La guerra civile in Libia e il ruolo dell’ENI

di Matteo Mozzi

 

I motivi dell’interesse occidentale in Libia? Sconfiggere l’Isis, sicuramente. La fine dell’anarchia successiva alla guerra civile e all’intervento militare internazionale del 2011, certo. Il vero motivo? Gas e petrolio della Libia sono fondamentali per il mercato globale dell’energia.

L’attuale governo guidato da Fayez Serraj, nominato primo ministro durante i colloqui di pace organizzati dall’Onu, aveva emesso un comunicato per chiedere formalmente ai paesi europei e a quelli africani confinanti “aiuti per proteggere le risorse petrolifere del Paese”. La ragione della richiesta non starebbe, quindi, nella necessità di proteggere il suo governo a Tripoli, quanto in quella di difendere le installazioni petrolifere situate nell’est del paese e sottoposte agli attacchi dell’Islamic State. Come reazione, Stati Uniti, Germania, Francia, Spagna, Italia e Regno Unito hanno chiesto ripetutamente che tutte le installazioni petrolifere in Libia tornassero sotto il controllo del governo riconosciuto.

Qualche mese fa in agosto, il Parlamento di Tobruk, non riconosciuto dalla comunità internazionale, si è riunito per votare una mozione di sfiducia mirata sostanzialmente a delegittimare il premier Fayez Sarraj e il suo gabinetto di «Accordo Nazionale». Conseguenza immediata della sfiducia è il rafforzamento della figura del generale Khalifa Haftar, ministro della Difesa di Tobruk e uomo forte della Cirenaica.

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Il ruolo del generale Haftar

La fama e l’influenza del generale hanno iniziato a crescere nel febbraio 2014 quando annunciò la sua intenzione di combattere il governo filo islamista libico, ma nessun politico lo considerò un’effettiva minaccia. Haftar, infatti, non ha né potere, né mezzi e uomini sufficienti a prendere il potere su tutta la Libia – attualmente nessuno ne è in grado –  ma ha un’influenza tale da bloccare qualsiasi tentativo di riunificarla sotto un unico governo. Grazie al ruolo di generale e di comandante del Libyan National Army (LNA), Haftar, con i suoi alleati che rinnegano l’autorità del governo, rappresenta il maggior ostacolo verso una Libia unita. Egli ha sfruttato la situazione a proprio favore cercando sia di stringere accordi con le varie tribù libiche, che si finanziano grazie ai ricavi dei pozzi petroliferi, sia di esasperare il loro legame con Ibrahim Jadran, comandante della PG, la “Petroleum Guard”. Creata alla fine della rivoluzione, la PG è dedicata alla sorveglianza dei pozzi e dei terminal petroliferi e consiste in un gruppo armato che di fatto è diventato una milizia schierata a favore del governo di Serraj. Infatti, la PG non solo difende i giacimenti petroliferi, ma anche il territorio ad essi circostante facendo rispettare la legge e riscuotendo le tasse.

L’11 settembre le forze di Haftar hanno lanciato un’offensiva vincente contro i pozzi petroliferi di Ras Lanuf, al-Sidr, e Berga, fino a quel momento sotto il controllo della PG, le cui truppe si sono arrese senza combattere. Il governo, non riconosciuto, di Tobruk ha espresso immediatamente supporto all’operazione del generale assegnandogli il rango di feldmaresciallo (Field Marshall). Al contrario il governo di Serraj ha richiesto alle proprie truppe una contro offensiva, ma la richiesta è caduta nel vuoto visto che le milizie fedeli a Tripoli sono impegnate nelle operazioni contro l’ISIS a Sirte. A tale proposito, solo pochi mesi fa l’inviato dell’ONU Martin Kobler auspicava, alla conferenza di Vienna, la creazione di un esercito nazionale libico unito per trovare una soluzione ai conflitti in corso.

Molti infatti ritengono che, sebbene il generale stia contribuendo a combattere i miliziani del califfato a Benghazi, i suoi scontri con la PG concorrano a diminuire le possibilità di una soluzione stabile per la Libia nel lungo periodo. Il paese africano è dilaniato dalla guerra civile fin dall’intervento della NATO del 2011. Tale intervento venne espressamente richiesto dalla Francia, la quale, nei mesi recenti, è stata accusata di perseguire in Libia due obiettivi opposti: uno politico, a supporto di Tripoli, e uno economico-militare con l’appoggio ad Haftar insieme all’Egitto. Recentemente, le richieste di chiarimenti da parte dei partner europei verso la Francia sono aumentate dopo che un incidente, avvenuto in luglio, ha rivelato il doppiogioco transalpino.  Parigi, infatti, il 21 luglio ha confermato la morte di 3 suoi militari a sud di Benghazi durante un’operazione antiterroristica a causa dello schianto di un elicottero. I miliziani di Benghazi però hanno riportato di aver abbattuto l’elicottero perché lo stesso apparteneva alle milizie di Haftar. Le immagini satellitari hanno in seguito confermato come le truppe di Haftar fossero le uniche presenti in zona e questo ha portato ad identificare l’incidente come un indizio dell’ambigua linea politica francese. Nei giorni scorsi dopo che le forze di Haftar hanno quasi raggiunto Misurata, dove sono stanziate le milizie supportate da truppe inglesi e americane, la possibilità di uno scontro tra queste ultime e le milizie avversarie finanziate dai francesi è diventata sempre più realistica sminuendo di fatto i discorsi dei leader occidentali a favore della pace in Libia.

In questo scenario di politica e doppiogiochisti anche l’Italia, per proteggere i propri soldati dislocati in Libia, sta facendo affari con il generale Haftar. La collaborazione ha riguardato la consegna di un carico di 700.000 barili di greggio verso le coste italiane. La recente decisione di collaborare con Haftar trova conferma nell’incontro avvenuto il 5 ottobre a Roma tra Gentiloni, allora ministro degli Esteri, e Ali al-Qatrani, un emissario di Haftar. Allo stesso tempo, si teneva un vertice presso il Consiglio Superiore di Difesa sull’intervento di forze d’intelligence italiane a favore del governo di Tripoli, dal quale è emersa la principale ragione per cui l’Italia ha deciso il suo intervento in Libia, ossia la sicurezza energetica.

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Lo Stato Islamico

Nonostante i numerosi assalti, l’ISIS non sembra in grado di prendere stabilmente il controllo di pozzi, oleodotti, raffinerie, terminali petroliferi. A differenza di quanto avviene fra Iraq e Siria, il suo obiettivo in Libia è quello di distruggere le infrastrutture che costituiscono la ricchezza del Paese per fare collassare entrambe le fazioni governative. Al petrolio, infatti, è connessa l’unica istituzione riconosciuta da tutte le fazioni: la National Oil Corporation. Questa istituzione, direttamente o attraverso le sue controllate, possiede metà dei giacimenti del Paese e gestisce i rapporti con operatori e i partner stranieri. L’Isis, come aveva già fatto in Siria ed in Iraq, ha approfittato di una situazione anarchica per attrarre alcune delle numerose tribù in lotta fra di loro, offrendo il proprio “marchio” e consolidandosi in numerose aree strategiche. In questo momento, le bande in franchising del Califfato hanno il controllo di oltre 200 km di costa dall’estremità orientale di Derna fino alla provincia di Al Bayyadah, di una vasta area nell’entroterra di Benghasi, di quasi 300 km di costa. A queste si aggiungono alcune aree isolate, tra cui Sabrata, che si trova a ridosso dell’assediata raffineria e terminale petrolifero di Mellitah di proprietà dell’ENI.

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La struttura dell’Eni non è la sola a trovarsi in difficoltà in Libia. La francese Total ha interessi nel campo di Mabrouk, nella zona centro-orientale, e – insieme alla spagnola Repsol – nei campi occidentali di El Sharara collegati allo snodo petrolifero di Zawiya vicino a Tripoli. L’americana Occidental ha interessi nei campi di Intisar e NC74, nel centro est. La maggior parte di queste strutture sono ferme e oggetto delle scorribande dei predoni. Da giorni nella zona di Sirte e soprattutto nella cosiddetta “mezzaluna petrolifera” i militanti dell’Islamic State stanno attaccando installazioni petrolifere. Il fatto è che con l’imminente sconfitta dell’ISIS a Sirte, la Libia è tornata alla situazione dell’autunno-inverno 2014/15 quando diverse fazioni si scontravano per il controllo dei pozzi, con i francesi schierati con Tobruk e Haftar, gli inglesi con le milizie di Misurata e gli americani impegnati nei bombardamenti mirati su Sirte. Tutti contro tutti. In Libia, come detto, la guerra è per il petrolio. Lo scontro fra laici ed ex-gheddafiani di Tobruk e islamisti più o meno moderati di Tripoli ha ben poco di ideale o religioso, e molto di concreto: dal petrolio derivano soldi e potere. Nonostante le notizie diffuse dalla stampa, Francia, Russia ed Egitto continuano ad appoggiare Haftar che conquistando porti e terminali minaccia anche gli interessi italiani. Gli americani bombardando l’Isis rafforzano Tripoli e Misurata contro Haftar, quindi, con qualche sfumatura, si schierano contro la Francia, l’Egitto e la Russia. L’Italia, appoggiando Misurata e gli Stati Uniti, prende posizione contro l’Isis ma anche nei confronti delle milizie di Haftar appoggiate dal Cairo e da Parigi. Le parole più usate dai media per descrivere la situazione libica sono sicuramente: “caos” (libico) e “avanzata” (l’ISIS). Poco spazio viene invece dato a due altre parole che aiuterebbero a spiegare il presunto caos libico: “petrolio e gas”. La Libia, infatti, possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali). Osservando una mappa della Libia si vedono i pozzi petroliferi (interessi francesi, inglesi e americani) concentrati nell’area fra Bengasi e Sirte, ovvero l’80% delle riserve conosciute di petrolio del paese. Il gas (interessi italiani) si trova invece soprattutto nel mare ad est di Tripoli e nella regione ad est della vecchia capitale. Prima della guerra del 2011, il maggior produttore estero di petrolio era l’italiana ENI con 244.000 barili/giorno nel 2010, ma c’erano anche compagnie americane (Chevron, Exxon Mobil, Occidental petroleum, Phillips), spagnole (Repsol), francesi (Total), inglesi (BP) e russe (Gazprom). Tutte queste compagnie avevano un contratto di collaborazione con la compagnia nazionale libica, NOC. In pratica una parte dei proventi delle multinazionali estere venivano versati alla NOC, cioè allo stato libico. Questa collaborazione prosegue ancora, esattamente come durante il regime di Gheddafi, solo che oggi la NOC versa le quote della rendita petrolifera sia al governo di Tobruk sia a quello di Tripoli. Gheddafi era solito dire che agli occidentali della Libia interessava solo il petrolio. Aveva ragione. La guerra del 2011 fu voluta dai francesi. Nell’autunno 2011 i media transalpini non completamente allineati denunciarono il ruolo guerrafondaio della Total, che fino a quel punto aveva avuto un peso marginale fra le compagnie straniere presenti in Libia. “Fra gli agenti francesi infiltrati fra i ribelli di Bengasi c’erano anche rappresentanti della Total”, denunciò il quotidiano Liberation che rivelò anche i termini dell’accordo concluso: i francesi avrebbero appoggiato la ribellione in cambio della promessa di affidare alla Total il 35% delle concessioni petrolifere. L’obiettivo era certamente togliere di mezzo l’ingombrante figura di Gheddafi (che nel 2009 aveva annunciato il progetto di nazionalizzare completamente il settore petrolifero) ma anche togliere all’ENI una fetta delle sue concessioni petrolifere. Negli ultimi mesi, però, ogni paese Occidentale sta portando avanti la propria strategia, spesso in contrasto con quelle degli altri, e sembra sempre più evidente la teoria per cui, come dimostra la situazione siriana, le potenze occidentali non abbiano alcuna intenzione di eliminare l’ISIS, in quanto quest’ultimo è servito e serve ancora come pretesto per compiere missioni militari finalizzate a ridistribuire le zone di influenza ed il controllo delle aree petrolifere. Alcuni osservatori internazionali riferiscono come la politica estera la stiano facendo l’ENI, la Total, la BP, la Exxon e le altre multinazionali invece dei governi. Una guerra per il petrolio. L’ennesima guerra per il petrolio.

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