Vision 2030

di Matteo Mozzi

 

Ha destato molto interesse l’annuncio, avvenuto il 25 aprile 2016, dell’Arabia Saudita sull’obiettivo di costituire un fondo sovrano da oltre 2.000 miliardi di dollari. Ancor più sensazionale è stato il fatto che il Fondo sia parte della strategia “Saudi 2030 Vision”, un progetto di riforme che saranno adottate dal governo per affrancare il Regno dal petrolio entro il 2030. Per un Paese che detiene le più grandi riserve di greggio convenzionale al mondo (260 miliardi di barili), con ha la maggiore capacità produttiva su scala globale (12,5 milioni di barili al giorno), e dipendente per oltre l’80% degli introiti dall’oro nero, sembrerebbe un obiettivo impossibile e velleitario. E probabilmente lo è, ma la diversificazione dell’economia saudita si è resa necessaria con il crollo del prezzo del petrolio degli ultimi anni. Il principe Muhammad bin Salman o MbS, come viene chiamato dai giornali internazionali, è stato il principale promotore del documento rivoluzionario: le riforme proposte potrebbero portare alla rottura della tradizionale alleanza tra la famiglia reale e il potente clero religioso wahabita. Ma di MbS si è parlato anche per alcune decisioni controverse: come l’aggressivo intervento militare nel vicino Yemen, per cercare di limitare l’influenza dell’Iran, principale nemico del Regno nello scacchiere medio orientale.

Il crollo del prezzo del petrolio e l’economia saudita:

L’Arabia Saudita è il più grande paese della penisola arabica per dimensioni, ha circa 30 milioni di abitanti (di cui un terzo stranieri) ed è l’unico stato del mondo arabo incluso nel G20. È governata da una monarchia assoluta: non esiste un parlamento, il re nomina personalmente i membri del governo. Storicamente il petrolio è sempre stato il bene più esportato ed oggi garantisce il 90 per cento delle entrate statali (in Arabia Saudita i cittadini non pagano tasse sul reddito) e oltre metà del PIL. Saudi Aramco, l’azienda petrolifera di stato, è la prima compagnia produttrice di petrolio al mondo. Di recente, tuttavia, l’aumento della produzione in paesi come Russia, Cina e Brasile ha limitato la capacità dell’Arabia Saudita di controllarne il prezzo. E negli ultimi anni nuove tecnologie hanno reso meno costosa la produzione di shale oil, facendo diventare gli Stati Uniti primo produttore al mondo. Dal 2014 ad oggi i prezzi del greggio sono precipitati dai 140 dollari al barile a circa 50, toccando un record minimo di 30. I bassi prezzi del petrolio hanno colpito duramente le entrate dell’Arabia Saudita, che ha dovuto iniziare ad utilizzare le sue riserve di dollari, pari a 750 miliardi a metà 2014. L’utilizzo di 30 miliardi di riserve al mese a partire dal 2015 è servito da “cuscinetto” alle enormi perdite nel bilancio. Tale impiego costante però, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), porterebbe all’esaurimento delle riserve nel 2020. È questa situazione che ha portato il principe 30enne Muhammad bin Salman, allo sviluppo del piano “Vision 2030″.

 

Le riforme in economia, esercito e amministrazione:

MbS è secondo in linea di successione nella famiglia reale e ha assunto rapidamente sempre più poteri da quando suo padre è diventato re, nel 2014: è incaricato della politica economica del regno ed è ministro della Difesa. Questi ha cominciato a riformare l’apparato militare nazionale, commissionando ad alcune società occidentali di consulenza la revisione dei contratti di fornitura delle forze armate per ridurre l’estesa corruzione. Il principe dovrà, inoltre, porre fine all’anomalia del terzo stato al mondo per spese militari, ma che importa il 98% dei propri armamenti.

Riguardo misure più strettamente legate all’economia, MbS ha approvato una manovra che ha ridotto la spesa statale di circa il 25 per cento: sono stati tagliati soprattutto i generosi sussidi che lo stato saudita offriva ai suoi cittadini, provocando anche degli effetti notevoli sulla popolazione (per esempio le bollette dell’acqua sono aumentate rapidamente del 1000 per cento). Inoltre il governo ha intrapreso misure per far crescere l’occupazione nel settore privato e in generale è stato riorganizzato l’apparato statale grazie alla chiusura o l’unione di diversi ministeri, per garantire maggior efficienza. Cinque ministri, oltre al governatore della Banca centrale, sono stati rimpiazzati da persone scelte dal principe. Ha destato inoltre, molto scalpore la sostituzione dell’ex potente ministro del Petrolio Ali al Naimi, un tempo amministratore di Saudi Aramco e artefice della strategia saudita sui mercati petroliferi internazionali, una materia nella quale il Re non interveniva direttamente. La sua rimozione significa che la politica petrolifera tornerà sotto il controllo della famiglia reale, o meglio, di Muhammad bin Salman.

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L’obiettivo principale di MbS sembra comunque essere la diversificazione dell’economia. Secondo i piani di “Vision 2030″, il settore privato dovrebbe passare dall’attuale 40 % del PIL al 65% nel 2030, grazie allo sviluppo di nuove industrie energetiche e finanziarie. Il motore della trasformazione sarà il Fondo Pubblico d’Investimento (FPI), che attualmente gestisce i rimanenti 500 miliardi di dollari di riserve monetarie saudite e in cui dovrebbero confluire la proprietà di Saudi Aramco e di altri asset statali, raggiungendo il valore di 3000 miliardi di dollari, più di quello complessivo di Google, Facebook e Amazon. Prima del trasferimento della proprietà al FPI, una piccola parte di Saudi Aramco – probabilmente il 5 per cento – sarà quotata in borsa. Si stima che Saudi Aramco valga più di ogni altra azienda al mondo: oltre 2000 miliardi di dollari, ma gran parte del valore è dato dalle riserve petrolifere saudite e non è chiaro in che modo queste potrebbero venire privatizzate. La quotazione del 5 per cento della società sarebbe l’offerta pubblica di acquisto più grande della storia, circa cinque volte l’attuale record di Alibaba, attuabile solo impiegando contemporaneamente le borse di New York, Londra e Hong Kong, mentre la segretezza con cui viene gestita la compagnia è molto lontana dai requisiti di trasparenza necessari per una società quotata pubblicamente. I profitti della quotazione, stimati intorno ai 100 miliardi di dollari, forniranno la liquidità per sostenere i costi di altre riforme.

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C’è un problema con i religiosi?

Il Financial Times ha scritto che anche solo per avvicinarsi a questi obiettivi, incredibilmente ambiziosi, sembrano essere necessari «dei cambiamenti sociali radicali nella società». Con il greggio a prezzi ridotti il Regno sembra non aver più scelta, ma alla fine degli anni ’90 il petrolio stava ancora peggio: nel 1999 scese sotto i 10 dollari a barile, e il Re dovette dichiarare pubblicamente ai suoi sudditi che era finita un’epoca ed esortarli a “rimboccarsi le maniche. Tre scogli si ergono minacciosi sulla strada di ogni riforma in Arabia Saudita. Il primo è il conflitto tra posizioni progressiste di alcuni leader e la refrattarietà al cambiamento del resto della famiglia reale e dell’establishment religioso che devono approvare ogni riforma. Per quanto sulla carta il re abbia poteri assoluti, deve fare i conti con gli uni e con gli altri, in una mediazione continua che ha sempre frenato ogni cambiamento. L’attuale sovrano, Re Salman, ha provato a forzare le cose, nominando suo figlio vice-erede e mettendolo a capo di importanti istituzioni come il ministero della difesa. L’ascesa di Mohammed è motivo di malumore tra molti esponenti della famiglia reale e non è un caso che sia stato lo stesso principe ad annunciare il piano per la costituzione del mega-fondo sovrano nonché il progetto di quotare in borsa il 5% della Aramco. In sostanza, si dovrà capire se il giovane avrà la forza per materializzare quello che ha annunciato. Il secondo scoglio è costituito dai sauditi stessi, troppo abituati a vivere di generosi e assurdi sussidi che hanno radicato l’illusione di un benessere facile e “dovuto”. Troppi sauditi, inoltre, sono culturalmente ostili a cambiamenti nel modo di vivere e considerano giusto che gli stranieri non debbano avere un ruolo nell’economia del paese. Lo scoglio finale è quello dell’identità religiosa su cui la famiglia Saud ha costruito la propria legittimità interna e internazionale. Fin dalla costituzione del Regno nei primi anni ‘30, la fede in una forma fondamentalista e arretrata dell’islamismo sunnita, il Wahabismo, è ciò che ha cementato la presa dei Saud su un popolo fatto di tribù e clan nomadi con solo il wahabismo come comun denominatore. Ora il regno, non riuscendo a governare il mercato del petrolio e vedendo crescere sia il malcontento interno per i tagli di bilancio che la forte erosione dell’alleanza storica con gli Stati Uniti, ed infine, osservando impotente la rinascita dell’odiato rivale per la supremazia nel Golfo Persico – l’Iran –  mostra due volti: quello dell’apertura al futuro radioso del 2030; oppure, quello minaccioso di un animale ferito che, di fronte al risorgere dell’Iran, continua a sostenere il fondamentalismo islamico fin nelle sue propaggini più radicali, in Siria, Iraq come in Tunisia e Libia. Sono due volti che non possono convivere a lungo. E il rischio vero è che sia il secondo a prevalere.

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