre ai ripari, distaccandosi dalle affermazioni del presidente.

Il nuovo corso dell’Etiopia. L’Etiopia vive da qualche anno un periodo di crisi sociale ed economica. La grande repressione politica attuata dal partito al governo da 27 anni, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), ha causato l’arresto e la detenzione di migliaia di politici dell’opposizione per i quali, secondo le recenti affermazioni del Primo Ministro etiope Hailemariam Desalegn, potrebbe esserci una possibilità di ritornare in libertà.
Sebbene le affermazioni non possano sembrare sufficientemente energiche, costituiscono comunque un momento fondamentale per il Paese, che per la prima volta in decenni si è quindi deciso ad affrontare le riforme politiche che invece ha posticipato per anni. La popolazione etiope infatti è da anni in rivolta contro la classe al potere, estremamente potente e “intoccabile”, che ha causato una recessione economica, portando ad alti tassi di disoccupazione giovanile e a un alto debito pubblico; le crescenti difficoltà potrebbero portare un vento di cambiamento nella situazione politica del Paese. Ne parla Foreign Policy.

La Corea del Nord ha davvero passato il limite? Un recente articolo pubblicato su Foreign Policy da Edward Luttwak, famoso giornalista senior, ha incontrato critiche dovute sia al suo articolo – “It’s time to bomb North Korea”, il cui titolo è già abbastanza esplicativo da se – sia per la sua provenienza; il reporter aveva già effettuato diverse analisi e predizioni incorrette in passato. L’impatto dell’articolo ha spinto Foreign Policy stessa a pubblicarne la controparte, “It’s not time to bomb North Korea”.
Luttwak difende la sua affermazione richiamandosi al confronto tra i pro e i contro di un nuovo conflitto; afferma, infatti, che le principali motivazioni della parte “diplomatica” – ovvero lo schieramento della Cina nel conflitto, e le capacità balistiche acquisite dalla Corea del Nord negli ultimi anni – sono rispettivamente datate e sopravvalutate dalla comunità internazionale, mentre l’aviazione americana impiegherebbe molto meno del tempo previsto per eliminare la minaccia nucleare del Nord, senza particolari sforzi militari.
Dall’altra parte, Ruben Gallego e Ted Lieu, due membri della Camera dei Rappresentanti americana, negano le affermazioni di Luttwak, affermando come l’unica possibilità per distruggere gli armamenti nordcoreani sarebbe uno scontro per terra, che potrebbe portare alla morte di oltre 300 000 persone (stimati); la città di Seoul non sarebbe in grado di reggere contro l’attacco delle vicinissime bombe che partirebbero dalla Corea del Nord, e la stampa americana dovrebbe difendere e supportare l’attività di sanzionamento del regime, che lo sta lentamente indebolendo.

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