Il conflitto dimenticato in Yemen

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Di Matteo Mozzi

Maggio 1990, la Repubblica Araba dello Yemen (nord), governata da, Alī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ, e la Repubblica Popolare dello Yemen (sud) si fondono in un unico stato dopo la divisione avvenuta nel 1967 e Saleh diventa presidente. Dopo 20 anni il debole equilibrio politico finisce quando quest’ultimo, a seguito delle proteste della cosiddetta “Primavera araba” guidata dagli Houthi e dal gruppo Islah, è costretto a dimettersi. Tra il 2011 e il 2012 si avvia una complicata transizione politica, sostenuta e influenzata dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar). Dopo molte pressioni, Saleh accetta di lasciare il potere e Abdel Rabbo Monsour Hadi diventa il nuovo presidente, con cui gli Stati Uniti iniziano a collaborare, visto che condividono due grandi avversari: al Qaeda nel sud e i ribelli sciiti Houthi nel nord del paese. Saleh, comunque, secondo il New York Times, non ha mai lasciato davvero il potere a differenza di molti dittatori deposti con le Primavere Arabe. È rimasto a Sana’a, nel suo palazzo presidenziale, continuando a fare il leader del partito e a controllare parte dei funzionari al governo e dei militari nelle posizioni chiave dell’esercito. È, questo, un compromesso giustificato dal nuovo presidente Hadi come necessario per evitare la guerra civile. Nonostante ciò, secondo molti dei suoi avversari politici – tra cui l’attuale presidente, Saleh sarebbe ancora il vero padrone del paese, l’organizzatore o il mandante di quasi tutti i circa 150 omicidi di alti funzionari e politici, degli agguati all’esercito e degli attentati agli oleodotti che hanno colpito il paese negli ultimi due anni. Molti, inoltre, ritengono che le forze fedeli all’ex presidente Saleh appoggino segretamente i ribelli Houthi, un gruppo sciita zaydita presente nel Nord dello Yemen e di cui fa parte circa il 35 per cento della popolazione musulmana. (nella foto: L’ex presidente Saleh)

Perché lo Yemen è importante?

Oggi, lo Yemen è considerato uno “stato fallito”. Il Pil yemenita è il più basso di tutto il Medio Oriente, la macchina pubblica è corrotta e inefficiente, il governo centrale non riesce a controllare l’intero territorio nazionale ed è costretto a scontrarsi contro milizie private, gruppi terroristici e tribù ostili. «Una catastrofe umanitaria senza precedenti», ha sentenziato di recente Stephen O’Brien, vice segretario per gli affari umanitari delle Nazioni Unite. Secondo l’UN oltre 21 milioni di yemeniti (su un totale di 26 milioni) hanno bisogno di auto umanitario. Metà della popolazione non ha accesso all’acqua potabile ed oltre un terzo soffre la fame. Nonostante il generale disinteresse della stampa internazionale, ci sono diversi motivi per cui i paesi arabi – appoggiati dagli Stati Uniti – hanno deciso di far scoppiare una guerra in Yemen. In Primo luogo, il paese si trova in una posizione geograficamente strategica perché controlla lo stretto di Bab el Mandeb che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden, via fondamentale per il commercio dove, prima della guerra, transitavano 4,7 milioni di barili di petrolio al giorno. In Secondo luogo, parte del suo territorio meridionale è controllato in maniera stabile da al Qaeda. Infine, la guerra yemenita contrappone l’Arabia Saudita (sunnita) e l’Iran (sciita). Lo scontro fra sciiti e sunniti non è, però, all’origine del conflitto in Yemen. L’omogeneità religiosa non è il criterio che ha fin qui condizionato le alleanze, assai fluide, che si sono susseguite nella storia del paese. Ad esempio, l’Arabia Saudita è stata il principale sponsor finanziario e militare dell’ormai ex presidente Saleh, nonostante la sua fede sciita (mai rivendicata a fini politici). Proprio Saleh, non ha esitato a intraprendere sei scontri militari in sei anni contro i miliziani Houthi (2004-2010) attaccando la loro roccaforte di Sa’da. L’Iran sciita, invece, ha più volte tentato di aprire un canale di dialogo con il Movimento Meridionale, sunnita, in chiave anti-saudita. Risulta chiaro infatti che gli iraniani forniscono appoggio militare agli insorti per approfittare dell’insurrezione degli Houthi e aumentare la pressione ai confini del rivale stato saudita. Per calcoli geopolitici, la prima battaglia dell’Iran è in Siria così come, specularmente, la prima battaglia dell’Arabia Saudita è nel vicino Yemen.

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I bombardamenti Sauditi

I sauditi indicano nella sicurezza il motivo principale del loro intervento. Oltre al lungo confine che condividono con lo Yemen, il maggiore problema per i sauditi è legato al fatto che un rafforzamento degli sciiti yemeniti potrebbe portare ad un rafforzamento della minoranza sciita, presente in alcune zone orientali dell’Arabia Saudita, che sfida periodicamente il potere della monarchia sunnita. Quando Mohammed bin Salman, ministro della Difesa saudita, dichiarò l’inizio dell’operazione “Tempesta decisiva” risultò evidente come lo Yemen fosse pienamente entrato nel ruolo di capro espiatorio della tensione crescente tra Iran e Arabia Saudita. Da allora, i bombardamenti continuano ad abbattersi sullo Yemen del nord con grande intensità, in particolare a Sa’ da, quartier generale degli Houthi, dove i sauditi non esitano a colpire anche le strutture ospedaliere appoggiate da Medici senza frontiere. Allo stesso tempo, più a sud, a Taiz, gli Houthi impongono blocchi militari agli aiuti umanitari, trasformando così la città, dove si trova la linea del fuoco più importante, in un cimitero a cielo aperto per i civili. Nonostante la netta superiorità militare saudita, i bombardamenti non stanno portando a una vittoria rapida e decisiva come auspicato inizialmente. Infatti, la coalizione guidata dal Regno si trova intrappolata in una guerra lunga, complicata e costosa mentre l’Onu accusa apertamente Riyad per le migliaia di vittime civili causate dai raid aerei. Mohammed Bin Salman è ora criticato anche da alcuni all’interno della corte reale perché la guerra costa al paese sei miliardi ogni mese. Per questi motivi, la dinastia degli al-Saud ha tutto l’interesse a risolvere il conflitto nel più breve tempo possibile. La sconfitta degli Houthi è una necessità esistenziale (protezione dei confini, smilitarizzazione degli oppositori, restaurazione di un governo amico) ma, questi sembrano invincibili nelle battaglie di terra, e hanno guadagnato rispetto e consenso tra la popolazione nel nord del paese ergendosi a censori della corruzione diffusa tra i rappresentanti del governo legittimo e a detentori del controllo della sicurezza locale. Inoltre, rispetto ai rapporti con l’Iran, un conflitto prolungato potrebbe ottenere l’effetto opposto a quello sperato, spingendo ancora di più gli Houthi tra le braccia degli Iraniani. I sauditi sperano che l’esito del conflitto in Yemen possa dipendere dall’evolversi del conflitto in Siria. L’Iran potrebbe rivolgere tutte le sue attenzioni all’ottenimento di un’influenza consolidata in Siria e Iraq e, di conseguenza, abbandonare gli Houthi al loro destino. In ogni caso questa crisi rischia di diventare un problema per la regione visto che nessuno riesce ad ottenere il pieno controllo territoriale per via della podestà tribale e il vuoto di potere istituzionale viene colmato, in molte aree, da al-Qaeda.

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Il ruolo di Al-Qaeda nella regione

La situazione dello Yemen è complicata ancora di più dalla forte presenza di al-Qaeda (AQAP, sunnita), che controlla alcuni territori nel sud del paese. AQAP è considerata oggi la divisione più potente di tutta al-Qaeda, ed è autorizzata a compiere attacchi terroristici all’estero (ha rivendicato l’attentato contro la sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo). AQAP si oppone a tutti: al presidente Hadi, aiutato dai droni americani; ai ribelli Houthi sciiti e anche all’ISIS yemenita, che ha compiuto un attentato il 20 marzo 2015 contro due moschee uccidendo più di 130 persone. I gruppi jihadisti di al-Qaeda hanno fin qui vinto la battaglia della propaganda, nel sud dello Yemen, proprio sull’incapacità del governo centrale di fornire servizi e assicurare protezione alla popolazione locale. I qaedisti, che spesso usano la denominazione Ansar al Sharia, hanno sfruttato una serie di circostanze per ottenere influenza su un territorio enorme, arrivando a controllare otto importanti località nella parte meridionale del Paese. Il loro attuale capo, Qasim al Raymi, ha ottenuto l’occupazione di alcune installazioni dell’esercito regolare per impossessarsi delle armi e dei veicoli abbandonati. Allo stesso tempo non ha rinunciato ad eseguire missioni terroristiche per colpire quadri, alti ufficiali e funzionari governativi, diffondendo paura e creando un senso di insicurezza negli avversari. Fondamentale per al Raymi è stata la gestione delle aree conquistate: per non alienarsi la popolazione ha sì introdotto la legge islamica ma, con punizioni e regole meno rigorose, atteggiamento che ha ridotto le frizioni con i civili assicurando il controllo della regione.

Nessuna soluzione nel breve periodo

La comunità internazionale non presta molto ascolto alle voci che arrivano dallo Yemen, un po’ perché ci sono di mezzo i sauditi, con cui gli USA hanno concluso un accordo per la vendita di armamenti per 110 miliardi (inclusi i missili della Raytheon utilizzati per i bombardamenti in Yemen), un po’ perché al contrario della Siria, la guerra in Yemen non ha prodotto un flusso di rifugiati che premono ai confini europei. Tale ‘disinteresse’, lascia ampia libertà d’azione ai sauditi, i quali vorrebbero che gli Houthi tornassero nelle loro roccaforti nel Nord anche se, dopo un anno di bombardamenti, non è rimasto molto a cui tornare. Secondo alcuni analisti, l’unica strada possibile è quella del “power sharing”: gli Houthi dovrebbero diventare un movimento politico, all’interno di un governo di unità nazionale anche se la debolezza politica del presidente Hadi, che gode di scarso consenso, complicherebbe molto la ricostruzione sociale e istituzionale del paese. Per arrivare ad una situazione di stabilità, il rafforzamento delle autonomie regionali, in termini di competenze e risorse, e la riorganizzazione dell’esercito, con il disarmo e l’integrazione di tutte le milizie negli apparati di sicurezza, sarebbero fattori decisivi per il rispristino di un livello minimo di sicurezza. Da questo punto di vista, qualsiasi possa essere la soluzione intrapresa, come l’ipotesi di una Federazione di stati da nord a sud suggerita dall’ONU, non bisogna dimenticare che essa dovrà fare i conti con un assetto sociale-tribale ben consolidato e che il futuro presidente erediterà un paese in ginocchio con un apparato amministrativo e un’economia completamente da ricostruire.

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