Italia e Libia: politica, diplomazia ed equilibri mediterranei

È stata un’estate calda sul fronte del Mediterraneo e la questione libica è tornata a influenzare direttamente l’agenda politica del governo italiano. La posta in gioco è alta e diversi fattori si intrecciano nel risiko geopolitico della Libia odierna. In questo contesto, la confusione politica è evidente: da una parte il Governo di unità nazionale (GNA) di Tripoli guidato da Al-Sarraj e riconosciuto dall’ONU; dall’altra il Parlamento di Tobruk e l’uomo forte della Cirenaica, il Generale Haftar.

Dal punto di vista italiano infatti, la Libia oggi continua a rappresentare il principale dossier di politica estera per tre motivazioni principali strettamente interconnesse e che, in modo diverso, impattano concretamente anche sul nostro dibattito politico nazionale: i flussi migratori incontrollati che partono dalle coste libiche; gli interessi economici di ENI; la presenza di gruppi armati affiliati all’ISIS.

Sul tema dell’immigrazione nella scorsa estate si è segnato un cambio di passo importante. Il pacchetto di interventi presentato dal Ministro dell’Interno Marco Minniti, che di fatto ha mano libera sulla Libia sovrapponendosi anche ai colleghi di Farnesina e Difesa, agisce su più aspetti: dal codice di condotta per le ONG all’addestramento della Guardia Costiera libica, dagli accordi economici con i sindaci locali alle misure di capacity building per rafforzare anche la lotta contro i trafficanti di esseri umani. Risultanti significativi sono stati conseguiti sul fronte della riduzione degli sbarchi nei mesi di luglio e agosto, tuttavia questo nuovo “equilibrio” raggiunto sembra essere ancora molto precario, vista anche l’instabilità e la rapida evoluzione dello scenario politico libico, altamente frammentato e dominato dalla presenza di decine di clan e tribù locali.

In questa prospettiva, l’Italia si muove su un duplice piano. Da un lato rimane fermo il supporto al Governo riconosciuto di Tripoli sia dal punto di vista politico sia tecnico con i programmi che mirano al rafforzamento delle capacità di controllo del territorio su cui Al-Sarraj esercita diretta autorità – gran parte della Tripolitania e poco più. Dall’altro lato, continuano i contatti con il rappresentante più influente di Tobruk, il Generale Haftar. Il suo ruolo di Comandante dell’autoproclamato esercito nazionale libico e i suoi sponsor internazionali, su tutti l’Egitto di Al-Sisi, la Russia di Putin e, tra gli alleati europei, la Francia di Macron in modo più mascherato, fanno di lui un interlocutore chiave per quanto concerne il controllo delle coste orientali.

La sua crucialità è dimostrata dal fatto che negli scorsi mesi diversi sono stati gli incontri tra il Generale Haftar e le autorità italiane, sia nei vertici dell’AISE sia nella persona del Ministro Minniti. Il Ministro, profondo conoscitore dello Libia grazie anche al suo precedente ruolo di Sottosegretario alla Presidenza con Delega ai Servizi d’Informazione, nonostante rimanga oggi un punto di riferimento e di contatto per entrambe le parti libiche, nelle ultime settimane ha mostrato di voler continuare a rafforzare le relazioni con l’uomo forte della Cirenaica.

Nella giornata di oggi (26 settembre, ndr) la visita di Haftar a Roma segna un importante passo in questa direzione. Sembra infatti che i colloqui con il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e con lo stesso Minniti abbiano toccato diversi temi: la questione migratoria, il processo di ricostruzione e pacificazione, ma soprattutto gli interessi italiani legati alle attività di ENI in Libia. Su quest’ultimo punto, il ruolo di Haftar potrebbe risultare fondamentale nel contesto della protezione degli impianti di Mellitah dove ENI opera in joint venture con la compagnia statale libica NOC. L’area, infatti, rimane molto calda e le preoccupazioni dell’intelligence italiana sono rivolte alla vicina città di Sabrata dove da giorni sono in atto scontri tra alcune milizie controllate dal Generale e la c/d “Brigata 48”. Dunque, nonostante la vicinanza a Tripoli e ai territori controllati da Al-Sarraj, la presenza di alcuni gruppi legati ad Haftar nei pressi degli impianti ENI può rappresentare un’occasione di mutuo interesse.

Il terzo fattore di preoccupazione per l’Italia è costituito dalla ripresa delle attività dell’ISIS in Libia. Dopo mesi di sostanziale inattività, decine di miliziani in fuga dalle sconfitte del Siraq hanno raggiunto il Paese e hanno ricominciato a colpire in Cirenaica e nel Fezzan alcuni gruppi legati proprio ad Haftar. Inquietudine non soltanto italiana, ma che ha portato nei giorni scorsi (il 22 settembre) gli stessi Stati Uniti ad utilizzare i droni partiti dalla base di Sigonella per colpire gli uomini del Califfato nel distretto di Jufra.

In generale, il ruolo italiano nel processo di ricostruzione politica della Libia rimane fondamentale. Tuttavia, gli interessi in gioco sono alti. Lo dimostra il tentativo iniziale della Francia di Macron che a fine luglio ha portato Al-Sarraj e Haftar allo stesso tavolo di negoziazione in un’iniziativa completamente unilaterale e che ha rischiato di minare gli sforzi politici italiani in questa direzione. Per l’Italia dunque si prospetta un compito articolato: continuare a impegnarsi sul fronte della riduzione degli sbarchi, auspicando anche un intervento concreto da parte dell’Unione Europea – congiuntamente con ONU e OIM – sul tema del rispetto dei diritti umani per i migranti rinchiusi nei centri di detenzione sulle coste libiche; supportare politicamente e operativamente il Governo riconosciuto di Tripoli; mantenere aperti i canali di contatto con Haftar; salvaguardare gli interessi economici nazionali in Libia. Un impegno che necessita uno sforzo comune e integrato da esercitare congiuntamente a livello politico, diplomatico, militare e d’intelligence.

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