L’avvento di Trump, la crisi nordcoreana, l’indipendenza catalana: le notizie dell’anno

Il 2017 è stato un anno dominato da cambiamenti politici. Le vicende avvenute in Catalogna (BBC), insieme alla salita al governo di Donald Trump negli USA, hanno riportato alla ribalta un sentimento populista, mentre quelle in Zimbabwe, Venezuela e Corea del Nord hanno mostrato quanto siano attuali le questioni legate a forme di governo ritenute generalmente antiquate.

L’indipendenza della Catalogna. Il 27 ottobre scorso il Parlamento catalano ha proclamato l’indipendenza della Catalogna, in seguito ai risultati del referendum, dichiarato illegale dal governo spagnolo, svolto il primo ottobre. Il referendum venne annunciato dal presidente del Parlamento catalano Carles Puigdemont a giugno; tuttavia, il Tribunale costituzionale lo dichiarò illegale già a inizio settembre. Questo provvedimento non fermò il Parlamento, che il 1° ottobre svolse regolarmente le votazioni; il periodo fu caratterizzato da violenti scontri tra i manifestanti del movimento indipendentista e le forze di polizia, le quali sequestrarono urne e materiale di propaganda, col fine di impedire il corretto svolgimento del referendum. Tuttavia, esso si è concluso con la vittoria degli indipendentisti; il 27 ottobre il Parlamento catalano, spaccato in due per colpa dell’assenza di 52 membri dell’opposizione, dichiarò l’indipendenza della regione dalla Spagna. In seguito a questo evento, il governo spagnolo non perse tempo nell’applicare l’articolo 155 della Costituzione, annullando gli esiti del referendum e destituendo il governo catalano, sciogliendo il Parlamento fino a nuove elezioni; inoltre, venne firmato un mandato d’arresto spagnolo (per sedizione e ribellione), e successivamente europeo, dopo che 4 ex-ministri catalani, compreso il presidente Puidgemont, erano fuggiti in Belgio; mandato successivamente ritirato.

La vera Primavera Araba?. Le sorti dell’Arabia Saudita sono cambiate a giugno scorso, quando Mohammed bin Nayef ha deposto in favore del suo giovane cugino Mohammed bin Salman (conosciuto in patria come MbS), già ministro della Difesa, per il titolo di erede al trono. Le motivazioni legate a questa scelta sono tutt’ora non chiare; l’incertezza è dovuta alla discrepanza tra la versione ufficiale del governo arabo (per cui il principe ereditario ha semplicemente deposto), e quella non ufficiale, che tratta degli avvenimenti che hanno portato a questa decisione, tra cui una grande pressione nei confronti di Nayef, il quale avrebbe anche ricevuto minacce da parte di alcuni esponenti della famiglia reale. L’evento, circoscritto alla sfera politica araba, non ha suscitato grandi reazioni internazionali; tuttavia, ha posto de facto MbS alla guida del governo saudita. Ciò è stato dimostrato dalla violenta ondata di arresti avvenuta a Novembre, che ha visto la cattura e la detenzione di oltre 11 principi in seguito a un’inchiesta sulla corruzione. Lo scopo di Salman è stato probabilmente quello di stabilizzare maggiormente il proprio controllo sul governo arabo, e per concludere il “gioco del trono” che coinvolgeva altri importanti membri della famiglia reale, tra cui il miliardario Alweed bin Telal. In ambito internazionale, il nuovo principe ereditario è stato coinvolto nello scandalo delle dimissioni dell’ex premier libanese Saad Hariri, avvenute durante una sua visita di Stato in Arabia Saudita, e legate a un presunto tentativo di indebolire indebolire il potere in Libano di Hezbollah, partito filo-iraniano al governo e sostenitore di diversi gruppi ribelli yemeniti ostili all’Arabia Saudita. Inoltre ha mostrato un deciso cambiamento nell’ideologia araba, minimizzando la contestazione riguardo al riconoscimento di Gerusalemme quale capitale d’Israele, proponendo nuove soluzioni diplomatiche sia al Paese, che agli Stati Uniti.

Gerusalemme capitale. Il 6 dicembre, Donald Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme quale capitale di Israele. Nonostante la scelta del governo americano sia stata fatta in concordanza con quanto annunciato durante la campagna elettorale del 2016, ha comunque suscitato pesanti critiche da parte della comunità mondiale, provocando nuovi scontri nelle zone contese dai due Paesi. L’Unione Europea ha dichiarato che la scelta di Trump è una minaccia per la pace nel Medio Oriente, mentre le Nazioni Unite si sono mosse velocemente per metterla simbolicamente ai voti, condannando pesantemente l’evento, come si può leggere attraverso il risultato della votazione, in cui solo 7 Paesi (principalmente piccoli Stati come Togo, Honduras, Palau) oltre a Stati Uniti e Israele hanno appoggiato la scelta americana. I principali problemi riguardano ora l’evoluzione dello scenario locale, e si discute di quanto il riconoscimento possa aver rallentato il processo di pace, e se abbia cancellato definitivamente la possibilità della creazione di due Stati separati. Il governo americano difende la sua posizione dichiarando che l’annuncio sia “un tardivo passo in avanti nel processo di pace tra Isreaele e Palestina”, mentre Trump dichiara come la soluzione fosse stata ricercata per soddisfare le richieste di entrambi i Paesi. Intanto, più silenziosamente, il presidente ha firmato un documento che ritarda lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme per almeno 6 mesi.

I risultati della votazione sullo status di Gerusalemme all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 21 dicembre 2017. Fonte: philstar.com

La riconquista di Raqqa. Il 17 ottobre scorso le Forze Democratiche Siriane (SDF), una coalizione di forze arabe e curde appoggiata dagli Stati Uniti, hanno annunciato di aver riconquistato la città di Raqqa, un tempo proclamata capitale dello Stato Islamico dai combattenti dell’ISIS. L’evento ha assunto prevalentemente un significato simbolico, in quanto le forze jihadiste controllano ancora parte del territorio iracheno e siriano, e la guerra non sembra essere ancora stata vinta definitivamente; tuttavia la città costituiva un importante centro di controllo, in cui si svolgeva il reclutamento dei foreign fighters e si pianificavano gli attacchi sia in Medio Oriente che in Europa. La riconquista può rappresentare il segno più evidente della crisi dello Stato Islamico, il quale sta perdendo sempre più territori, portando Donald Trump a dire che “la fine del califfato è vicina”. L’ISIS aveva già perso tre mesi prima Mosul, considerata la sua “capitale amministrativa”, e l’Iraq del nord; l’ultima regione rimasta sotto il controllo del califfato è la provincia di Anbar, un governatorato che costituisce circa un terzo del territorio iracheno. Il futuro di questi territori dilaniati dalla guerra è ancora pieno di incertezze, come fa notare il Post e non si può escludere la possibilità di nuovi conflitti.

La crisi nordcoreana. Il 2017 è stato segnato dalla guerra mediatica che ha coinvolto Corea del Nord e Stati Uniti. La Corea del Nord rappresenta una delle ultime dittature totalitarie presenti sul pianeta: la sua realtà è ormai lontana e obsoleta da quella del globo, raffigurando un sistema politico antico che ha guadagnato, proprio per questa sua unicità, sempre più attenzione dai media. Ad aumentare l’interesse verso il Paese sono state le ambizioni del suo leader Kim Jong-Un, il quale ha sviluppato armi di distruzione di massa tali da rendere la Corea una minaccia a livello intercontinentale. In particolare la Corea del Nord ha lanciato diversi missili balistici, che hanno mostrato le potenzialità della tecnologia di cui dispone: il test di giugno ha dimostrato che l’arsenale ha la capacità di poter raggiungere il territorio statunitense. Questo ha causato di fatto un’evoluzione del rapporto tra i due Paesi, già poco idilliaco, aprendo a scenari di conflitto futuri che per ora rimangono circoscritti alla “guerra retorica” che sta avvenendo tra i due rispettivi capi di Stato Kim Jong-Un e Donald Trump. In particolare le continue minacce dirette e indirette lanciate dai due Paesi si sono tradotte in esercitazioni congiunte tra i rivali della Corea del Sud e gli USA e con l’imposizione di nuove restrizioni da parte degli Stati Uniti verso la Corea del Nord.
I lanci hanno coinvolto anche il Giappone, che si è sentito minacciato dal test di agosto, in quanto il missile ha sorvolato l’intera area del Paese, causando forti reazioni all’interno dell’opinione pubblica giapponese; l’evento ha spinto il Paese verso un cambiamento costituzionale che sta avvenendo in concomitanza con una trasformazione politica, e che porterebbe, per la prima volta dal 1945, a un riarmo. La comunità internazionale ha inoltre fortemente criticato l’ultimo test nucleare della Corea del Nord, spostando l’attenzione riguardo alle operazioni svolte nel Paese dagli USA direttamente alle Nazioni Unite; la condanna è arrivata anche dalla Cina, storica alleata del regime. Le Nazioni Unite hanno imposto inoltre nuove, pesanti sanzioni, che principalmente taglieranno le importazioni di petrolio e materiali industriali.

Il colpo di Stato in Zimbabwe. La CNN lo ha definito: “Il colpo di Stato più strano del mondo”. Il 14 novembre scorso, l’esercito dello Zimbabwe ha preso il controllo delle zone chiave della capitale Harare, chiudendo il Parlamento e gli uffici governativi; controllando anche la televisione di Stato, un maggiore dell’esercito ha rilasciato un messaggio, in cui si dichiarava che le misure dall’esercito erano state adottate per proteggere il presidente e leader assoluto del Paese Robert Mugabe da eventuali “attacchi criminali”, ma che tutto sarebbe tornato alla normalità in pochi giorni. Di fatto, Mugabe si è dimesso dal suo ruolo una settimana dopo, decretando la fine del regime ultratrentennale, a favore del nuovo presidente ad interim Emmerson Mnangagwa, ex vice del dittatore.
Mnangagwa godeva di grande rispetto all’interno dell’esercito ed era comandante dei servizi segreti del Paese, prima di essere cacciato da Mugabe per favorire sua moglie Grace, la quale non era popolare in Zimbabwe; fuggito in Sud Africa in seguito al licenziamento, è tornato in seguito alla deposizione del dittatore.
Cosa ha reso così strano questo colpo di Stato è stata l’assoluta “cura” con cui Mugabe è stato rimosso dalla sua posizione; a differenza di una presa violenta, l’esercito ha deciso di non oltraggiare la memoria di una figura estremamente celebrata in Africa, evitando scontri o reazioni violente da parte dei cittadini (nonostante di fatto il colpo di Stato sia stato accolto positivamente). Restano i dubbi su Mnangagwa, il quale non rappresenta una figura politica nuova per il Paese, e, nonostante abbia confermato nuove elezioni per il 2018, ha già provveduto a rimuovere l’opposizione dal Parlamento.

Emmerson Mnangagwa e l’ex presidente Robert Mugabe. Fonte: The Zimbabwe Mail

I cyberattacchi. Nel 2017 abbiamo assistito a diversi grandi cyberattacchi ai computer e server di tutto il mondo. Principalmente, è stato l’anno del ransomware, un tipo di virus che cripta dei files presenti all’interno di un computer, e che richiede un pagamento per poterli rendere nuovamente disponibili. A maggio il ransomware WannaCry si è diffuso sui server di 99 Paesi diversi tramite email, causando circa 45 000 attacchi (secondo le stime di Kaspersky Lab) che hanno bloccato anche grandi compagnie come Telefonica, un’azienda di telecomunicazioni spagnola; l’attacco è stato rivendicato da un gruppo di hackers conosciuti come “Shadow Brothers”. A giugno si è diffuso un altro ransomware, Petya/NotPetya, il quale ha attaccato computer sia negli USA che in Europa, ma principalmente ha causato problemi in Ucraina, dove ha bloccato l’aeroporto e la metropolitana di Kiev; contemporaneamente, ha colpito i server di grandi aziende multinazionali come Rosneft, o WPP. Ma forse l’attacco più importante del 2017 è stato quello che ha coinvolto i server dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA); la NSA ha dichiarato di aver perso materiale privato nel 2015, quando un dipendente in possesso di files top secret ha subito un attacco al suo computer di casa. La provenienza degli hackers, russa, ha buttato nuova benzina sul fuoco sul cosiddetto Russiagate; in particolare, il Wall Street Journal ha accusato apertamente la grande multinazionale russa della cybersicurezza Kaspersky Lab di aver avuto un ruolo fondamentale all’interno del processo di trafugazione dei files; la compagnia ha smentito categoricamente.

La crisi in Venezuela. Il 2017 è stato un anno pesante per il Venezuela, la cui crisi, economica e politica, ha avuto solo cambiamenti in negativo.
Politicamente, il presidente Maduro è riuscito a prendere controllo del potere legislativo, destituendo di fatto dal suo ruolo il Congresso, passato sotto il controllo dell’opposizione lo scorso anno, a favore della Corte Suprema interamente formata da suoi sostenitori. Questa scelta ha portato a grosse proteste nel Paese e soprattutto nella capitale Caracas, i cui scontri hanno causato oltre un centinaio di morti; ciò non ha fermato il presidente, che ha indotto un referendum a maggio per decidere sull’elezione di una nuova Assemblea Costituente, la quale avrà il compito di riscrivere una nuova costituzione che sostituirà quella in vigore. Le proteste e i boicottaggi dell’opposizione hanno portato alla formazione di un Assemblea interamente composta da simpatizzanti di Maduro. Questo atto è stato fortemente criticato in particolare dagli Stati Uniti, tale che l’ambasciatrice per le Nazioni Unite Nikki Haley lo ha definito “un altro passo verso la dittatura”; l’Assemblea ha 23 mesi di tempo per redigere la nuova Costituzione. Economicamente, al Jazeera delinea i principali problemi che hanno spinto il Venezuela verso il baratro della bancarotta, tra i quali una forte inflazione, scarsità di cibo, difficoltà nel gestire il sistema sanitario.

Le crescenti tensioni tra Arabia Saudita e Iran. L’ostilità tra Iran e Arabia Saudita è cresciuta negli ultimi mesi dell’anno, a partire dalla rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusato di supportare gli estremisti e di avere contatti con l’Iran. Tuttavia, l’evento scatenante maggiore polemica sono state le dimissioni apparentemente forzate, e in seguito ritirate, del primo ministro libanese Saad Hariri, avvenute durante un viaggio in Arabia; bizzarro è stato il susseguirsi di eventi che lo hanno portato a restare 12 giorni nel Paese, che è stato definito dal presidente libanese come “un atto di aggressione verso il Libano”. La scomparsa sembra sia stata legata a un presunto tentativo di indebolire il potere in Libano di Hezbollah, partito filo-iraniano al governo e sostenitore di diversi gruppi ribelli yemeniti ostili all’Arabia Saudita; tra essi, il gruppo Houthi che ha lanciato un missile contro l’aeroporto di Riyad, intercettato dalla difesa aerea araba. Altre motivazioni, come scrive PRI, possono essere viste nella sconfitta di un nemico comune (l’ISIS) che ha chiuso i due Paesi verso un conflitto più diretto, e nel continuo conflitto religioso che caratterizza il loro rapporto. Di fatto, sembra che l’Iran abbia un vantaggio rispetto all’Arabia Saudita nella leadership del Medio Oriente, legato a una posizione consolidata nei governi dei Paesi strategicamente più importanti (come la Siria e l’Iraq). Ci sono opinioni contrastanti riguardo al futuro di questo conflitto: PRI scrive che ci sono poche probabilità di vedere un confronto militare tra Iran e Arabia, mentre l’ISPI è di opinione differente.

Mohammed bin Salman alla Casa Bianca, accolto dal presidente Trump. Fonte: Al Arabiya

Le presidenziali francesi. Il 7 maggio scorso, Emmanuel Macron è diventato il più giovane presidente della storia della Repubblica francese. Il crollo alle urne del precedente governo socialista e del Partito Repubblicano ha permesso a partiti quali “Fronte Nationale”, storico rappresentante dell’estrema destra, di ottenere il miglior risultato della sua storia, ottenendo, tra primo e secondo turno delle presidenziali, circa 10 milioni di voti. Ciò non è bastato per impedire la vittoria del neonato movimento “En Marche!”, capeggiato da Emmanuel Macron, ex ministro dell’economia per il precedente governo Valls, il quale ha vinto il secondo turno delle presidenziali con il 66% dei voti. Come scrivono BBC e POLITICO, Macron rappresenta la vittoria della Francia europeista, ma ha avuto un pizzico di fortuna (la principale figura dei Repubblicani, Francois Fillon, è stato coinvolto in uno scandalo giusto prima delle elezioni) e ha ottenuto ulteriori voti per il suo ruolo di “bloccante” dell’estrema destra.
Il Financial Times parla di un presidente che ha conquistato il consenso popolare tramite la sua figura di europeista, eliminando le incertezze legate all’UE che si sarebbero formate nel caso di una vittoria di Marine Le Pen, e di difensore dei cambiamenti climatici. Express delinea i principali punti del suo piano elettorale, tra cui l’aumento del budget della Difesa e dei maggiori investimenti in ambito pubblico.

Le presidenziali americane. È difficile riassumere i cambiamenti sociali, economici e politici portati dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.
Se può risultare superfluo studiare ancora una volta le motivazioni che hanno portato Trump a governare il Paese, maggiore interesse può riguardare come Trump ha effettivamente cambiato la politica americana durante il suo primo anno di presidenza. The Donald ha dovuto prorogare molte delle promesse più complesse da realizzare che ha trattato durante la campagna elettorale; il Guardian raccoglie le sconfitte della Casa Bianca, tra cui il Muslim Ban e la riforma sanitaria a sostituzione dell’Obamacare. Dall’altra parte, Trump sembra avere ancora degli assi nella manica, sia a livello puramente politico sia riguardo ad ambiti “ad alta tensione”, come quello dell’energia, nonostante le critiche legate al trattamento delle energie rinnovabili.
Le principali critiche che gli sono state rivolte sono legate all’uscita dal Trattato di Parigi, alla gestione dei rapporti con la Corea del Nord – in particolare alla sua guerra retorica (di cui si è parlato in un paragrafo precedente di questo articolo) – e alla scelta di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele (di cui si è parlato in un paragrafo precedente di questo articolo). Trump sta toccando i livelli più bassi per consenso nella storia per i Presidenti americani; a dicembre 2017, i risultati del sondaggio mensile di Public Policy Polling mostrano come, per la prima volta da febbraio, i cittadini americani tendano a supportare un processo di impeachment verso Trump, nonostante l’ultimo tentativo condotto in Congresso sia fallito.
Inoltre è protagonista nello scandalo del Russiagate, un dossier nel quale si parla dei presunti rapporti stabiliti tra il “team Trump” e il governo russo per interferire nelle presidenziali dello scorso anno. L’investigazione ha portato all’arresto dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, accusato di aver mentito all’FBI quando rilasciò la sua testimonianza per le indagini, le stesse motivazioni che hanno portato all’arresto di George Papadopoulos, ex membro dello staff di Donald Trump; un altro importante arresto è stato quello di Paul Manafort, ex manager della campagna elettorale.

Marcello Gradassi is a second-year undergraduate student of Economics and Management from Bocconi University. He closely follows European policy, but has recently developed interest in Chinese foreign policy. He’s passionate with contemporary history and American basketball, too.

Marcello Gradassi

Marcello Gradassi is a second-year undergraduate student of Economics and Management from Bocconi University. He closely follows European policy, but has recently developed interest in Chinese foreign policy. He's passionate with contemporary history and American basketball, too.

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