La crisi libanese, la purga araba, il riarmo giapponese: le notizie della settimana

Il nuovo corso del Giappone. Sembrano maturi i tempi per un riarmo giapponese. Il movimento ultranazionalista giapponese sta acquisendo nuovo consenso tra la popolazione e in politica, sia a livello istituzionale (soprattutto tramite l’appoggio del primo ministro Shinzo Abe) sia a livello economico, dato che l’establishment sembra avere una visione chiara e unitaria degli obiettivi della destra giapponese, ovvero il superamento del cosiddetto “Pacifismo di Stato”. Aldilà di questi sentimenti, l’urgenza di un riarmo sembra inevitabile a causa dei venti di guerra che imperversano in Asia; la minaccia costituita dalla Corea del Nord e le idee di potenziamento promosse dal presidente cinese Xi Jinping hanno spinto il governo giapponese a voler modificare la Costituzione per giungere non a un riarmo, ma a un processo di cambiamento significativo oltre che militarmente anche a livello di equilibri internazionali. Ne parla Lorenzo Gardini per Aleph.

La crisi umanitaria in Turchia. La Turchia non è più in grado di sostenere il suo sforzo umanitario, sia per motivi puramente economici (come la fine dei prestiti dell’Unione Europea) sia perchè la fuga siriana si è tramutata quasi in un’invasione: sono stati accolti oltre 3 milioni di siriani nel Paese. La società turca sembra avere l’impressione che gli esuli gli stiano rubando il lavoro, nonostante i rientri positivi dell’aumento di manodopera a basso costo. Inoltre, bisogna anche considerare cosa accadrà alla fine della guerra; secondo alcuni sondaggi, circa la metà dei Siriani abbandonerò la Turchia per fare ritorno nel loro Paese d’origine al termine del conflitto. Quindi, quali sono i reali motivi che hanno portato Erdogan a promuovere questa politica di integrazione: sociali, economici o politici? Ne parla Stefania Telesca per Aleph.

La nuova crisi in Medio Oriente. Domenica scorsa il premier libanese Saad Hariri, proprio nel mezzo di un viaggio in Arabia Saudita, aveva annunciato le sue dimissioni. Hariri aveva accusato giusto prima della partenza l’Iran ed Hezbollah, partito politico di grande influenza in Libano, di un complotto ordito per assassinarlo. Tuttavia ciò che inquieta della situazione sono le motivazioni dietro queste dimissioni affrettate, di cui non si conoscono ancora le cause. Quello che si sa, però, è che sia appena iniziata una crisi tra Libano e Arabia Saudita, dato l’ordine del Ministero della Difesa arabo ai propri cittadini residenti in Libano di lasciare immediatamente il Paese. A quanto sembra, la sparizione di Hariri sembra legata al recente conflitto tra Hezbollah e l’Arabia Saudita, a causa di un missile partito dallo Yemen e diretto verso Riyadh, capitale araba. Il lancio è stato ordito dal gruppo ribelle degli Houthi, fazione armata appoggiata dall’Iran, lo stesso Paese che appoggia il movimento di Hezbollah, che grazie a Hariri ha ora una notevole influenza nell’ambiente politico libanese. La scomparsa di Hariri quindi sembra legata a un tentativo dell’Arabia Saudita di indebolire il potere di Hezbollah in Libano, e di conseguenza indebolire l’influenza iraniana nel Paese.

La Purga Saudita. La sparizione appena citata di Saad Hariri, capo del governo Libanese, sembra l’ennesima dimostrazione di forza messa in mostra dal Ministro della Difesa arabo. A capo del Ministero siede Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita; MbS, come viene frequentemente abbreviato, sembra stare cercando di prendere le redini del potere in Arabia, un Paese governato dalla dinastia saudita, sostenuta grazie all’appoggio dell’influente clero religioso wahabita. Il principe era già salito agli onori della cronaca l’anno scorso, annunciando un piano denominato “Vision 2030”, etichettato dalla stampa internazionale come una delle più importanti riforme della storia araba; l’obiettivo dichiarato del principe è di avviare un rinnovamento totale del Paese, promuovendo un Islam moderato. Il principe, anche grazie all’attenzione ricevuta all’estero, è inoltre diventato a giugno scorso il futuro erede al trono saudita, in seguito alla rinuncia di suo nipote Mohammed bin Talal. Questo improvviso annuncio ha scosso la famiglia reale e l’ambiente politico arabo meno di quanto sia riuscito a farlo la grande purga di MbS. Una settimana fa, decine di persone sono state arrestate da una commissione anti-corruzione; l’elenco degli arrestati comprende 11 principi, tra i quali il miliardario Alwaleed bin Talal. L’atto di forza del principe è stato enorme, probabilmente il più grande dei tanti perpetuati da quando ha assunto il ruolo di ministro; inoltre le principali forze militari del Paese, oltre all’esercito (di cui aveva le redini, essendo Ministro della Difesa) sembrano essere entrate sotto il suo controllo, nonostante si fossero tradizionalmente spartite tra la famiglia reale. Il principe ereditario sembra quindi il colpevole della sparizione di Saad Hariri, una mossa che sembra quindi strategica; l’operato del principe è stato fino ad ora appoggiato anche da Donald Trump, come fa notare il Washington Post.

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